Secondo Energia per l’Italia, il progetto per portare il metano in Sardegna rischia di scaricare sui consumatori costi molto elevati, mentre la Regione continua a frenare lo sviluppo degli impianti rinnovabili.
Un investimento da 1,45 miliardi di euro, costi operativi per 157 milioni l’anno e un onere complessivo in bolletta stimato in 285 milioni di euro annui, con un possibile rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas.
Veramente a pubblicare questi dati relativi alla metanizzazione dell’isola e cioè sul progetto infrastrutturale che dovrebbe portare il metano entro il 2035, è Arera nel suo documento per la consultazione (135/2026/R/GAS del 21 aprile 2026 – pdf)
È su questi dati che interviene Energia per l’Italia, l’associazione fondata da Vincenzo Balzani che riunisce studiosi e scienziati attivi nei settori dell’energia e dell’ambiente, contestando la coerenza economica e climatica dell’operazione.
L’associazione ricorda che l’Autorità aveva approvato gli interventi della prima fase, con una FSRU a Oristano e una rete limitata, ma aveva poi bocciato la seconda fase del progetto, quella della grande dorsale centrale, sollevando dubbi sulla sostenibilità economica dell’infrastruttura rispetto agli obiettivi del Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima.
Secondo Energia per l’Italia, il progetto appare quindi fuori linea sia con gli obiettivi nazionali sia con le reali necessità energetiche della Sardegna, soprattutto in una fase in cui il sistema elettrico dovrebbe accelerare su rinnovabili, accumuli, efficienza e flessibilità.
Costi a carico dei consumatori sardi
Un altro punto critico riguarda la ripartizione dei costi. Arera aveva spiegato che l’intero onere della metanizzazione sarebbe stato posto esclusivamente a carico dei consumatori sardi. La Regione aveva chiesto invece una tariffa unica nazionale, ipotesi poi bocciata.
“Un paradosso insostenibile – afferma Margherita Venturi, presidente di Energia per l’Italia – visto che la Regione blocca le rinnovabili, mentre la metanizzazione si appresta a gravare sui cittadini con costi miliardari”.
L’aspetto politico ed energetico, secondo l’associazione, è proprio questo: mentre si discute di nuove infrastrutture gas, la Sardegna ha reso molto difficile la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili.
La posizione della Regione: meno dorsale, ma più gas
La presidente Alessandra Todde ha preso le distanze dal progetto della grande dorsale centrale, definendola “costosa, impattante e inutile”, però, allo stesso tempo, la sua amministrazione continua a considerare il gas come “energia di transizione”, puntando su due rigassificatori, a Porto Torres e Oristano, e su metanodotti più limitati.
Per Energia per l’Italia, questa impostazione è contraddittoria. Da un lato si ridimensiona la grande infrastruttura centrale, dall’altro si conferma una strategia ancora fondata sul gas, proprio mentre il concetto di gas come fonte di transizione appare sempre più superato, un approccio da fine ‘900, alla luce degli obiettivi climatici, della necessità di ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili e della crescente competitività delle rinnovabili.
“Le motivazioni ambientali usate per bloccare le rinnovabili sono fragili”, osserva Vittorio Marletto, cofondatore di Energia per l’Italia. “Il progetto prevede una nave gasiera e una dorsale di 150 chilometri; quello alternativo due rigassificatori e metanodotti: in entrambi i casi verrà deturpato il paesaggio”.
Il messaggio dell’associazione è netto: se il tema è la tutela del territorio, non si può bloccare quasi ovunque fotovoltaico ed eolico e, nello stesso tempo, accettare nuove infrastrutture fossili, rigassificatori, metanodotti e navi gasiere.
Emissioni elevate, ma rinnovabili frenate
Oggi, sottolinea Energia per l’Italia, la Sardegna ha emissioni pro capite pari a 11,84 tonnellate di CO₂, quasi il doppio della media nazionale, indicata in 6,96 tonnellate. Nonostante questo, sostiene l’associazione, invece di accelerare sulle fonti energetiche pulite la Regione continua a ostacolare lo sviluppo di nuovi impianti.
Un peso rilevante sul fabbisogno e sulle emissioni dell’isola è legato anche alla centrale Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari: un impianto IGCC da 575 MW, attivo dal 2001 e integrato nella raffineria Sarlux. Nel 2024, secondo i dati richiamati dall’associazione, l’impianto ha prodotto oltre 3,9 miliardi di kWh, pari al 47% del fabbisogno elettrico dell’isola.
Energia per l’Italia ricorda inoltre che nel 2009 la centrale avrebbe emesso 5,2 milioni di tonnellate di CO₂, una quantità così elevata, che per una quantità così elevata che “per compensarla servirebbe piantare una foresta grande 4 volte l’intera Sardegna”.
Eppure la Sardegna, viene sottolineato, soddisfa già oggi il 24,5% del proprio fabbisogno energetico totale con fonti rinnovabili. Un dato che, per l’associazione, dovrebbe spingere verso una strategia di accelerazione delle rinnovabili, non verso nuovi investimenti nel gas.
Il quadro è reso ancora più complesso dal rinvio del phase-out di due centrali a carbone, Fiume Santo e Portovesme, che resteranno operative almeno fino al 2027-2028 a causa dell’attuale crisi internazionale e delle esigenze di sicurezza del sistema elettrico.
La battaglia sulle aree non idonee
A frenare lo sviluppo delle fonti pulite è intervenuta anche la legge regionale n. 20/2024, con cui la Sardegna ha classificato come “non idoneo” oltre il 99% del territorio, vietando di fatto la realizzazione di nuovi impianti rinnovabili.
La legge è stata impugnata dal Governo e dichiarata in larga parte illegittima dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/2025.
Energia per l’Italia critica anche la scelta della presidente Todde di impugnare la normativa nazionale sulle aree idonee, definendola un attacco all’autonomia regionale. Secondo l’associazione, questa linea politica finisce per ostacolare ulteriormente gli impianti puliti e, indirettamente, per favorire la prospettiva della metanizzazione.
Per Energia per l’Italia, la strategia energetica sarda rischia quindi di muoversi in direzione opposta rispetto alla decarbonizzazione: nuove infrastrutture gas, centrali a carbone ancora operative e vincoli molto stringenti per le rinnovabili.
“Ed è qui che la strategia regionale mostra la sua incoerenza”, conclude Venturi. “Invece di investire in energia pulita e stoccaggi, si finanziano metanodotti e navi gasiere, mentre il carbone continua a bruciare e i sardi restano tra i più esposti alle emissioni. Una centrale come la Saras, pur essendo a ciclo combinato, continua a lavorare su derivati del petrolio: è la prova che senza rinnovabili l’isola non ridurrà le proprie emissioni”.
La richiesta dell’associazione è sintetizzata in uno slogan: “Più rinnovabili, meno gas. Sblocchiamo gli impianti di energia pulita, fermiamo questa metanizzazione costosa e senza futuro”.



























