Dipendenza fossile e bollette record: Italia maglia nera in Europa

Il quadro tracciato da Legambiente evidenzia un Paese molto esposto sul fronte energetico: importa il 95% del gas e ha oggi in media un prezzo elettrico sui 130,5 €/MWh, il più alto tra le principali economie Ue.

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L’Italia è tra i Paesi più vulnerabili per dipendenza da fonti fossili in Europa, oltre ad essere quello in cui le bollette sono tra le più care.

È la fotografia scattata dal nuovo report di Legambiente intitolato “Il prezzo della dipendenza” (link in basso), diffuso il 24 aprile, giorno di apertura della Conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia.

Il quadro che emerge è quello di un sistema energetico fragile, segnato da una forte esposizione alle importazioni oil & gas, da costi elevati dell’energia e da ritardi strutturali nello sviluppo delle rinnovabili rispetto ai principali partner europei come Spagna, Germania, Olanda e Francia.

Dipendenza dall’estero: numeri e geopolitica

Il primo dato che colpisce riguarda la dipendenza energetica: nel 2024 l’Italia ha importato il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio che ha consumato.

I principali fornitori di gas sono stati Algeria (23.267 milioni di metri cubi) e Azerbaigian (10.314 mln mc), che insieme coprono il 54,2% della domanda nazionale. Seguono Qatar (6.902 mln mc, pari all’11,1%), Russia (5.696 mln mc, 9%) e Libia (1.407 mln mc, 2,3%). Dagli Stati Uniti sono arrivati 5.186 milioni di metri cubi, pari all’8,2%.

Si tratta di Paesi caratterizzati spesso da bassi standard in materia di diritti umani o da situazioni di conflitto, elemento che amplifica i rischi geopolitici della dipendenza energetica italiana.

Guardando a una finestra temporale più ampia, tra il 2000 e il 2025 l’Italia ha consumato in media 73.816,6 milioni di metri cubi di gas all’anno, con un picco tra il 2006 e il 2008 (84.695 mln mc). In media, il 90% di questi consumi è stato coperto da importazioni provenienti da ben 26 Paesi diversi.

Parallelamente, cresce il peso del Gnl: se nel 2002 incideva per il 6% delle importazioni, con 3.539 milioni di metri cubi, nel 2024 è arrivato al 25% con 14.717 mln mc. Per questa fornitura dominano Qatar e Stati Uniti: come mostrano i grafici in basso, nel 2024 l’Italia ha importato da Doha 6.902 milioni mc (43% del totale GNL) e da Washington 5.186 milioni (33%).

A livello europeo, gli Usa sono diventati il principale esportatore di Gnl, coprendo quasi il 56% delle importazioni Ue nel 2025, in sostituzione del gas russo, su cui Bruxelles ha previsto un phase-out: stop al Gnl entro fine 2026 e al gas via pipeline entro settembre 2027. Un percorso che però, secondo Legambiente, rischia di essere rimesso in discussione nel contesto delle nuove tensioni globali, come quelle legate allo Stretto di Hormuz.

Bollette: il peso del gas sul prezzo dell’energia

La forte dipendenza italiana dal gas si riflette direttamente sui prezzi. Tra gennaio e aprile 2026 il costo medio dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è stato di 130,5 €/MWh, il più alto tra i Paesi analizzati. Anche la Ieefa ha evidenziato l’anomalia italiana in una recente analisi, rimarcando quanto il gas rimanga centrale nel sistema energetico del nostro Paese.

A titolo di confronto, come evidente nel grafico in basso: Germania 99,8 €/MWh, Olanda 100,1 €/MWh, Francia 70,4 €/MWh. La Spagna registra il valore più basso, con 42,5 €/MWh.

La ragione di queste differenze è nel ruolo dominante del gas nella formazione del prezzo (Prezzi elettrici fuori scala: perché l’Italia paga più di tutti). Nei primi 69 giorni del 2026, in Italia il gas ha determinato il prezzo all’ingrosso per l’89% delle ore. Una quota molto più alta rispetto al 15% della Spagna, al 42% dell’Olanda e al 40% della Germania.

Inoltre, nel 2025 il gas fossile ha rappresentato il 47,3% della produzione elettrica italiana, contro il 21,5% della Spagna e il 34,8% dell’Olanda. Un dato che evidenzia quanto il sistema elettrico nazionale sia ancora fortemente ancorato alle fonti fossili.

