La guerra in Ucraina ha stimolato 73 miliardi di dollari di nuovi investimenti nell’idrogeno verde in pochi mesi, grazie al calo dei costi, e ha reso l’idrogeno prodotto da combustibili fossili antieconomico a causa dell’impennata dei prezzi del gas.

È quanto indica un rapporto pubblicato da Carbon Tracker, secondo cui, a causa dell’aumento dei prezzi del gas, 100 miliardi di dollari di asset legati all’idrogeno nero e grigio, cioè prodotto con fonti “sporche” come il carbone e il gas, potrebbero rimanere incagliati entro il 2030, soprattutto in Europa e Asia.

Idrogeno fossile vs verde

Il rapporto “Clean Hydrogen’s Place in the Energy Transition” (Il ruolo dell’idrogeno pulito nella transizione energetica) rileva che l’impennata del prezzo del gas ha fatto balzare il costo livellato dell’idrogeno prodotto da combustibili fossili e ha accelerato gli investimenti e i piani per la costruzione di ulteriori impianti a idrogeno pulito, dato che l’interesse per questo combustibile è aumentato, grazie ai progressi tecnologici nella sua produzione e alla diminuzione dei costi.

Dall’inizio del conflitto, infatti, i prezzi del gas naturale, una delle principali materie prime per la produzione di idrogeno da combustibili fossili, sono saliti di oltre il 70% sui mercati internazionali, innescando una crisi energetica e spingendo i legislatori di tutto il mondo a cercare urgentemente fonti alternative.

Il rapporto rileva che il grosso dei nuovi investimenti nell’idrogeno verde è stato effettuato da 25 Paesi, per lo più appartenenti all’emisfero settentrionale. Germania, Marocco e Stati Uniti sono fra i Paesi che si sono impegnati di più, con l’Italia in settima posizione.La produzione, invece, sarà fatta nell’emisfero meridionale, dove, grazie alle più ingenti fonti rinnovabili, dovrebbe avvenire il 50% della trasformazione di acqua in idrogeno verde, con Sudafrica e Cile che ne controlleranno la maggior parte, pari a 68 milioni di tonnellate.

Al contrario, come detto, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti nell’idrogeno di origine fossile, in particolare quelli legati al gas, potrebbero rivelarsi stranded asset prima del 2030 a causa dei prezzi elevati del metano, dell’insicurezza delle forniture e degli impegni a ridurre l’uso del gas in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione, secondo il rapporto.

Fra le aree a maggiore rischio che potrebbero ritrovarsi con delle infrastrutture antieconomiche e improduttive sono l’Europa e l’Asia, dove nuovi asset per l’idrogeno fossile (8 milioni di tonnellate) entreranno in funzione solo a partire da quest’anno, con poco tempo cioè per essere ammortizzati.

“Anche se l’idrogeno verde non può essere considerato la pallottola d’argento per la crisi climatica, offre una parte della soluzione se usato in modo mirato per industrie specifiche”, ha detto Kofi Mbuk, analista senior e autore del rapporto, consultabile dal link in fondo a questo articolo.

Nonostante i vantaggi dell’utilizzo dell’idrogeno verde nella decarbonizzazione e i costi inferiori a quelli dell’idrogeno di origine fossile, il rapporto rileva che i fattori ambientali, come l’eccessivo consumo di acqua dolce e le inefficienze tecnologiche ed energetiche nella sua produzione, freneranno la crescita nel breve e medio termine.

“L’idrogeno verde avrà un ruolo cruciale nella transizione energetica, ma le applicazioni dovranno concentrarsi sul settore agricolo (fertilizzanti) e sull’industria pesante (acciaio, trasporti pesanti, spedizioni, miniere) fino a quando l’innovazione tecnologica degli elettrolizzatori non migliorerà e l’utilizzo di acqua dolce non sarà ridotto”, ha dichiarato Mbuk.

Crisi di crescita dell’idrogeno verde

La dipendenza da enormi quantità di acqua dolce, per scindere l’idrogeno e l’ossigeno dall’acqua, e le inefficienze energetiche potrebbero ostacolare seriamente la crescita dell’idrogeno verde.

Un terzo dell’energia necessaria viene infatti sprecato nella produzione, fino a un ulteriore 25% che viene perso durante la liquefazione o la conversione in altri vettori come l’ammoniaca; un altro 10% dell’energia propria dell’idrogeno viene consumato per trasportare il prodotto.

Secondo gli obiettivi di crescita dell’Agenzia internazionale dell’energia per l’idrogeno, il rapporto stima che entro il 2050 il volume totale di acqua dolce necessaria per produrlo in modo pulito sarà pari ad oltre un quarto dell’attuale consumo mondiale di acqua dolce, con i Paesi della regione del Medioriente e Nord Africa in una posizione di particolare vulnerabilità.

Il rapporto stima che la creazione di un’economia verde dell’idrogeno richiederà 3.000 miliardi di dollari di investimenti entro il 2050, in base agli obiettivi di decarbonizzazione. Tutto ciò al netto della costruzione di asset critici come impianti di importazione/esportazione, trasporto (autocisterne), stoccaggio, condotte e impianti di desalinizzazione.

