Revisione fondi Pnrr, cosa non ha funzionato e perché

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Nel suo intervento al Senato, il ministro Foti spiega come il governo propone di rimodulare le spese del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in modo da mantenere la rotta con i tempi imposti da Bruxelles. Gli effetti sull'energia.

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Da dove nasce la proposta di revisione del Pnrr, approvata dalla Cabina di regia del governo il 26 settembre?

Dettagli e motivazioni della rimodulazione complessiva di spesa da circa 14 miliardi sono stati comunicati ieri, 30 settembre, al Senato dal ministro degli Affari europei, Tommaso Foti.

Tra le iniziative che avranno riduzioni dei finanziamenti, ricordiamo, ci sono Comunità energetiche (Cer), biometano, agrivoltaico, idrogeno, Transizione 5.0 e autoproduzione di rinnovabili nelle Pmi.

I soldi saranno spostati su misure considerate più affidabili nei tempi stretti fissati dall’Ue, mentre per altre, tra cui il Fondo Agrisolare, si ipotizza un’estensione oltre il 2026 con l’istituto della facility, che prevede la gestione da parte di un soggetto indipendente.

La proposta di revisione, ha spiegato Foti nella sua comunicazione, deriva dalla necessità di rispettare le tempistiche indicate da Bruxelles, senza possibilità di proroghe.

“Abbiamo una comunicazione della Commissione europea – ha evidenziato il ministro – in cui è scritto chiaramente che non vi sono proroghe e in cui, oltre a questo, sono scadenzate tutte le incombenze che devono essere assolte entro il 2026: la rendicontazione entro il 30 agosto 2026; l’invio della liquidazione della decima rata entro il 30 settembre 2026; l’erogazione in relazione agli obiettivi raggiunti nell’ultima rata da parte della Commissione che deve avvenire entro il 31 dicembre 2026”.

Tra i possibili interventi correttivi ipotizzati dalla stessa Commissione europea c’è “il rafforzamento delle misure esistenti, che avevano dato buona prova di sé e noi in questa revisione accogliamo tale proposta”, insieme alla “rimodulazione delle risorse per quanto riguarda misure non attuabili nei tempi detti”, oltre all’utilizzo di strumenti finanziari e al trasferimento di risorse al comparto nazionale del programma InvestEU.

Per quanto riguarda le imprese, ha proseguito il ministro, “è inutile nascondere che il fatto di aver voluto in modo estremo disciplinare Industria 5.0 – tant’è vero che, come voi sapete, c’è stata una fase di ricontrattazione con la Commissione per arrivare a una semplificazione – avrebbe potuto consentire un maggiore assorbimento della misura se ci fossero stati dati dei termini di proroga della stessa, che invece vengono mantenuti al 31 dicembre 2025”.

Pertanto, “si è preferito ridimensionare questa misura, come quella dell’autoproduzione da fonti rinnovabili, che pure è una riduzione molto limitata, ipotizzata nell’ordine dei 100 milioni perché le Pmi non hanno partecipato ai bandi”.

Ci possono essere dei problemi nei bandi, ha riconosciuto Foti, “ma noi in questa fase dobbiamo tener presenti le misure che hanno funzionato e quelle che hanno assorbito meno risorse”.

In compenso, ha aggiunto, “sono aumentati in modo significativo gli impegni per i contratti di filiera, i contratti di sviluppo e il fondo per importanti progetti di comune interesse europeo (Ipcei), che penso sia oltremodo giusto finanziare. Si tratta infatti di progetti di ricerca su grandi temi europei e, segnatamente, su idrogeno, batterie e salute”.

È stata invece incrementata la dotazione finanziaria di 4.0, già prevista nel Piano nazionale di ripresa e resilienza; quanto al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “è stata fatta un’attenta operazione, come voi sapete, per allargare il numero di abitanti dei Comuni che potessero avere l’accesso ai contributi (per le Comunità energetiche). Prima il numero era fino a 5.000 abitanti ed è stato portato a 50.000 abitanti”.

Lo strumento delle comunità energetiche, ha precisato il ministro, “non funziona per una ragione, sostanzialmente. La questione degli aiuti di Stato ha fatto sì che il finanziamento, ipotizzato al 100%, sia stato ridotto al 40%. A oggi, la valutazione che viene effettuata, di uno strumento che aveva 2,2 miliardi a disposizione, è pari a 200 milioni. Penso che voi converrete con me sulla impossibilità di mantenere i 2,2 miliardi di euro a fronte di una base di partenza di questo tipo”.

