Questa è la storia dello scontro fra due ottusità politiche che, alla fine, potrebbe persino portare a uno sperabile lieto fine.
Da una parte c’è Cuba, l’isola dei Caraibi governata da 66 anni da un regime autoritario comunista, dopo essere stata a lungo nelle mani di dittatori corrotti, filoamericani e legati anche a Cosa Nostra. Da alcuni mesi il paese è precipitato in un vero incubo energetico.
Dopo anni di sanzioni più o meno dure da parte del suo ingombrante vicino a stelle e strisce, Cuba è stata messa in ginocchio dalla decisione di Trump, e del suo ministro degli Esteri Marco Rubio, figlio di fuoriusciti cubani, di impedire l’arrivo di derivati petroliferi nell’isola, imponendo sanzioni anche a chi osasse fornirglieli.
Poiché il sistema elettrico cubano è alimentato per l’83% da centrali a olio combustibile, quasi tutto importato, e per il 13% da metano, l’embargo ha prodotto, oltre al prevedibile blocco dei trasporti su strada, anche blackout a ripetizione, via via che le vetuste centrali elettriche cubane restavano senza carburante.
L’ultimo blackout del 22 marzo ha interessato tutta l’isola ed è durato quasi un giorno, impedendo, per esempio, anche le operazioni chirurgiche in decine di ospedali. Poi Trump ha concesso il rifornimento di combustibile da parte di una petroliera russa e la situazione, almeno temporaneamente, si è stabilizzata.
La prima ottusità di cui parlavamo è quella dei politici cubani, che pur sapendo da decenni di avere un sistema energetico pericolosamente dipendente dalle importazioni petrolifere, hanno preferito far finta di nulla. Hanno continuato a confidare nel sostegno di nazioni — prima l’Urss, poi il Venezuela o il Messico, quindi l’Iran e la Russia — che, anche per fare dispetto agli Usa, avrebbero fornito all’isola greggio e derivati a prezzi di favore.
Insieme alle vecchissime auto yankee che ancora circolano per le strade, Cuba ha mantenuto in funzione centrali a olio combustibile vecchie di 70 anni, investendo fino al 2024 quasi nulla nelle energie rinnovabili, nonostante l’abbondanza locale di sole e vento.
Ora è arrivato il conto da pagare. A prima vista sembrerebbe che il vincitore sia il bullo di Washington che, chiudendo i rubinetti del petrolio, tiene nelle proprie mani il destino energetico dell’isola.
Ma forse anche lui ha peccato di ottusità, dimenticando che gli impianti a fonti rinnovabili possono essere installati molto rapidamente e a costi sempre più bassi proprio dal maggiore competitore strategico degli Stati Uniti: la Cina.
Pechino non si è fatta sfuggire l’occasione di mettere nella sua orbita un avamposto a meno di 150 km dalla Florida. Dopo aver presentato nel 2025 un ambizioso piano per la costruzione di 92 grandi impianti solari a terra, i cinesi ne hanno già realizzati 75, e i risultati cominciano a vedersi.
La produzione di energia elettrica da fotovoltaico è passata dal 3,5% del 2024 a oltre il 10% nel 2025 e, a fine anno, potrebbe arrivare a sfiorare il 17%, dando un contributo significativo alla tenuta del sistema ed evitando blackout totali come quelli avvenuti di recente.
Secondo un articolo apparso sulla rivista dell’Università di Yale, la potenza solare di picco nell’isola ha già raggiunto i 900 MW e presto arriverà al GW: non male per una nazione che consuma appena 20 TWh l’anno.
Ma non basta. Oltre alla produzione per la rete, molti cubani stanno provvedendo autonomamente a installare sulle proprie case piccoli impianti fotovoltaici, i cui prezzi sono crollati del 90% rispetto a un decennio fa. A volte sono affiancati da sistemi di accumulo a batteria, spesso autocostruiti, per mantenere attive almeno le utenze domestiche basilari durante le interruzioni sempre più frequenti, dovute non solo ai blackout, ma anche a una rete di distribuzione vetusta e in pessime condizioni.
Mentre Trump stringe il cappio energetico intorno a Cuba, l’isola prova dunque a divincolarsi. Fin dove potrebbe arrivare?
L’Ong Common Wealth, in un report pubblicato il 14 aprile sul sito dedicato al suo Transition Security Project, dal titolo “Sunrise After the Blockade” (link in basso), ha provato a fare i conti su come il paese caraibico potrebbe diventare del tutto autonomo dalle fonti fossili importate.
