Il “no dig” per sviluppare la rete e portare le rinnovabili ovunque

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L’Italia tra i principali mercati Ue per l’uso di tecniche non invasive nella posa di elettrodotti. L’esperienza di E-Distribuzione che prevede 10.000 cantieri di questo tipo nel 2024.

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Lo scenario immaginato dalla proposta di aggiornamento del Pniec italiano prevede 131 GW di impianti a fonte rinnovabile installati nel 2030.

Una sfida complessa dal punto di vista del mercato, della normativa e dell’accettabilità sociale.

Non solo, a rendere più articolato questo scenario c’è l’esigenza di adeguare le reti di trasmissione e distribuzione, su cui insistono richieste preventive di connessione per oltre 300 GW.

Come rendere tutto ciò sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale?

La risposta, per quanto riguarda l’adeguamento del network infrastrutturale elettrico, arriva dall’innovazione tecnologica e, in particolare, dal comparto delle “trenchless technology” o “no dig”.

Le tecniche no dig per le reti elettriche del sottosuolo

Le trenchless technology sono una famiglia di tecniche e tecnologie capaci di installare una rete nel sottosuolo o ripararla, senza dover ricorrere al tradizionale scavo a cielo aperto.

Si applicano a condotte idriche, fognarie, gas di diversa natura, Tlc ed elettricità.

La singolarità sta nell’utilizzare sonde, robot, speciali trivelle e molte altre soluzioni a basso impatto che intervengono nel sottosuolo con una sorta di “microchirurgia non invasiva” delle reti, come spiega a QualEnergia.it Paolo Trombetti, presidente dell’associazione italiana di riferimento, Iatt.

“Evitando lo scavo a cielo aperto per interrare una linea elettrica si movimentano meno mezzi, personale e materiali, si riducono i tempi di lavorazione e spesso i costi, oltre ai blocchi del traffico se operiamo in aree urbanizzate”.

I vantaggi, però, non finiscono qui: “Un cantiere di questo tipo è un cantiere sostenibile e quindi necessita di minori iter autorizzativi. Inoltre, pensiamo a una connessione di un impianto eolico o fotovoltaico che deve inevitabilmente passare dove si trova un ostacolo naturale, come laghi e fiumi, o artificiale, come i binari della ferrovia o una discarica, senza dimenticare le aree vincolate dai beni culturali o naturali”.

Normalmente, in questi casi, la tratta della linea di connessione sarebbe deviata su un percorso meno conveniente ma obbligato dai vincoli.

“Con le tecniche no dig, invece, possiamo installare reti elettriche sotto il letto di un fiume o di una ferrovia senza dover scavare nessuna lunga trincea o dismettere ciò che c’è in superfice”, spiega Trombetti.

Una trivellazione orizzontale controllata (Toc), ad esempio, “ha solo bisogno di due piccole aree di ingresso e uscita della testa fresante e dei tubi per installare qualsiasi rete, sotto qualsiasi ostacolo e in qualsiasi curvatura necessaria”.

L’esperienza con il no dig arriva da lontano, visto che si tratta di soluzioni già studiate e applicate negli anni ’80, poi perfezionate anche grazie alla lungimiranza delle grandi società energetiche e Tlc dell’Italia.

Oggi il mercato del nostro Paese è tra i primi in Europa per applicazione; i gestori di rete, in particolare, scelgono questa soluzione per allacciare gli impianti rinnovabili evitando percorsi complessi.

“E ancora di più si dovrà fare ricorso al no dig”, conferma il presidente di Iatt, “se pensiamo alle recenti evoluzioni normative”.

Il riferimento è al tema delle aree idonee: “Le Regioni, nel definire queste aree, valuteranno moltissimi aspetti sociali, ambientali ed economici ma certamente la facilità di allaccio alla rete non sarà un tema primario”.

Dunque, “si potrebbe essere costretti a posare un collegamento in zone complicate, ad esempio caratterizzate da rischio idrogeologico e franoso. In questo caso le trenchless technology sono la soluzione per non dover rinunciare alla realizzazione dell’impianto”.

Il discorso vale anche se le aree idonee corrisponderanno a quelle dove già oggi sono maggiormente addensati gli impianti: “In questo caso – conclude Trombetti – la rete andrà potenziata in alcuni punti, dati i nuovi progetti Fer, e non sempre si potrà fare bypassando facilmente le reti preesistenti, gli altri servizi nel sottosuolo e, in generale, le difficoltà urbanistiche”.

L’esperienza di Enel

“L’utilizzo delle tecnologie no dig si sta diffondendo sempre più grazie all’avanzare dell’innovazione tecnologica e per effetto della spinta delle prescrizioni degli enti proprietari delle strade, che lo rendono sempre più spesso necessario”, ci spiega Giuseppe Santino, capo “network development” di E-Distribuzione.

In passato questa società “ha utilizzato principalmente la tecnica dello spingitubo, soprattutto per superare attraversamenti ferroviari e altri servizi o sottoservizi”.

Oggi, invece, “con i nuovi macchinari disponibili, si ricorre prevalentemente alla Toc. Accade sempre più frequentemente che la riqualificazione dei centri storici, le esigenze di viabilità e le tempistiche di realizzazione richiedano l’utilizzo di questa soluzione”.

Se si considerano solo gli ultimi anni, E-Distribuzione è passata da 300 km di rete elettrica installata con tecniche no dig nel 2020, per 2.000 cantieri attivati, ai 1.100 km del 2023, raggiungendo i 7.100 interventi. “La nostra previsione per tutto il 2024 è di circa 1.350 km”, arrivando a 10.000 cantieri.

“Questa tecnica ci viene richiesta sempre più spesso e pertanto, in funzione dei volumi di investimento da realizzare, prevediamo un trend in crescita almeno fino al 2026”.

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