Le rinnovabili e i “no”: senza ascolto, la transizione si blocca

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Un’indagine sociologica sull'eolico in Alta Irpinia mostra come la mancanza di dialogo e trasparenza nell’installazione degli impianti possa generare sfiducia e opposizione. Se le rinnovabili arrivano senza ascoltare i territori, la transizione energetica può perdere consenso e credibilità.

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Il settore energetico dovrebbe essere al di sopra delle emozioni e delle tifoserie.

Le scelte su quali fonti usare, dove installarle e come compensare le popolazioni che le ospitano dovrebbero basarsi su criteri di razionalità, non su simpatie o appartenenze ideologiche.

Eppure, anche quando si parla di energia, il dibattito finisce spesso per scivolare nella logica del “noi contro loro”: chi difende i comitati locali è accusato di ostacolare la transizione, chi li critica viene visto come complice della speculazione.

Accade così che i cosiddetti “Comitati del No” vengano etichettati, a seconda dei punti di vista, come “la giusta ribellione contro la lobby delle rinnovabili che rovina il paesaggio” oppure come “un ingenuo luddismo manovrato dagli interessi fossili”.

Servirebbe uno sguardo più lucido, capace di capire davvero le motivazioni di chi si oppone e di offrire strumenti utili a legislatori e amministratori per evitare o risolvere i conflitti locali.

Su questa delicata questione hanno lavorato il sociologo Antonio Sibilia, oggi dottorando alla Pontificia Università Gregoriana, e la professoressa di filosofia sociale Marina Calloni dell’Università Milano-Bicocca.

Nel loro articolo “Green vs Green”, pubblicato su Renewable & Sustainable Energy, (link in basso) analizzano il punto di vista delle popolazioni dell’Alta Irpinia, in provincia di Avellino, che dagli anni ’90 hanno visto trasformarsi il loro territorio rurale con la diffusione massiccia di impianti eolici.

“L’Alta Irpinia è un’area di altopiani e colline tra i 500 e i 1000 metri, tra Adriatico e Tirreno, uno dei luoghi più ventosi d’Italia. Da qui arriva circa il 7% dell’elettricità eolica nazionale”, ricorda Sibilia (nella foto).

Oggi in quest’area di 1.122 kmq e 57.800 abitanti si contano 403 turbine distribuite in 40 impianti per 573 MW di potenza complessiva, a cui potrebbero aggiungersi altri 651 MW se verranno autorizzate le 113 turbine in attesa di permesso.

“Anche in Alta Irpinia, però, non mancano opposizione e proteste contro l’eolico, che avevo notato tornando nell’area per passare dei periodi con la mia famiglia”, spiega Sibilia.

Nel quadro del progetto internazionale GEM – Green Energy Management dell’Università Bicocca, Sibilia ha condotto tredici interviste a residenti scelti per la loro conoscenza del tema.

“Avrei voluto intervistare anche sindaci e amministratori delle società, ma solo il sindaco di Calitri ha accettato. Non a caso, è l’unico Comune dell’area che non ha turbine sul suo territorio”.

Così, paradossalmente, a parlare sono stati quasi solo i critici dell’eolico. Ma le loro parole raccontano molto più di un semplice “no”.

“Anche se critici, gli intervistati sono convinti che la transizione energetica sia necessaria. Non si possono definire Nimby: non contestano le turbine in sé, ma il modo in cui sono state calate sul territorio”.

L’obiezione principale è l’assenza di coinvolgimento: le decisioni sarebbero state prese senza consultare le comunità locali, trasformando aree agricole in zone energetiche con accordi privati tra imprese e pochi proprietari terrieri.

“Tutto ciò è stato vissuto un po’ come una forma di colonialismo. Alcuni si chiedono se la stessa disinvoltura sarebbe stata usata, ad esempio, nelle Dolomiti”, osserva Sibilia.

Le turbine non hanno impedito le attività agricole tradizionali, ma hanno cambiato il paesaggio e la percezione del territorio.

Secondo molti residenti, l’eolico ha penalizzato il potenziale turistico, alterato la concorrenza tra agricoltori (chi ospita le turbine riceve circa 5.000 euro l’anno per ciascuna) e portato danni collaterali: strade rovinate dai mezzi pesanti, scarsa manutenzione, perdite di olio minerale, fino al timore che lo smantellamento futuro ricada sulle comunità.

“A fronte di questi danni, reali o percepiti, il coro unanime è che la popolazione non ha ricevuto nulla, nemmeno uno sconto sull’energia”, sottolinea il ricercatore.

Neanche l’occupazione sembra essere cresciuta in modo significativo. Le royalty alle amministrazioni locali, racconta Sibilia, “bastano appena a riparare i danni stradali”, e forse anche per questo “i sindaci hanno preferito non parlare”. Un dato che dovrebbe trovare conferma, che non è arrivata dai sindaci che hanno ospitato turbine.

Dietro queste lamentele, più concrete che ideologiche, emerge il vero problema: la mancanza di trasparenza e partecipazione.

“Non volevano bloccare la transizione, ma parteciparvi, decidendo dove e come installare gli impianti, come gestire la manutenzione e lo smantellamento, come distribuire i benefici”, afferma Sibilia.

In altre parole, sarebbe bastato informare meglio, ascoltare di più.

Spiegare i vantaggi, chiarire i costi e coinvolgere i cittadini avrebbe reso quei progetti più condivisi e meno percepiti come imposizioni.

“Questo atteggiamento potrà essere un problema per il conseguimento degli obiettivi di produzione rinnovabile in Italia. Le popolazioni deluse finiscono per opporsi a tutto: in Alta Irpinia oggi si rifiuta persino il revamping, anche se ridurrebbe l’impatto paesaggistico. Dicono sì solo ai pannelli sui tetti, niente impianti a terra. Non si fidano più”.

Per ricostruire fiducia, gli autori propongono di sperimentare anche nuovi modelli di gestione partecipata.

Ad esempio, potremmo pensare a delle comunità energetiche del vento con cittadini che si consorziano per acquistare e gestire una turbina, dividendo i profitti. Un modello diffuso nel Nord Europa, che potrebbe rispondere a molte delle criticità emerse.

Il documento, in conclusione, invita a guardare alla transizione energetica non solo come a una sfida tecnologica, ma come a un processo politico e culturale.

L’Alta Irpinia, spiegano, mostra i limiti di una transizione calata dall’alto, ma anche le potenzialità di un approccio fondato su partecipazione, giustizia e cura del territorio.

Va detto comunque che in oltre vent’anni di attività tra Alta Irpinia ed entroterra sannita gli imprenditori dell’eolico hanno garantito compensazioni e investimenti indiretti sul territorio, ad esempio con la creazione di hub logistici. Il tutto in un’area affetta da spopolamento e dalle difficoltà nel trovare un ricambio generazionale alla tradizionale attività agricola e pastorale.

Possiamo concludere che però collegare sempre l’azione locale alla responsabilità globale non è solo auspicabile, ma indispensabile, se vogliamo che la transizione diventi davvero un’occasione di rinnovamento sostenibile e democratico. E per farlo, serviranno più solidarietà, responsabilità e autodeterminazione dei territori.

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