Nel cuore delle Alpi francesi, un piccolo impianto di pompaggio idroelettrico sta mostrando come le comunità locali possano diventare protagoniste della transizione energetica.
In Savoia, il progetto STEP 73 dimostra infatti come una tecnologia centenaria, il pompaggio idroelettrico, possa essere reinventata in chiave territoriale e partecipativa.
Questa mini Station de Transfert d’Énergie par Pompage (STEP) da 6 MW e 24 MWh di elettricità erogabile è in fase avanzata di realizzazione e quando entrerà in funzione accumulerà l’energia fotovoltaica prodotta in eccesso durante il giorno e la restituirà la sera, coprendo i picchi di consumo di circa 30mila famiglie.
La forza di questa iniziativa (nella foto sotto una delle aree interessate), risiede nella sobrietà impiantistica e nella co-progettazione locale. I due bacini sono stati realizzati riutilizzando infrastrutture esistenti, cioè una cava dismessa e un ex corridoio forestale, riducendo l’impatto ambientale e valorizzando al tempo stesso il territorio.
Il bacino inferiore ospita una sala di produzione sotterranea, collegata al bacino superiore da una condotta forzata lunga 3,5 km con un dislivello di 1.200 metri.
Il progetto nasce dall’iniziativa di membri di un collettivo cittadino di Le Bourget du Lac (foto di copertina), con il sostegno e la collaborazione trasparente del Comune, e non da un grande operatore esterno al territorio.
È pensato tanto per la rete quanto per gli abitanti: oltre a fornire energia offre anche una riserva idrica per la lotta agli
incendi e un’infrastruttura multifunzionale utile alla comunità.
Un vuoto giuridico che apre nuove possibilità
Oltre all’aspetto tecnico, va sottolineato che STEP 73 è anche un esperimento giuridico. Pur basandosi sul principio del pompaggio idroelettrico, l’impianto non è classificato come “diga” ai sensi della normativa francese Loi sur l’eau.
Non trattiene né devia corsi d’acqua naturali: funziona in un circuito chiuso, con un riciclo continuo tra due bacini artificiali. Questa distinzione consente di evitare lunghe autorizzazioni ambientali e apre la strada a una nuova categoria di impianti di stoccaggio leggeri e locali.
Il fatto, però, che non si tratti di una centrale idroelettrica tradizionale crea anche delle incertezze normative. L’impianto, infatti, non capta né devia corsi d’acqua naturali, ma non si configura neanche come semplice impianto di accumulo, poiché funziona attraverso due bacini collegati da un sistema di pompaggio.
Questo evidenzia la necessità di un aggiornamento delle leggi per distinguere chiaramente tra grandi dighe e piccoli sistemi di accumulo territoriale.
La cornice europea: elettricità sempre più rinnovabile
Il piano europeo RePowerEU fissa un obiettivo chiaro: entro il 2038 circa il 70% dell’elettricità dovrà provenire da fonti rinnovabili.
Ma l’eolico e il fotovoltaico, per loro natura intermittenti, impongono un cambio di paradigma: non sarà più la produzione ad adattarsi ai consumi, ma i consumi a seguire i ritmi del sole e del vento.
A questa sfida si aggiunge l’elettrificazione della mobilità e del riscaldamento, che genera nuovi picchi di domanda e pressioni sulla rete. Secondo l’Agenzia per la cooperazione dei regolatori dell’energia dell’UE (ACER), il costo delle infrastrutture elettriche potrebbe aumentare di oltre il 50% entro la metà del secolo, diventando una delle principali voci nelle bollette familiari.
In questo contesto, lo stoccaggio dell’energia diventa l’anello mancante della transizione: accumulare nei momenti di abbondanza e restituire quando serve, stabilizzando così il sistema (Pompaggi idroelettrici: smentiti i pregiudizi sul loro potenziale).
Lezioni per l’Italia: opportunità e ostacoli
L’esperienza francese offre spunti preziosi per l’Italia, dove la gestione della flessibilità e dello stoccaggio locale è sempre più cruciale.
L’Italia possiede un importante patrimonio idroelettrico e un territorio ideale per ospitare mini-centrali di pompaggio, in particolare nelle valli alpine e appenniniche. Tuttavia, gran parte degli impianti risale agli anni ’60-’70 del secolo scorso e non risponde più o solo in parte alle esigenze di una rete distribuita e decarbonizzata.
Serve dunque una nuova generazione di mini-STEP, più leggere e integrate con il fotovoltaico e con le comunità energetiche.
“Il sistema di accumulo di piccole dimensioni è ideale, ma per ottenere una certa potenza servono salti notevoli, che non sempre ci sono. E i costi scoraggiano la maggior parte degli investitori”, ci spiega Dino Detomas, direttore del Consorzio Elettrico di Pozza di Fassa, in Trentino-Alto Adige.
A queste sfide tecniche si aggiungono vincoli giuridici e regolatori. In Italia, anche gli impianti di piccola scala sono ancora soggetti alle stesse norme delle grandi dighe, senza distinzione tra chi devia un corso d’acqua e chi lavora in circuito chiuso. Riconoscere questa differenza permetterebbe di semplificare le autorizzazioni e facilitare la diffusione di impianti a basso impatto ambientale.
Il quadro tariffario complica ulteriormente le cose: la maggior parte dei piccoli produttori è costretta a immettere l’energia sul mercato nazionale e a riacquistarla, vanificando i benefici dell’autoproduzione che potrebbe essere reinvestiti nelle infrastrutture locali.
“Noi siamo una cooperativa elettrica storica, ma la legge ci obbliga a cedere tutta l’energia prodotta e a riacquistarla nello stesso momento. È un meccanismo che ci costa circa 400.000 euro l’anno”, aggiunge Detomas.
Per rendere possibili modelli simili a STEP 73, servono quindi due riforme: in campo idrico, per riconoscere gli impianti a circuito chiuso come categoria autonoma, e in campo energetico, per permettere a cooperative e comunità di autoconsumare realmente l’energia prodotta.
Finanza, territorio e comunità: una terza via italiana?
A ciò si aggiunge la sfida del finanziamento. Le banche faticano a sostenere infrastrutture con orizzonti di 40-50 anni e mancano strumenti dedicati allo stoccaggio a lungo termine.
“Gli istituti di credito vanno instradati su questo nuovo concetto”, osserva ancora il direttore del Consorzio Elettrico di Pozza di Fassa. Fondi regionali, garanzie pubbliche e partenariati pubblico-cittadini potrebbero rendere questi progetti più accessibili, come già accade nel teleriscaldamento cooperativo o nelle reti energetiche nord-europee.
Nonostante le difficoltà, il potenziale è enorme. Le mini-STEP italiane potrebbero rappresentare una terza via dello stoccaggio, accanto alle batterie e alla flessibilità: una via territoriale e cooperativa, fondata sulla prossimità, sull’autoconsumo e sulla resilienza locale.
Dalle Alpi al Trentino fino agli Appennini centrali, queste infrastrutture leggere e multifunzionali potrebbero diventare i cuori idrici delle comunità energetiche locali, garantendo flessibilità, sicurezza e solidarietà.
Ma perché ciò accada serve una visione politica chiara e coraggiosa, capace di riconoscere che il futuro dell’energia non dipende solo da nuove tecnologie, ma anche da nuove regole e nuove relazioni tra acqua, territorio e cittadini.



























