Entro il 2035 dai data center fino al 13% dei consumi

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Efficienza e rinnovabili non basteranno a ridurre l'impatto: fino a 4,3 GW di domanda, con carichi piatti e localizzati, avverte il nuovo report dell'Energy & Strategy Group del Polimi.

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La crescita dei data center legata alla digitalizzazione e, in particolare, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta emergendo come uno dei fattori più rilevanti – e meno governati – dell’aumento della domanda elettrica.

È quanto risulta dal Digitalization and Decarbonization Report 2025 dell’Energy & Strategy Group – School of Management del Politecnico di Milano, presentato oggi, 28 gennaio (in basso documento e slide).

A dicembre 2025, sottolinea lo studio, le domande presentate per nuovi data center hanno raggiunto 69 GW, un valore più che raddoppiato rispetto al 2024 e quasi tredici volte superiore al 2023.

Richieste che ovviamente non si tradurranno tutte in impianti realizzati – il rapporto stimato è inferiore a 1 a 10 –  ma che rappresentano un indicatore chiave delle aspettative degli operatori e della pressione potenziale sulla rete.

Questi numeri, emerge dalla presentazione dell’E&S Group, sono già oggi incompatibili con la capacità disponibile delle infrastrutture elettriche, soprattutto a livello locale, anche tenendo conto dei miglioramenti dell’efficienza previsti e dell’incremento dell’autoproduzione da Fer.

Fino al 13% dei consumi al 2035

Secondo il report, la capacità installata dei data center in Italia, stimata in 609 MW nel 2025, potrebbe salire entro il 2035 a 2,3 GW nello scenario tendenziale, che diventano 4,6 GW nello scenario estremo.

Anche lo scenario più conservativo implica una moltiplicazione della capacità di quasi quattro volte in dieci anni, un incremento che trasforma i data center da carico marginale a nuovo grande consumatore industriale di elettricità, con profili di prelievo continui e poco flessibili.

Ad aggravare la situazione c’è poi la forte concentrazione geografica delle richieste di connessione. Lombardia e Piemonte da sole rappresentano oltre due terzi del totale, con una particolare intensità nell’area milanese. Seguono, a distanza, Lazio, Puglia, Veneto ed Emilia-Romagna.

La localizzazione dei data center – sottolinea il report – tende a sovrapporsi a nodi di rete già congestionati, rendendo la connessione alla rete il principale collo di bottiglia, prima ancora della disponibilità di nuova generazione.

Nel 2024 i data center hanno consumato circa 5,8 TWh, pari all’1,9% dei consumi elettrici nazionali. Secondo le proiezioni del report, al 2035 questa quota potrebbe salire a un intervallo compreso tra 7% e 13% del totale.

Un simile livello di domanda – si osserva – rende i data center un attore strutturale del sistema elettrico, in competizione con altri usi strategici dell’elettricità, dall’elettrificazione industriale alla mobilità e al riscaldamento.

Dal punto di vista climatico, il report stima che nel 2024 le emissioni dei data center italiani abbiano superato 1 milione di tonnellate di CO₂. Se il mix elettrico rimanesse invariato, al 2030 le emissioni potrebbero collocarsi tra 4,9 e 8,4 milioni di tonnellate; in uno scenario coerente con il Pniec, le emissioni resterebbero in crescita, tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate.

Efficienza e rinnovabili non basteranno

Un elemento spesso sottovalutato riguarda i consumi per il raffreddamento, che oggi rappresentano mediamente il 25-30% del fabbisogno elettrico complessivo dei data center. Soluzioni innovative, in particolare il raffreddamento a liquido, possono ridurre drasticamente questi consumi, fino al 90%, si è spiegato.

Ma queste tecnologie non sono ancora diffuse su larga scala e richiedono investimenti rilevanti, rendendo poco realistico un affidamento esclusivo sull’innovazione tecnologica nel breve periodo.

Incentivare l’integrazione dei data center con impianti rinnovabili dedicati, con o senza sistemi di accumulo, per ridurre il prelievo dalla rete è essenziale per contenere l’impatto ambientale e la pressione sulle infrastrutture, osservano gli esperti dell’E&S G.

Allo stesso tempo, emerge chiaramente che l’autoproduzione non risolve da sola le criticità sistemiche, soprattutto in presenza di carichi continui e localizzati. Anche ipotizzando una diffusione significativa di impianti dedicati, la copertura del fabbisogno su base oraria richiederebbe sistemi di accumulo di dimensioni molto rilevanti, oggi ancora costosi e non sempre disponibili, si osserva. Inoltre, l’autoproduzione non elimina il problema della connessione alla rete e della congestione locale, dal momento che i data center restano comunque fortemente dipendenti dall’infrastruttura elettrica per garantire continuità e sicurezza del servizio.

Insomma, il quadro delineato dal documento mostra come la crescita dei data center rappresenti una sfida strutturale per il sistema elettrico, che richiede pianificazione di rete, nuove capacità rinnovabili, accumuli e criteri di localizzazione coerenti. In assenza di un coordinamento efficace, il rischio è che la digitalizzazione diventi un fattore di stress per reti, mix di generazione ed emissioni, anziché un alleato della transizione energetica.

Previsioni incerte 

Report del Polimi a parte, va comunque sottolineato che le stime sui consumi futuri dei data center restano intrinsecamente incerte, perché il settore è attraversato da dinamiche tecnologiche estremamente rapide.

Come evidenziato anche da analisi che abbiamo pubblicato nei mesi scorsi, l’efficienza computazionale dell’AI può migliorare di ordini di grandezza in tempi molto brevi, grazie a progressi combinati di hardware, software e architetture di calcolo: Amory Lovins fa notare ad esemipo che l’efficienza quadruplica circa ogni anno, mentre casi come DeepSeek mostrano riduzioni dei consumi per addestramento fino al 90–95% rispetto a configurazioni tradizionali, pur con spostamenti dell’onere energetico tra training e inferenza.

In questo contesto, proiezioni di lungo periodo sui fabbisogni elettrici rischiano di sovrastimare carichi che potrebbero ridursi drasticamente in rapporto alle unità in servizio.

Lo stesso report dell’E&S G richiama implicitamente questa incertezza, suggerendo che la vera variabile discriminante non sia solo la quantità di energia disponibile e richiesta, ma la capacità del sistema di adattarsi con carichi che massimizzino anche la flessibilità operativa.

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