L’Unione europea sta affrontando diverse difficoltà nel tentativo di liberarsi dagli attuali rapporti di dipendenza dalla Cina e dai paesi del Sud del mondo per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime critiche.
Litio, nichel, cobalto e terre rare (un sotto-gruppo specifico di 17 elementi) sono solo alcuni dei materiali fondamentali la produzione di tecnologie necessarie alla transizione energetica come batterie, turbine eoliche e pannelli solari, che però i Paesi Ue non riescono a produrre, raffinare o riciclare efficacemente in maniera autonoma.
Secondo una relazione critica della Corte dei conti europea (Eca) di Lussemburgo gli obiettivi fissati da Bruxelles per il 2030 sul riciclaggio o sull’estrazione all’interno dei confini comunitari restano “fuori portata”. “È quindi fondamentale che l’Ue migliori la propria strategia e riduca la propria vulnerabilità in questo ambito”, afferma Keit Pentus-Rosimannus, membro dell’Eca e responsabile dell’audit.
Il rapporto (link in basso), che esamina la capacità dei Paesi dell’Unione di raggiungere l’obiettivo del 42,5% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030, sottolinea un evidente divario tra retorica e realtà: l’attività mineraria e l’esplorazione sono “sottosviluppate”, e anche quando vengono scoperti nuovi giacimenti possono volerci fino a 20 anni, se non oltre, prima che un progetto minerario diventi operativo. Ciò rende difficile immaginare un contributo concreto entro la scadenza di fine decennio.
Si veda in basso, a titolo esemplificativo, l’iter per un procedimento simile in Svezia.
Le fonti di approvvigionamento
E mentre la produzione interna è frenata da burocrazia e costi alti, gli sforzi messi in campo per diversificare le importazioni non stanno dando i frutti sperati.
La maggior parte dei minerali necessari viene estratta e trasformata al di fuori dei confini comunitari e l’approvvigionamento è spesso concentrato in uno o pochi Paesi esteri.
Ad esempio, come emerge dalla mappa in basso, la Cina fornisce il 97% del magnesio dell’Ue (fondamentale negli elettrolizzatori per generare idrogeno, ndr) e la Turchia fornisce il 99% del boro, utilizzato nei pannelli solari.
Per la maggior parte delle materie prime critiche, comprese le 26 pertinenti ai fini della transizione energetica, l’Unione dipende dalle importazioni da paesi non-Ue.
Per dieci di questi materiali (vanadio, scandio, niobio, litio, terre rare leggere, terre rare pesanti, boro, alluminio, magnesio e fosforo), il rapporto di dipendenza è totale.
Per ridurre i rischi connessi a una subordinazione di questa portata, il Regolamento sulle materie prime critiche (Critical Raw Materials Act, “Crma”) varato dall’Ue ormai due anni fa fissa un valore-obiettivo non vincolante in virtù del quale, entro il 2030, non più del 65% di ciascuna materia prima strategica può provenire da un unico paese non-Ue, sia esso non trasformato o in qualsiasi fase della trasformazione.
In fase di estrazione (ossia, per le materie prime strategiche non trasformate) esiste attualmente una dipendenza dell’Ue superiore al 65% per il boro (dalla Turchia, pari al 99%). In fase di trasformazione, ciò vale per quattro materiali strategici: il litio dal Cile e magnesio, gallio ed elementi delle terre rare, tutti dalla Cina.
Il gigante asiatico detiene un vero e proprio predominio. Pechino controlla tra il 69% e il 74% di sei importanti terre rare, tra cui due minerali (neodimio e praseodimio) necessari per realizzare magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche. L’Ue ha rivelato che delle 20mila tonnellate di queste componenti utilizzate dall’industria comunitaria nel 2024, 17mila provenivano proprio dalla Cina.
Criticità nel riciclo
Il regolamento “Crma” prevede inoltre che entro il 2030 almeno il 25% del consumo di materie prime strategiche provenga dal riciclo.
Le prospettive delineate dalla Corte sono però poco rassicuranti. Dallo studio emerge che attualmente 7 dei 26 materiali necessari alla transizione hanno tassi di riciclaggio tra l’1% e il 5%, mentre 10 non vengono riciclati affatto.
Gli operatori europei del settore sono schiacciati da alti costi di trattamento, quantità limitate di materiale disponibile e ostacoli tecnologici e normativi che ne minano la competitività. Questo rende difficile, ad esempio, recuperare materiali preziosi come gli elementi delle terre rare dai motori elettrici o il palladio dall’elettronica.
Italia e Germania avvisano l’Ue
L’Italia si è recentemente attivata per tentare di spezzare il monopolio cinese. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’omologo tedesco Johann Wadephul hanno appena inviato alla Commissione europea un documento di indirizzo politico in cui si sottolinea l’urgenza di costruire catene di approvvigionamento sicure attraverso una stretta collaborazione non solo all’interno dell’Ue, ma anche con gli Stati Uniti e i partner del G7+.
L’idea, si legge in una nota del ministero degli Esteri, è di allargare gli orizzonti a Paesi terzi in Africa, nell’Indo-Pacifico e in America Latina per nuovi partenariati tra estrattori, trasformatori e utilizzatori finali.
Secondo l’analisi della Corte dei conti europea, negli ultimi cinque anni, l’Ue ha siglato 14 partenariati strategici, ma la metà di questi riguarda Paesi con scarsi punteggi di governance e, paradossalmente, le importazioni da questi partner sono addirittura diminuite tra il 2020 e il 2024 per circa la metà delle materie prime esaminate
Nella lettera firmata da Italia e Germania si invita inoltre l’Europa a investire massicciamente nello sviluppo delle capacità interne, nello stoccaggio strategico e nell’innovazione tecnologica legata al riciclo.
I due ministri concordano sul fatto che l’affrancamento europeo richiederà tempo, sforzi normativi e soprattutto costi aggiuntivi, che dovranno essere prevedibili, equamente ripartiti tra i partner e compatibili con la tenuta del sistema industriale europeo.
Il mondo si muove
Il tema di una nuova geografia mondiale delle materie prime critiche non riguarda soltanto l’Europa. Ieri il segretario di Stato americano Marco Rubio ha convocato a Washington un vertice che coinvolge più di 50 Paesi per coordinare la diversificazione delle forniture.
Si tratta del secondo vertice sull’argomento nel giro di un mese. Gli Stati Uniti e i partner valuteranno misure che includono l’allineamento degli incentivi commerciali e di investimento, l’incoraggiamento di nuove capacità di estrazione e lavorazione al di fuori della Cina e l’esplorazione di interventi di mercato come prezzi minimi, scorte strategiche e restrizioni all’esportazione.
L’incontro avviene dopo che lunedì 2 febbraio il presidente Usa Donald Trump ha lanciato una riserva strategica di minerali essenziali, denominata “Project Vault”, sostenuta da 10 miliardi di dollari di finanziamenti iniziali dalla US Export-Import Bank e da 2 miliardi di dollari di finanziamenti privati.

































