Facendo tirare un sospiro di sollievo al mondo, nella notte tra il 7 e l’8 aprile, l’amministrazione Trump ha annunciato un possibile cessate il fuoco con l’Iran, dopo settimane di escalation nel Golfo Persico e tensioni sullo Stretto di Hormuz.
I dettagli restano limitati e la tenuta dell’accordo è incerta, ma il solo annuncio è bastato a innescare una reazione immediata sui mercati energetici e finanziari globali.
Dati che, se allontanano temporaneamente gli scenari peggiori per il caro energia, confermano ancora una volta quanto i mercati energetici restino esposti agli shock geopolitici e quanto la vera stabilità passi dalla transizione alle rinnovabili.
Il solo fotovoltaico, ad esempio, in queste ultime settimane ha fatto risparmiare all’Ue circa 110 milioni di euro al giorno di gas, secondo un’analisi di SolarPower Europe.
Petrolio: crollo del risk premium
Il primo segnale arriva dal greggio. Il Brent ha registrato un calo nell’ordine del 12-16% in poche ore, tornando sotto quota 100 dollari al barile, in area 90-95 dollari.
Il movimento è legato soprattutto alla riduzione del cosiddetto “risk premium” geopolitico accumulato nelle settimane precedenti, quando il rischio di blocco totale dello Stretto di Hormuz aveva spinto i prezzi verso l’alto.
Ma gli stessi analisti sottolineano che il mercato fisico resta in tensione. In un’analisi citata da Reuters, il cessate il fuoco “fornisce speranza”, ma non risolve gli squilibri di offerta né garantisce un ritorno immediato dei flussi.
Per il gas un calo ancora più marcato
Se il petrolio scende, il gas fa anche di più. Le prime rilevazioni indicano per il Ttf europeo un calo tra il 17% e il 20% nelle prime ore di scambio, con prezzi scesi in area 42-46 euro al megawattora.
Il movimento riflette la centralità dello Stretto di Hormuz anche per il metano. Una quota rilevante del Gnl globale, in particolare dal Qatar, transita da lì. Di conseguenza, il mercato ha rapidamente scontato la possibilità di una riapertura delle rotte marittime e di un ritorno dei carichi oggi bloccati.
Anche in Asia, secondo anticipazioni riportate da Bloomberg, i prezzi spot del Gnl sono attesi in calo di circa il 17%.
Titoli energetici in calo, borse in rally
La reazione si è estesa ai mercati finanziari. Sempre secondo Reuters, i titoli oil & gas hanno perso tra il 4% e il 12%, con le principali major europee e americane in forte ribasso e perdite ancora più marcate per i player del Gnl.
Allo stesso tempo, i mercati azionari globali hanno reagito in senso opposto, con un classico relief rally, mentre cala la domanda di asset rifugio, ma non di materie prime come oro e argento.
Mercato ancora scettico
Al di là dei numeri, le analisi pubblicate questa mattina convergono su un punto: il mercato non sta ancora prezzando una vera normalizzazione. Secondo Reuters, il cessate il fuoco non rappresenta ancora un’uscita dalla crisi energetica.
I flussi fisici non sono ancora ripristinati, le infrastrutture restano sotto stress e gli operatori marittimi mantengono un atteggiamento prudente.
Un altro elemento chiave è che l’effetto principale riguarda la logistica, non la produzione. Il possibile sblocco delle petroliere ferme può aumentare temporaneamente l’offerta disponibile, ma non modifica la capacità produttiva globale. Reuters definisce la situazione dei mercati energetici una “twilight zone”, cioè una fase intermedia caratterizzata da alta volatilità e direzione incerta.
Il punto centrale è che i mercati stanno reagendo non tanto alla pace in sé, quanto alla possibile riapertura dello Stretto di Hormuz. Finché non ci sarà certezza sulla sicurezza delle rotte, sul ritorno effettivo delle navi e sulla stabilità dell’accordo, la volatilità resterà elevata.
Il problema strutturale
Insomma, se gli scenari più catastrofici per il caro energia oggi sembrerebbero meno probabili, la crisi è tutt’altro che superata. Quest’ennesima tratta di montagne russe ci dà anzi l’occasione per ripetere il refrain che avrà ormai annoiato i nostri lettori: l’unica sicurezza energetica è nella transizione energetica.
Lo ricordava ad esempio anche la Banca Centrale Europea, in un intervento di ieri, 7 aprile. Il termine che la Banca usa è “fossilflation”: la dipendenza dai combustibili fossili espone l’economia europea a shock ricorrenti sui prezzi dell’energia, con effetti diretti su inflazione e crescita. Ridurre questa esposizione, secondo la Bce, è ormai una necessità macroeconomica, oltre che climatica.
Un’ennesima indicazione concreta a proposito arriva anche da SolarPower Europe: secondo un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, il fotovoltaico ha consentito all’Ue di risparmiare oltre 110 milioni di euro al giorno di importazioni di gas nelle prime settimane della crisi.
Tra il 1° e il 31 marzo, il risparmio complessivo ha raggiunto 3,77 miliardi di euro e nello stesso periodo l’energia solare ha ridotto del 32% la bolletta per le importazioni di gas. Su scala annuale, con prezzi del gas elevati, i risparmi potrebbero arrivare fino a 67 miliardi di euro nel 2026.
Il motivo è strutturale e ormai noto: in un sistema in cui il gas resta spesso la fonte marginale che determina il prezzo, ogni megawattora prodotto da rinnovabili riduce l’esposizione ai combustibili fossili e abbassa i costi complessivi.
In conclusione possiamo dire che la reazione dei mercati al possibile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è stata immediata e violenta – petrolio e gas in forte calo – borse in rialzo, ma sotto la superficie cambia poco.
I flussi non sono ancora ripristinati, l’equilibrio resta fragile e basta un nuovo evento geopolitico per spostare i prezzi di decine di punti percentuali in poche ore. È esattamente il meccanismo descritto dalla Bce: una dipendenza strutturale dai combustibili fossili che si traduce in instabilità economica.
Ed è anche il motivo per cui, come mostrano i dati sul fotovoltaico, le rinnovabili non sono solo una scelta climatica, ma uno strumento di sicurezza energetica e di stabilità dei prezzi.



