Secondo l’autore, Kevin Cashman, con investimenti per “soli” 8 miliardi di dollari Cuba potrebbe generare il 93% della sua elettricità da fonti rinnovabili. Con 19 miliardi di dollari, invece, l’intero sistema energetico potrebbe diventare rinnovabile al 100%, comprendendo anche la sostituzione dei veicoli con motore a scoppio con mezzi elettrici.
“La strategia statunitense di consolidare la dipendenza dai combustibili fossili mira a rallentare la transizione verde e rafforzare il potere degli Stati Uniti. Per Paesi come Cuba, che possiedono un enorme potenziale di energia rinnovabile, ma che subiscono blackout e disagi creati da embarghi e ricatti, la transizione verso l’elettricità verde sarebbe un esempio luminoso per il mondo”, ha scritto Cashman.
Certo, per la disastrata economia cubana, che in questi ultimi mesi ha visto prosciugarsi anche le entrate legate al turismo, quelle cifre sembrerebbero irraggiungibili. Ma c’è chi ha tutte le intenzioni di aiutare L’Avana.
La Cina, infatti, ha annunciato di voler affiancare ai 92 parchi solari previsti entro il 2028 anche sistemi di accumulo, così da consentire a Cuba di mantenere accese le luci anche di notte.
È probabile che fra Pechino e L’Avana siano già intense le discussioni su come inserire nell’equazione anche l’elettrificazione dei trasporti, settore per il quale la Cina ha già pronte decine di modelli di auto, furgoni e camion a batteria. In questo caso, il problema sarà la necessaria ricostruzione dell’infrastruttura elettrica dell’isola, che dovrà reggere migliaia di punti di ricarica a media e alta potenza.
Non c’è dubbio che per la Cina l’occasione sia troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Investendo qualche miliardo in “prestiti per la transizione cubana”, Pechino non solo sottrarrebbe Cuba alle armi di ricatto energetico americane, ma la inserirebbe nella propria orbita commerciale e politica, creando una nuova dipendenza tecnologica, certamente molto meno tossica di quella del fossile, intorno al sistema energetico dell’isola.
Sarebbe anche un interessante caso di studio per tutti quei paesi in via di sviluppo che oggi soffrono pesantemente l’aumento dei prezzi energetici causato dall’instabilità geopolitica, dalle crisi militari e dalla dipendenza da combustibili fossili importati.
Il messaggio cinese sarebbe chiarissimo: affidatevi a noi e vi aiuteremo a superare la dipendenza da petrolio, gas e carbone, liberandovi dai ricatti di chi li produce e mettendovi al riparo dalle mattane militaresche di chi vuole comandare il mondo. E se riusciranno a Cuba, la fila per imitarla potrebbe diventare lunghissima.
Del resto, è un messaggio che molti paesi hanno già recepito. È il caso del Pakistan, con la sua adozione a rotta di collo del solare cinese per tagliare il costo dell’energia (Come il Pakistan ha parzialmente ‘aggirato’ Hormuz col fotovoltaico).
Ma anche del Kenya, che sta puntando su sole, vento e geotermia per alimentare la propria crescita economica, o dell’Etiopia, che sta addirittura vietando l’acquisto di veicoli con motore a scoppio per puntare tutto su quelli elettrici, riforniti da elettricità solare, idrica ed eolica prodotta localmente.
Insomma, indipendentemente dal fatto che Cuba – che forse ha cominciato troppo tardi a pensarci – riesca o meno a sfuggire al capestro dei fossili, sempre più paesi in via di sviluppo stanno capendo che fare a meno dei combustibili fossili importati è ormai non solo possibile, ma conveniente.
È arrivato il momento storico per farlo, evitando quel peso mostruoso e volatile nei bilanci statali, esposti a prezzi che impazziscono per fattori spesso del tutto fuori dal controllo dei singoli paesi. Sarebbe un paradossale esito della vecchia e violenta strategia di usare la leva dei fossili per dominare il mondo, come se fossimo rimasti agli anni ’70.
Sempre più paesi stanno capendo che c’è un modo per liberarsi da quel giogo. Quando lo capiremo anche in Italia?
- Report di Common Wealth (pdf)


