Rinnovabili: crescita lenta e ostacoli burocratici

Sul fronte delle rinnovabili, il ritardo italiano è evidente. Negli ultimi cinque anni la produzione da Fer è cresciuta solo del 10%, contro il +41,9% della Spagna.

Oltre 1.700 progetti di rinnovabili risultano bloccati in attesa di valutazione presso il Mase, tra ritardi della Commissione Via Pnrr-Pniec, opposizioni del ministero della Cultura e lentezze della Presidenza del Consiglio (Rinnovabili, quasi 7 progetti su 10 bloccati dalla burocrazia).

Nel frattempo, altri Paesi accelerano (grafico in basso). La Spagna produce il 56% della sua elettricità da rinnovabili, con un incremento da 113,8 TWh nel 2020 a 161,5 TWh nel 2025. Nello stesso periodo ha prodotto meno con nucleare (-7,3%), petrolio (-17,2%), gas (-11%) e soprattutto carbone (-83,3%).

In Germania le rinnovabili coprono il 58,8% della produzione elettrica. Il carbone pesa per il 20,7% del mix, mentre il gas registra una riduzione di 12,9 TWh tra il 2020 e il 2025, nonostante un rimbalzo di 4,3 TWh tra 2024 e 2025.

In Olanda le rinnovabili coprono il 51,2% della produzione, con una crescita del 111% in cinque anni, mentre il gas scende del 35% (al 34,8% del mix). Il nucleare resta marginale al 3%.

La Francia, infine, continua a basarsi sul nucleare, che copre il 69% della produzione elettrica (+10,8% dal 2020 al 2025), mentre le rinnovabili crescono del 17,4%, passando da 125 TWh a 146,9 TWh.

Le critiche al Governo e le proposte

Secondo Legambiente, il governo italiano sta commettendo tre errori principali: rafforzare la dipendenza dal gas attraverso nuovi accordi di importazione, investire in infrastrutture fossili e rilanciare il nucleare.

Sul primo punto, vengono citate le nuove partnership con Algeria e Azerbaigian. Sul secondo, progetti come il rigassificatore di Ravenna e la dorsale Snam tra Puglia ed Emilia-Romagna. Ricordiamo che attualmente in Italia sono attivi 5 rigassificatori (Panigaglia, Cavarzere, Livorno, Piombino e Ravenna), con altri tre in progetto: Taranto, Gioia Tauro e Porto Empedocle.

Sul nucleare, Legambiente parla di tecnologia “in via di estinzione” e sottolinea come – tra le tante altre criticità che si accompagnano al ritorno dell’atomo nel nostro Paese – l’Italia non abbia ancora individuato il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

A fronte di queste criticità, l’associazione propone 15 misure per accelerare la transizione energetica. Tra le principali: un piano al 2030 per eliminare i sussidi ambientalmente dannosi, lo stop a nuove infrastrutture fossili, l’abbandono delle politiche pro-nucleare, il rispetto dei tempi autorizzativi per gli impianti rinnovabili e una strategia di riqualificazione degli edifici in linea con la direttiva europea Epbd.

Sul fronte dei prezzi, viene proposta anche l’accelerazione del prezzo zonale e dinamico e il disaccoppiamento delle fonti per ridurre l’impatto del gas sul mercato elettrico.

Un cambio di rotta necessario

“A quattro anni dall’invasione militare della Russia in Ucraina e di fronte a un quadro geopolitico sempre più difficile – ha dettto Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – l’Italia dimostra di non aver ancora imparato la lezione, restando fortemente dipendente dalle fonti fossili”.

Secondo i dati citati nel report, nel 2025 l’85% degli investimenti globali nella produzione elettrica è stato destinato alle fonti pulite (92% negli Stati Uniti). Un segnale chiaro della direzione intrapresa a livello internazionale.

Per Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, “per abbassare il costo dell’energia è fondamentale accelerare la transizione sulle rinnovabili e rafforzare l’efficienza energetica”. Ricordiamo che l’Italia rischia una procedura di infrazione per non aver ancora presentato il piano di riqualificazione degli edifici energivori richiesto dalla direttiva Epbd.

Il messaggio che arriva dal report è chiaro: senza un cambio di strategia netto, l’Italia continuerà a pagare il prezzo della sua dipendenza energetica, in termini economici, ambientali e geopolitici. Le rinnovabili, conclude Legambiente, non sono più una scelta opzionale ma la condizione necessaria per garantire sicurezza, competitività e stabilità al sistema Paese.

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