Differenze di prezzo fino al 40% alla stessa colonnina, tariffe difficili da conoscere prima della ricarica, abbonamenti quasi obbligatori per ottenere condizioni sostenibili e un mercato formalmente libero, ma privo di regole omogenee.
È questo il quadro che emerge dal contributo (report allegato in fondo) inviato da Adiconsum a FIER Sustainable Mobility nell’ambito dello studio per la Commissione Trasporti e Turismo del Parlamento europeo (TRAN) sull’attuazione dell’AFIR, il Regolamento europeo sulle infrastrutture per i combustibili alternativi.
Secondo l’associazione, l’attuale configurazione del mercato italiano della ricarica pubblica rappresenta ancora una barriera concreta alla diffusione dei veicoli elettrici, in particolare per gli utenti occasionali e per chi non dispone di ricarica domestica.
AFIR e lo studio europeo sulla trasparenza dei prezzi
L’AFIR, entrato in vigore nell’aprile 2024, fa parte del pacchetto “Fit for 55” e punta a garantire un’infrastruttura di ricarica sufficiente, interoperabile e semplice da utilizzare in tutta l’Unione europea.
Lo studio commissionato a FIER dalla Commissione TRAN e da Transport & Environment analizza in particolare tre aspetti:
- trasparenza dei prezzi
- comparabilità delle tariffe
- esperienza utente.
Per contribuire all’analisi, sono stati messi a disposizione i dati dell’Osservatorio sui prezzi della ricarica elettrica di Adiconsum, attivo da dicembre 2024 e realizzato in collaborazione con TariffEV, applicazione che fornisce gli strumenti per informare su quando e dove ricaricare il veicolo elettrico.
L’Osservatorio monitora mensilmente le tariffe dei principali operatori (CPO ed eMSP), offrendo uno spaccato aggiornato dell’andamento dei prezzi in Italia.
Prezzi poco chiari prima di collegare l’auto
Uno dei problemi principali sollevati dal report, riguarda la fase pre-sessione: capire quanto si pagherà prima di iniziare la ricarica è tutt’altro che semplice.
Alla stessa infrastruttura possono corrispondere prezzi diversi a seconda dell’app o del fornitore di servizi di mobilità scelto. E in un Paese dove oltre il 50% della popolazione ha competenze digitali limitate, la dipendenza dalle applicazioni rappresenta un ostacolo concreto.
Secondo i dati 2025 dell’Osservatorio, i prezzi medi si attestano intorno a:
- 0,63 €/kWh in AC (lenta/media)
- 0,73 €/kWh in DC (veloce)
- 0,75 €/kWh in HPC (ultra-veloce)
Nelle aree meno competitive o rurali si possono raggiungere anche 1,01 €/kWh.
Non tutte le stazioni consentono pagamenti semplici con carta bancaria, rendendo l’esperienza molto più complessa rispetto al rifornimento tradizionale.
Tra i modelli considerati più virtuosi viene citato nel documento di Adiconsum, quello dei Tesla Supercharger, dove il costo stimato è visibile in anticipo in modo chiaro.
Alla stessa colonnina anche oltre 10 euro di differenza
La frammentazione del mercato è un altro nodo critico. In Italia operano oltre 20 principali CPO, con strutture tariffarie eterogenee: prezzo al kWh, quota fissa per sessione, componente a tempo o formule miste.
Ogni operatore infatti ha il suo modo di farsi pagare: c’è chi fa pagare solo i kWh, chi aggiunge una quota fissa a ogni sessione, chi somma anche il tempo di ricarica. Il risultato è una comparabilità difficile per il consumatore.
Un esempio emblematico riguarda le colonnine ultra-veloci in autostrada:
- 0,61 €/kWh con un eMSP (e-Mobility Service Providers) alternativo;
- 0,79 €/kWh con l’app proprietaria o pagamento diretto con carta di credito.
La differenza di 18 centesimi al kWh si traduce in 10,80 euro in più su una ricarica da 60 kWh. In alcuni casi lo scarto può arrivare fino al 40%.
