Materie prime strategiche “i prossimi 15-20 anni il periodo più critico”

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Il dossier Enea. Oggi la Commissione europea presenta il suo "Critical Raw Materials Act".

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I prossimi 15-20 anni potrebbero costituire “il periodo più critico” per i materiali strategici per le tecnologie low carbon e per questo la transizione “cammina sulla lama di un rasoio”.

Per l’Europa e in particolare per l’Italia, la prospettiva dello sfruttamento delle risorse domestiche appare “realisticamente limitata”, il riciclo di questi materiali è un imperativo, ma l’Ue nel frattempo fa bene a muoversi con gli strumenti di più immediata operatività della diplomazia commerciale.

Questo il messaggio chiave di una nuova monografia Enea sulla questione delle materie materie prime critiche (Critical raw materials, Crm).

Un documento che trovate in fondo all’articolo e che (dopo il dossier Cdp) siamo andati a sfogliare in attesa che oggi, 14 marzo, la Commissione europea presenti il suo Critical Raw Materials Act, che accompagnerà la strategia per l’industria verde e che prevede tra le altre cose che entro il 2030 il 10% del fabbisogno europeo di materie prime critiche andrà estratto nel territorio dell’Unione.

Alta incertezza

Le dimensioni del problema, premette il rapporto, sono difficili da inquadrare: le (poche) stime quantitative raccolte dalla letteratura scientifica divergono. Per alcuni, il mercato delle materie prime potrebbe valere giusto una frazione di quello petrolifero.

Nel 2040 potrebbe essere pari al 3% di quello petrolifero quantificato nel 2016 (Manberger e Johansson, 2019). Per altri, il valore totale della produzione dei metalli per la transizione energetica potrebbe quadruplicare dal 2021 al 2040, arrivando ad eguagliare quello del petrolio greggio (Boer, et al. 2021).

È alta l’incertezza epistemica, poiché sono difficilmente prevedibili gli elementi di contesto: le innovazioni tecnologiche e la catena di retroazioni che ciascuna di queste crea sul sistema, la scoperta di giacimenti, l’orientamento delle politiche governative, i rapporti tra gli stati, le pratiche sociali dei cittadini-consumatori, si spiega.

Non sono “il nuovo petrolio”

Anche il paragone tra l’importanza che il litio e gli atri materiali strategici avranno per l’economia low carbon e quello che gas e petrolio hanno nel sistema attuale va preso con cautela: “un’economia pur caratterizzata dalla centralità delle tecnologie che fanno uso delle CRM potrebbe rivelare un livello di flessibilità gestionale maggiore rispetto ad un’economia basata sulle fonti fossili”, si spiega.

Queste materie, sottolineano gli autori del report, una volta estratte, sono connotate da volumi fisici bassi, non richiedono un flusso distributivo ininterrotto (come accade accade in particolare per il gas) e, least but not last, c’è la prospettiva che l’innovazione tecnologica, di prodotto e di processo restituisca qualche grado di libertà alla soluzione del problema della limitatezza delle CRM (si pensi ad esempio alle batterie con materiali diversi dal litio che si stanno mettendo in commercio).

Least but non last, c’è il riciclo una possibilità che viene concessa ai metalli della transizione energetica, ma non alle fonti fossili.

A di là delle stime quantitative e di queste premesse, il problema c’è: “è fuor di dubbio che il peso delle CRM sia destinato ad aumentare”, spiega il rapporto, e c’è il rischio “piuttosto concreto” che ondate speculative e scambio di derivati sui mercati finanziari “agiscano da moltiplicatori della volatilità, anziché da strumenti di assicurazione per l’investitore”.

Per l’Europa “i prossimi 15-20 anni potrebbero costituire il periodo più critico”, si avverte e anche per questo, “lo strumento dell’Unione Europea al momento apparentemente più praticato è quello a maggior esecutività: gli accordi commerciali, i partenariati strategici e la spinta alla creazione di aree di libero scambio”..

La situazione italiana

Quanto detto a proposito dell’Unione Europea vale ancor più per l’Italia. Allo stato attuale, la dipendenza del paese dall’estero per le CRM è per lo più di tipo implicito, ma questo solo per la relativa debolezza del nostro paese nelle filiere delle tecnologie low carbon.

Le materie prime critiche cioè entrano nella produzione di moduli FV, batterie, veicoli elettrici e generatori eolici usati in Italia ma per lo più prodotti all’estero, si ricorda precisando che il deficit commerciale per queste tecnologie soltanto per i primi dieci mesi del 2022 è sui 3,4 miliardi di euro.

Qualora però dovesse prendere piede questo tipo di produzioni sul suolo nazionale le importazioni di CRM potrebbero però aumentare, rendendone la dipendenza dall’estero esplicita. Il primo banco di prova potrebbe essere quello delle importazioni di litio, dietro alle installazioni delle prime gigafactory in Italia e ad un recente slancio delle esportazioni di veicoli elettrici, si legge nel dossier.

Sull’estrazione mineraria nazionale,“la libertà d’azione di una politica nazionale italiana pare realisticamente limitata”. Le risorse non sono assenti: uno studio recente (Dini et al., 2022), segnala ad esempio il report, prospetta un potenziale di litio di ottimo tenore ricavabile dai fluidi profondi rinvenibili nella “fascia vulcanico-geotermica peri-tirrenica (Toscana-Lazio-Campania)” e in quella della “catena appenninica (da Alessandria fino a Pescara)”.

Ma “visti i lunghi tempi di attivazione dell’attività mineraria, si è tuttavia propensi a credere che nel medio periodo la dipendenza dell’Italia dall’estero difficilmente possa venir compensata dalle sue risorse potenziali”.

Diversificare gli approvvgionamenti

Assieme al riciclo, dunque “la diversificazione delle origini geografiche dei flussi di importazione rimane un’opzione obbligata anche per le politiche nazionali”, sottolinea il rapporto, che però precisa l’opportunità di muoversi sotto l’ombrello dell’Ue.

Resta da capire, riflettono gli autori, quale sarà la direzione del nuovo ordine mondiale, se andrà verso una vera e propria de-globalizzazione e parcellizzazione degli scambi commerciali, oppure verso quella che alcuni studiosi definiscono una “riglobalizzazione selettiva”, cioè una riconfigurazione dell’economia mondiale verso legami commerciali tra paesi politicamente affini (Ottaviano, 2022).

Notizia recente, da qualche parte si comincia a parlare anche di un’alleanza atlantica, già definita buyers club, in chiave anti-cinese (si vedano i colloqui di venerdì scorso tra la presidente della Commissione e il presidente Usa). Vedremo anche cosa dirà il Critical Raw Materials Act che Bruxelles presenterà oggi.

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