Triplicare la potenza globale rinnovabile entro il 2030 potrebbe richiedere un aumento di lavoratori nel settore dai 12,5 milioni del 2021 a 47 milioni a fine decennio, concentrati nella produzione, installazione e gestione degli impianti.
Secondo il think tank tedesco NewClimate Institute, rischiamo però di arrivare al traguardo, tra quattro-cinque anni, con un “buco” di circa 6 milioni di unità, che potrebbe mettere a serio rischio i progressi finora raggiunti.
“Ciò ritarderebbe l’espansione della capacità di produzione di energia rinnovabile, lasciandola quasi al 10% al di sotto degli obiettivi promessi”, spiega l’associazione nel report “The Impacts of Skills Shortages on Global Power Sector Emissions” (link in basso).
Non solo. Restare con una carenza di lavoratori specializzati influenzerebbe negativamente anche il dato sulle emissioni.
Stando ai calcoli degli analisti la conseguente implementazione più lenta delle rinnovabili amplierebbe l’uso dei combustibili fossili, portando le emissioni del settore energetico il 12% al di sopra degli impegni ufficiali presi dai governi per il 2030 (scenario “Aps” della Iea) e oltre il 100% entro il 2050, come mostra il grafico in basso (linea arancione).
Ciò potrebbe farci passare da un percorso verso un riscaldamento di + 1,7 °C a +2,4 °C, ben al di sopra del target dell’accordo di Parigi, con conseguenze catastrofiche per gli ecosistemi.
Dove mancano i lavoratori?
Nel breve termine, la carenza di lavoratori sarà più acuta per i profili con istruzione medio-bassa legati alla costruzione e installazione di impianti.
Nello specifico, il 60% del divario riguarderà lavoratori con qualifiche post-secondarie o apprendistati, il 20% profili con istruzione superiore (lauree o master) e il restante 20% profili con istruzione scolastica di base.
Tuttavia, entro il 2050, il focus si sposterà verso figure più qualificate necessarie per la gestione a lungo termine degli asset: la quota di lavoratori necessari con laurea o post-laurea salirà, mentre diminuirà la necessità di manodopera meno qualificata legata alla sola installazione.
A livello geografico le carenze di manodopera saranno più severe nel Sud-est asiatico, in Africa e nella regione Asia-Pacifico. Questo è dovuto alla rapidità dell’espansione della capacità richiesta in queste aree rispetto alla prontezza dei loro mercati del lavoro. I deficit maggiori si riscontrano nelle fasi di produzione e installazione per il fotovoltaico e lo stoccaggio tramite batterie.
Uno dei problemi strutturali identificati nell’analisi è il disallineamento dei percorsi accademici. A livello globale, la maggior parte dei corsi di laurea legati al settore energetico è ancora focalizzata sui combustibili fossili e fornisce ai laureati competenze insufficienti per le tecnologie green (si veda anche il nostro approfondimento Troppi laureati in combustibili fossili rispetto a quelli in energia pulita e la nostra Rubrica dedicata alla formazione energetica in Italia).
Entro il 2030, si stima che la carenza di lavoratori con qualifiche tecniche, professionali o universitarie (TVET e lauree STEM) sarà superiore del 35% rispetto ai livelli attuali se non si interviene massicciamente sugli investimenti formativi.
Una questione di attrattività
Il report affronta anche il tema del “Green Wage Premium” (premio salariale per i lavori verdi), con risultati interessanti per i mercati avanzati. Paesi come il Regno Unito si trovano agli ultimi posti per quanto riguarda l’attrattività salariale relativa nei settori delle utility e dei servizi tecnici rispetto ad altri settori dell’economia (come finanza o tech).
Questa scarsa competitività salariale rende difficile per le aziende del settore energetico attirare i neolaureati STEM, che spesso preferiscono settori con remunerazioni d’ingresso più elevate.
Infine, è interessante osservare il “Labour market transition potential index” contenuto nell’analisi, che misura la capacità teorica di un Paese di mobilitare e fornire la forza lavoro specializzata necessaria per la transizione energetica.
Invece di limitarsi a contare i lavoratori attuali, l’indice offre una “fotografia” del potenziale di crescita e adattamento di un mercato del lavoro nazionale di fronte all’espansione del settore delle rinnovabili. Come evidente dal grafico in basso (dati del 2023), l’Australia è il Paese con il maggior potenziale.
Secondo questo indice, le economie avanzate, pur vantando sistemi educativi solidi, devono fare i conti con popolazioni che invecchiano (il che rende più difficile e costoso il reskilling verso i lavori verdi) e una forte concorrenza tra settori.
Al contrario, le economie emergenti beneficiano di popolazioni giovani ma soffrono per la fuga di cervelli e infrastrutture formative limitate.
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