Nei villaggi rurali dei paesi in via di sviluppo dove l’elettricità è assente o intermittente, un impianto fotovoltaico può cambiare la vita quotidiana: illuminazione, ricarica dei telefoni, acqua pompata senza fatica, piccoli servizi essenziali.
Ma c’è un punto che spesso decide se quell’energia durerà nel tempo: la capacità locale di gestire e riparare ciò che è stato installato.
È su questo confine tra tecnologia e autonomia che lavora da oltre dieci anni Franco Archimede – così ama farsi chiamare – tecnico elettrico e pioniere del solare, attivo tra Africa e Medio Oriente.
Si definisce un “missionario solare”: non perché si limiti a installare pannelli, ma perché punta soprattutto a trasmettere competenze, formando giovani locali perché diventino indipendenti.
Dalla curiosità degli anni ‘80 alla prima missione in Palestina
“Tutto parte dalla mia formazione: sono figlio di un elettricista e mi occupo di solare già dagli anni Ottanta”, racconta. Per anni lavora in una grande società di telecomunicazioni. La svolta arriva con i primi telefoni cellulari: “Mi sono chiesto come fosse possibile ricaricarli con piccoli pannelli solari”.
Da quell’intuizione nasce Solar Charge Oasis, una linea di pannelli per la ricarica dei cellulari che gli consente di lavorare a lungo con un cliente del settore: Thuraya Telec., realtà legata alla telefonia satellitare negli Emirati Arabi Uniti.
Poi il passaggio al fotovoltaico “tradizionale”: “Quando ho capito che il solare applicato ai cellulari non mi bastava più, ho ripreso gli studi e sono diventato progettista di impianti fotovoltaici, approfittando degli incentivi ventennali allora disponibili in Italia”.
Con la fine di quella fase, nel 2014, arriva lo stop: “Mi sono trovato improvvisamente senza lavoro. Poco dopo una Ong mi ha contattato per riparare un impianto che non funzionava. Era in Palestina”. È lì che cambia prospettiva: “Ho capito che il solare poteva essere molto più di un lavoro: poteva diventare uno strumento di sopravvivenza e dignità”.
Da quella prima esperienza, una serie di missioni: Haiti, Eritrea, Centroafrica, Togo, Senegal (più volte), Kenya, Zanzibar. “Ero quasi sempre ospitato da suore o missionari. In Africa non ho mai visto un albergo: ho sempre vissuto nei villaggi”.
La formazione: “non dare il pesce, ma insegna a pescare”
Perché puntare soprattutto sulla formazione, invece che sull’intervento “chiavi in mano”?
“Se installo un impianto e poi me ne vado, al primo guasto tutto si ferma. Se invece insegno come funziona un sistema fotovoltaico, come si misura una tensione, come si collega una batteria, allora quell’impianto potrà continuare a funzionare anche senza di me”.
Da dove si comincia? “Dalle basi assolute: cos’è la corrente elettrica, differenza tra volt e ampere, come si usa un tester. Senza queste conoscenze non si va da nessuna parte. Anche chi non ha mai studiato riesce a capire, se gli fai vedere le cose sul campo”.
E quando l’energia elettrica è del tutto assente, la priorità è ancora più elementare: “In quei casi la prima cosa da fare è realizzare almeno un minimo di impianto elettrico. Spesso vedo volontari che fanno fare ai ragazzi solo i lavori manuali. È un errore. Devono fare tutto loro, dall’inizio alla fine. Solo così imparano davvero”.
Tre esempi di un “volontariato tecnico” sul campo
In una zona rurale del Senegal composta da piccoli villaggi, ogni comunità aveva un pozzo profondo circa 40 metri, azionato manualmente dalle donne. “Durante un sopralluogo ho spiegato ai ragazzi cosa sono le pompe solari. Le abbiamo acquistate e installate insieme. Oggi sanno farlo da soli”.
In Camerun nasce invece l’idea di Solar Mobile: “Un carrello fotovoltaico per ricaricare i cellulari e vendere energia nei villaggi”. L’idea iniziale nasce da un fatto: “Vedevo ragazzi vendere benzina in bottiglie di plastica per alimentare le moto, il mezzo più usato per spostarsi. Ho pensato che il solare potesse offrire un’alternativa più sostenibile”.
Ancora in Senegal. Il fotovoltaico entra anche nella quotidianità: “Ho insegnato come autocostruire un caricatore solare per cellulari. Basta un pannello da 100 watt e una batteria da 100-200 Ah per garantire autonomia energetica di base”.
Qui si inserisce un altro tassello: il recupero dei materiali come parte dell’insegnamento.
In Italia Franco aveva collaborato con aziende che assemblavano pannelli: “Molte celle difettose venivano scartate. Le recuperavo, le tagliavo e le riassemblavo per ottenere la tensione necessaria alla ricarica dei telefoni: 5 o 6 volt”. Quelle celle vengono spedite e poi assemblate dagli stessi ragazzi in Senegal. “Ho sempre considerato il recupero parte integrante dell’insegnamento. Non ho mai visto dietro a questo lavoro un business”.
Materiali: sempre meno “spedizioni dall’Europa”, più autonomia locale
Un passaggio operativo spesso sottovalutato riguarda i componenti: “Oggi in molte capitali africane si trovano pannelli, regolatori di carica, batterie e inverter. È fondamentale usare ciò che è disponibile localmente, così i ragazzi imparano a sostituire i componenti anche quando non sei lì”.
Per questo Franco è critico verso alcune prassi odierne: “Alcune Ong insistono ancora nello spedire sempre tutto dall’Europa, ma non per forza è la scelta migliore”.
Quali impianti realizza e perché
“Impianti piccoli, semplici e robusti: qualche centinaio di watt, al massimo un kilowatt. Illuminazione, ricarica dei telefoni, pompe solari per l’acqua, piccoli frigoriferi. Niente mega-impianti”.
La logica è coerente con il contesto: sistemi gestibili, riparabili, comprensibili. Tecnologia “giusta” non perché minimale, ma perché sostenibile nel tempo.
Il profilo ideale per partire volontario
“Servono tecnici, elettricisti, progettisti. Soprattutto pensionati. I pensionati sono una risorsa enorme: hanno competenze, tempo e una grande voglia di rimettersi in gioco”.
Dopo missioni in Eritrea, Senegal, Camerun, Kenya, Madagascar e altri Paesi, la conclusione è netta: il futuro dell’energia passa anche dai Paesi del Sud del mondo, ma solo se accompagnato dal sapere.
Si è congedato dicendo che avrebbe difficoltà a fare oggi un corso solare ai nostri giovani, perché spesso non ne vedono l’utilità. “Nei Paesi africani dove sono stato, invece, i ragazzi sono orgogliosi di questa attività”, racconta.
E in fondo è anche questo il senso del volontariato tecnico: non solo lasciare un impianto, ma competenze che restano. Per chi parte, vedere accendersi una lampadina nel buio grazie al fotovoltaico, o far arrivare acqua da un pozzo con una piccola pompa solare, ripaga delle tante difficoltà operative.


