A tal fine, i governi hanno un ruolo importante nel facilitare la crescita creando il giusto contesto normativo, dice il rapporto, tra cui:

  • l’introduzione di certificati verdi per l’idrogeno per confermare forniture interamente prodotte da energia rinnovabile;
  • l’introduzione di contratti per differenza (CFD) per stimolare la crescita delle tecnologie rinnovabili che garantiscono agli investitori un incentivo favorevole che consente loro di capitalizzare i rendimenti; il CFD protegge l’investitore da future fluttuazioni sconosciute dei costi attraverso strategie di copertura finanziaria;
  • l’ntroduzione di crediti d’imposta; gli Stati Uniti hanno recentemente introdotto un sistema del genere, nell’ambito dell’Inflation Reduction Act e questo rende più accessibile la produzione di fertilizzanti e l’alimentazione di altre industrie pesanti;
  • la creazione di organismi dedicati per finanziare la crescita.

Bolla dell’idrogeno

I problemi di efficienza energetica menzionati sono in gran parte insormontabili. Non possono cioè essere risolti da alcuna innovazione tecnologica, poiché hanno a che fare con i limiti fisici della termodinamica.

A tal proposito, bisogna notare quindi che va montando nel mondo quella che rischia di diventare une vera e propria “bolla dell’idrogeno”.

Ci sono cioè molti venditori di fumo, abili a convincere i politici di turno e una folta schiera di investitori privati a finanziare con ingenti fondi pubblici e risorse private applicazioni dell’idrogeno destinate a fare, quasi letteralmente, enormi buchi nell’acqua, creando infrastrutture inservibili e false speranze.

L’idea che l’idrogeno sia un coltellino svizzero in grado di decarbonizzare tutto, dal riscaldamento ai trasporti, dall’industria pesante alla produzione di energia, è “pericolosa“, ha detto Michael Liebreich, fondatore di Bloomberg NEF, all’apertura del Congresso mondiale sull’idrogeno a Rotterdam, pochi giorni fa.

L’uso dell’idrogeno pulito in un mondo a zero emissioni è in realtà limitato dalle proprietà fisiche del gas, dall’enorme quantità di energia rinnovabile che sarebbe necessaria se l’idrogeno verde dovesse decarbonizzare molti settori e dal fatto che l’idrogeno è in diretta concorrenza con opzioni elettriche più facili, efficienti e a basso costo, ha spiegato Liebreich.

“Con un coltellino svizzero puoi tagliarti i capelli, potresti potare i tuoi alberi o sostituire uno pneumatico della tua bicicletta, ma non lo fai. E il motivo per cui non lo si fa è che c’è sempre qualcosa di più economico, efficiente, sicuro e facile da usare”.

L’analista, consulente e investitore indipendente ha sottolineato che ogni anno vengono prodotti 94 milioni di tonnellate di idrogeno grigio e nero ricavato da gas naturale e carbone, fonti sporche, che emettono 830 milioni di tonnellate di carbonio, e queste cifre sono ancora in aumento.

“Prima di far passare l’idrogeno come la soluzione al cambiamento climatico, dobbiamo risolvere il problema dell’idrogeno come causa di cambiamento climatico“, ha detto.

La sola sostituzione di questo idrogeno sporco, utilizzato principalmente nella produzione di prodotti chimici e nella raffinazione del petrolio, con quello verde richiederebbe il 143% di tutta l’energia eolica e fotovoltaica installata a livello globale fino ad oggi, ha chiarito Liebreich.

Se si dovessero aggiungere altri settori con ulteriori utilizzi dell’idrogeno verde o dei suoi derivati per una completa decarbonizzazione, come il trasporto marittimo, l’acciaio e l’immagazzinamento di energia a lunga durata, sarebbero necessari il quintuplo di tutte le installazioni eoliche e solari esistenti; e questo prima ancora di decarbonizzare la fornitura di energia elettrica o settori meno difficili da efficientare, come il riscaldamento e il trasporto su strada.

“La catena di approvvigionamento delle energie rinnovabili non sarà in grado di far fronte a tutto ciò che non sia l’uso più essenziale dell’idrogeno”, che consiste nella sostituzione dell’idrogeno nero e grigio con l’idrogeno verde esclusivamente per la produzione di fertilizzanti, necessari a sfamare l’umanità, altri prodotti chimici e non molto altro, abbandonando gradualmente la raffinazione di petrolio, destinata a diminuire sempre di più.

Quando leggiamo sui giornali le “magnifiche” ipotesi nell’utilizzo dell’idrogeno come per il riscaldamento o i veicoli leggeri, con i politici che “indossano gli elmetti e i giubbotti catarifrangenti per farsi belli a qualche inaugurazione”, sappiate che queste applicazioni sono realizzabili molto più facilmente, con più efficienza e minori investimenti, grazie a soluzioni elettriche, ha concluso Liebreich.

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