La proposta è rendere obbligatoria la visualizzazione, tramite display o QR code collegato a una piattaforma pubblica, non solo della tariffa dell’operatore proprietario ma anche delle migliori alternative disponibili in tempo reale.
Abbonamenti quasi obbligati e penali poco trasparenti
Un altro elemento critico riguarda il divario tra tariffe “ad hoc” e prezzi riservati agli abbonati.
Le ricariche senza abbonamento possono costare dal 20 al 40% in più. Non mancano casi in cui si passa da 0,89 €/kWh in modalità ad hoc a 0,50 €/kWh con abbonamento.
Una dinamica che genera la percezione di una “spinta forzata” verso formule mensili per ottenere condizioni accettabili.
A ciò si aggiungono le idle fees, le penali per la sosta oltre il termine della ricarica, e altre componenti tariffarie non sempre esplicitate con chiarezza. In alcuni casi il costo finale può superare del 10-20% la stima iniziale.
Particolarmente penalizzati risultano gli utenti senza ricarica domestica, che in ambito pubblico pagano 2-3 volte più che a casa (0,22-0,30 €/kWh).
Tariffe pubbliche non allineate al calo dell’energia
Un punto centrale del contributo riguarda il disallineamento tra prezzi all’ingrosso e tariffe finali.
Nel 2025 il PUN medio italiano si è attestato intorno a 0,115 €/kWh, in calo significativo su base annua rispetto soprattutto al 2022 e al 2023. Tuttavia, le tariffe pubbliche non hanno registrato riduzioni proporzionali, mantenendosi su medie sopra riportate (0,62 €/kWh in AC; 0,73 €/kWh in DC; 0,75 €/kWh in HPC).
Secondo l’analisi, per favorire realmente l’adozione dell’auto elettrica le tariffe pubbliche dovrebbero scendere sotto 0,60-0,65 €/kWh, diventando strutturalmente più convenienti rispetto ai carburanti fossili.
Libero mercato o servizio pubblico?
Il nodo più delicato resta quello normativo.
La vendita di elettricità è un servizio universale regolato. I carburanti tradizionali sono considerati servizi di pubblica utilità. La ricarica pubblica, invece, è stata impostata come mercato liberalizzato ai sensi della Direttiva 2014/94/UE e del D.Lgs. 257/2016, e non è soggetta alla regolazione tariffaria dell’Autorità (Arera).
Secondo il contributo allo studio europeo, molte delle criticità derivano proprio da questa scelta. L’ipotesi avanzata è rivedere l’impianto normativo o introdurre correttivi che riconoscano la ricarica pubblica come servizio di pubblica utilità.
Colonnine installate ma non attive
Il documento segnala inoltre ritardi tra installazione e attivazione delle infrastrutture, in alcuni casi fino a uno o due anni.
Questo riduce la disponibilità effettiva di punti di ricarica e incide negativamente sulla fiducia degli utenti. Pertanto, viene richiesta l’introduzione di tempi certi e uniformi di attivazione a livello europeo.
Meno app, più semplicità
Infine, il tema dell’esperienza utente: troppe app, troppe tessere, troppe modalità di pagamento.
La proposta è rendere obbligatori sistemi già esistenti come plug&charge o autocharge, limitando il numero di applicazioni necessarie e avvicinando l’esperienza a quella di un distributore tradizionale.
Accanto a questo, viene suggerita la creazione di una piattaforma europea ufficiale dove tutti gli operatori siano obbligati a caricare i prezzi in tempo reale tramite API (Application Programming Interface), consultabili via QR code su ogni colonnina.
Il contributo italiano allo studio sull’AFIR restituisce l’immagine di un settore in crescita, ma ancora squilibrato dal punto di vista regolatorio.
Trasparenza, regole omogenee, prezzi più coerenti con il costo dell’energia e un’esperienza utente semplificata vengono indicati come passaggi chiave per trasformare la ricarica pubblica da ostacolo percepito a leva di diffusione della mobilità elettrica.
- Report di Adiconsum (pdf)




