Ci sono poi misure, ha concluso Foti, “che non hanno ricevuto domande. Mi riferisco a quella dell’idrogeno in settori hard to abate e della ricerca e sviluppo sull’idrogeno” e “anche i settori dell’agrivoltaico e del biometano hanno una situazione per la quale non vi sono certezze in ordine al rispetto dei limiti di tempo previsti dal Pnrr”.

Ora al Parlamento, ok Ue entro il 23 ottobre

La proposta di revisione sarà presentata dal ministro Foti alla Camera oggi (1° ottobre), dopo il passaggio in Senato di ieri.

Come abbiamo scritto, entro l’8 ottobre dovrà arrivare alla Commissione europea, che si esprimerà il 23 ottobre con un’approvazione preliminare. L’ultimo passaggio è previsto il 13 novembre all’Ecofin, chiamato al via libera finale.

Il Pnrr italiano vale complessivamente 194,4 miliardi di euro. Finora – si legge nella proposta – sono stati centrati 334 obiettivi e traguardi su 614, pari al 54,4%, con sette rate già incassate per 140 miliardi, cioè il 72% delle risorse.

È stata presentata a giugno anche l’ottava richiesta di pagamento, da 12,8 miliardi, che porterà al 61% degli obiettivi. Su 447mila progetti finanziati, oltre il 96% risulta concluso, in via di chiusura o in corso di esecuzione.

Le misure in riduzione

Sono 34 gli interventi oggetto di rimodulazione, pari al 7,3% del Piano.

Nove riguardano il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: oltre a Cer, agrivoltaico, biometano e idrogeno, vengono rivisti anche i progetti “faro” di economia circolare, i nuovi impianti di gestione rifiuti, il teleriscaldamento efficiente e le interconnessioni elettriche con Austria e Slovenia (l’elenco a pagina 11 del documento).

Tra le misure Mit definanziate ci sono la sperimentazione dell’idrogeno nei trasporti, il potenziamento del parco autobus e ferroviario a zero emissioni, gli investimenti idrici primari e la riduzione delle perdite nelle reti.

Il Mimit vede la rimodulazione di Transizione 5.0 e delle misure per l’autoproduzione di rinnovabili nelle Pmi. Coinvolti anche università (student housing e assunzione di ricercatori), lavoro (politiche attive, disabilità, senza dimora) e agricoltura (logistica e meccanizzazione).

Le misure rafforzate e le facility

Tra le misure verso cui si sposteranno soldi, ci sono invece Transizione 4.0, che ha mostrato maggiore capacità di assorbimento rispetto a Transizione 5.0; gli Ipcei (Idrogeno 1, 2 e 4, Microelettronica 2, infrastrutture digitali e cloud), estesi a Idrogeno 3 e Sanità 1.

Ancora, tra le iniziative che avranno più fondi: gli accordi di innovazione legati a Horizon Europe; la misura Net Zero per le filiere produttive strategiche; il Fondo rotativo contratti di filiera agroalimentari; il Servizio civile universale; il parco autobus elettrici; il cold ironing nei porti; i progetti “Sicuro, verde e sociale” di edilizia pubblica; le borse di studio universitarie; il nuovo credito d’imposta per il Mezzogiorno e la ZES unica.

È in valutazione anche la creazione di una Rolling Stock Company (Rosco) per il materiale rotabile ferroviario.

I nuovi strumenti finanziari

Come anticipato, la revisione prevede anche nuovi strumenti finanziari, detti facility, che permetterebbero di estendere l’orizzonte temporale di alcune misure e si basano sull’affidamento a un gestore indipendente.

Questa opzione dà la possibilità di regimi di erogazione a fondo perduto e richiede, entro agosto 2026, la definizione dell’implementing agreement, il trasferimento dei fondi al gestore della facility e la firma della concessione dei contributi ai beneficiari finali per il totale delle risorse.

Oltre al Fondo Agrisolare, sono previsti il Fondo per le infrastrutture idriche (Pniissi), il Fondo nazionale connettività per completare il piano Italia a 1 Giga nelle aree grigie e un veicolo per l’housing universitario.

Quanto a InvestEU, parte delle risorse confluirà nel comparto nazionale del programma, gestito dal Fondo europeo per gli investimenti, per rafforzare le garanzie a sostegno di Pmi, innovazione, digitalizzazione e sostenibilità.

La Commissione, con la comunicazione “NextGenerationEU – The road to 2026”, ha peraltro lasciato aperta la porta ad altre possibilità: capitalizzazione delle banche di promozione nazionale come Cdp, contributi a programmi spaziali e persino al Programma europeo per l’industria della difesa.

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