Il Piano sociale per il clima serve adesso

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Salta il cronoprogramma per l’approvazione fatto a gennaio dal Mase. Critiche le associazioni ambientaliste che chiedono chiarezza. Per Asvis problemi su priorità e risorse.

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Che fine ha fatto il Piano sociale per il clima? A chiederselo sono alcune associazioni ambientaliste che sottolineano come sia passato un anno da quando l’Italia avrebbe dovuto trasmettere a Bruxelles la versione definitiva.

Ad oggi, però, il documento non risulta ancora formalmente presentato e dunque non è stato rispettato il cronoprogramma che lo stesso dicastero aveva delineato a gennaio di quest’anno.

La d.g. Incentivi del Mase Stefania Crotta, infatti, era intervenuta a un convegno Ircaf scandendo le possibili tappe: dopo la chiusura della terza e ultima consultazione a giugno dello scorso anno, l’Italia ha inviato la bozza alla Commissione europea ad agosto 2025.

Le osservazioni di Bruxelles erano attese a gennaio di quest’anno, per poi essere assorbite in una versione finale del Piano da approvare in Consiglio dei ministri e poi rimandare in Commissione europea.

Da qui un via libera definitivo che si stimava entro la fine di giugno 2026; in pratica, entro domani.

Qualcosa, però, è andato storto, secondo Wwf Italia, Forum diseguaglianze e diversità, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment, Mira network e Nuove rigenerazioni.

In una nota congiunta si fa riferimento a interlocuzioni informali tra Roma e Bruxelles avvenute a marzo, dopo le quali “sul piano è calato un silenzio inaccettabile”.

Per questo motivo le associazioni chiedono a Mase e Commissione di rendere pubblico lo stato di avanzamento del piano, di chiarire le tempistiche per la sua conclusione e di garantire un coinvolgimento effettivo della società civile nella fase finale del processo.

Qualche indicazione arriva anche con il rapporto “Scenari per l’Italia” pubblicato da Asvis a maggio.

Il Piano, si legge, “sarà operativo nella seconda metà del 2026 in base alle indicazioni Ue relative all’utilizzo del Fondo sociale per il clima”.

Inoltre, si ricorda che “il Piano è collegato all’introduzione del sistema europeo di scambio delle emissioni anche per il settore degli edifici e dei trasporti – Ets 2 – che estenderà l’uso dei permessi di emissione a questi ambiti”.

A tal proposito, “se adeguatamente attuato, il piano potrebbe contribuire a contrastare fenomeni come la povertà energetica; tuttavia, emergono alcune criticità legate sia alla definizione della priorità sia alla dimensione delle risorse disponibili”.

Asvis sottolinea pertanto “la necessità inderogabile di valutare gli impatti in via preventiva e d’intervenire con nuove misure correttive nel Piano sociale per il clima e con altre misure complementari ove necessarie, al fine di evitare che i costi del sistema Ets 2 siano trasferiti nei processi produttivi con effetti sui livelli occupazionali e sulle famiglie, con conseguenti costi sociali e aggravio complessivo del costo della vita”.

Cosa prevede il Piano sociale per il clima

Questo piano vale 9,3 miliardi di euro destinati a quattro assi di spesa principali:

  • 3,2 miliardi di euro alla riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica (Erp) in classe F e G e a quelli di proprietà delle microimprese;
  • 1,375 mld € destinati all’ampliamento del bonus sociale gas plus;
  • 3,105 mld € per lo sviluppo dei servizi di mobilità pubblica e hub di prossimità nelle aree svantaggiate;
  • 1,74 mld € alla misura “Il mio conto mobilità”, con portafogli digitali per il trasporto pubblico.

L’ultima Legge di Bilancio, infine, definisce il quadro attuativo del Piano stabilendo che le relative risorse possono essere utilizzate per le finalità previste:

  • dai commi 282 e 283 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2023, n. 213, in materia di contrasto al disagio abitativo;
  • dal comma 402 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2024, n. 207, sul Piano casa Italia;
  • dai commi da 613 a 615 dell’articolo 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, per le iniziative rientranti nell’ambito del Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile;
  • per interventi in materia di povertà energetica per le famiglie vulnerabili.

Il pressing delle associazioni

Fin dallo scorso anno gli ambientalisti hanno criticato la bozza di piano, ritenendolo non sufficientemente votato alla decarbonizzazione.

Ora il timore è che il relativo budget del Fondo sociale per il clima venga utilizzato “impropriamente per finanziare misure di ordinaria amministrazione o per sostituire doverose risorse di politica sociale, come già successo con le risorse dell’Ets1, delle quali non si sa nulla, magari sostituendo fondi già stanziati o finanziando interventi non coerenti con le finalità previste”.

Il Fondo sociale per il clima, infatti, “deve avere carattere aggiuntivo e non può sostituire la spesa pubblica ordinaria o finanziare interventi già previsti con risorse nazionali; se questo avvenisse verrebbe meno il principio di addizionalità, fondamentale per garantirne l’efficacia e che dovrebbe guidarne l’utilizzo”.

Tali fondi, concludono le associazioni, sono destinati a sostenere i settori interessati dall’Ets2 e a proteggere le fasce più vulnerabili dagli impatti economici della transizione, promuovendo al tempo stesso efficienza energetica, rinnovabili e mobilità sostenibile, dando priorità a misure strutturali capaci di ridurre in modo duraturo la povertà energetica e la dipendenza dai combustibili fossili.

“Il Piano sociale per il clima rappresenta un’imperdibile occasione per affrontare insieme crisi climatica e disuguaglianze sociali. Proprio per questo non può essere costruito nel silenzio né subire ulteriori ritardi”.

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