Che vento tira sulla decarbonizzazione in Italia? Male i trasporti, meglio l’industria

Quali settori stanno rispondendo più efficacemente agli obiettivi di riduzione delle emissioni? I dati del nuovo portale "Atena" di Italy for Climate.

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Italy for Climate (I4C), centro studi della “Fondazione per lo sviluppo sostenibile” che supporta la transizione del nostro Paese verso la neutralità climatica entro il 2050, ha lanciato un nuovo database che integra in un’unica piattaforma tutti i principali indicatori sulla decarbonizzazione nazionale.

Si chiama “Atena”, acronimo per “Atlante della transizione energetica nazionale”: uno strumento consultabile gratuitamente online e aggiornato, pensato per aiutare decisori politici, imprese e ricercatori nel monitorare l’avanzamento verso gli obiettivi climatici di fine decennio e di metà secolo.

Offre una fotografia dell’andamento delle emissioni, dei consumi energetici e della diffusione delle rinnovabili, con un focus sui quattro settori che guidano la transizione: industria, trasporti, edifici e agricoltura.

Il quadro che emerge mostra un’Italia che avanza, ma con una velocità ancora insufficiente rispetto agli altri grandi Paesi europei.

Il quadro generale

Un po’ di dati generali per avere il polso della situazione: nel 2024 le emissioni nazionali sono state pari a 376 milioni di tonnellate, -28% rispetto al 1990, mentre per rispettare la traiettoria europea al 2030 servirebbe quasi il -50%.

Siamo al di sotto della media europea, che ha tagliato le proprie emissioni di quasi il 40%, ma anche di quanto hanno fatto ad esempio da Francia e Germania.

I consumi finali di energia, pari a 109 Mtep, risultano ancora superiori ai livelli del 1990 e scendere al di sotto dei 100 Mtep entro il 2030 sarà “un obiettivo molto sfidante”, avvertono gli analisti.

Le rinnovabili coprono appena il 19% dei consumi finali, una quota inferiore a tutte le altre grandi economie europee e alla media Ue (pari al 23%), a causa di una crescita molto lenta registrata negli ultimi anni, che rende l’obiettivo al 2030 del 39% ancora lontano.

Buone notizie arrivano però sul fronte della generazione elettrica, dove nel 2024 il 49% dell’elettricità è stato prodotto da fonti rinnovabili ( grafico in basso). Ci si aspetta in futuro un’inversione dei ruoli con le fonti fossili che dovrebbero diventare minoritarie.

In totale lo scorso anno circa 140 TWh sono stati prodotti da idroelettrico, fotovoltaico, eolico, impianti a biomasse e geotermia: un valore che secondo le stime di I4C dovrebbe arrivare a 250 miliardi di kWh (250 TWh) nel 2030 e a 600 miliardi di kWh nel 2050.

La maglia nera dei trasporti

Tra i vari settori analizzati, i trasporti restano quello più critico. È l’unico ambito in cui le emissioni dal 1990 non sono diminuite: si è anzi evidenziato un aumento del 7%, anche a causa dell’alta dipendenza dell’Italia dall’auto privata (abbiamo 701 veicoli ogni 1.000 abitanti, il dato più alto di tutti i Paesi europei).

Al 2030 le emissioni dovrebbero ridursi di circa il 15%, secondo lo scenario di I4C, arrivando a 89,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, quasi il livello minimo raggiunto nel 2020 di 89,2 dovuto alla pandemia, per poi arrivare a emissioni quasi zero nel 2050, come mostra il grafico in basso.

La quota dei consumi energetici del settore trasporti soddisfatta nel 2024 da benzina, gasolio e Gpl è altissima: il 92%. Stiamo parlando del settore di gran lunga più dipendente dai prodotti petroliferi in Italia.

In questo segmento le fonti rinnovabili faticano ad emergere: hanno permesso di soddisfare appena il 5% dei consumi finali, la quota più bassa tra tutti i settori nel nostro Paese.

La situazione per edifici e agricoltura

Leggermente migliore la fotografia che riguarda gli edifici (che sulla piattaforma includono sia le abitazioni che i servizi, ndr): restano il settore più energivoro ma sono comunque riusciti a ridurre del 22% le emissioni dal 1990 al 2024 e già per fine decennio sono chiamati a un importante ulteriore sforzo di efficientamento ed elettrificazione dei consumi.

Il tasso di elettrificazione è salito al 31% lo scorso anno rispetto al 20% dei primi anni ’90. Per conseguire gli obiettivi climatici dovrà crescere ancora, arrivando a oltre il 50% al 2050.

La quota dei consumi energetici degli edifici soddisfatta da rinnovabili nel 2024 è stata del 35%: la più alta tra tutti i settori, grazie alla crescita dell’elettrificazione ma anche a una buona diffusione delle rinnovabili termiche. Questo valore, secondo gli analisti di Italy for Climate, dovrà superare il 50% nel 2030 e arrivare al 100% entro metà secolo.

Anche la riduzione delle emissioni dell’agricoltura, che pesano oggi l’11% sul totale nazionale, resta una sfida “aperta e cruciale” verso l’obiettivo net zero del 2050. Le emissioni del settore si sono ridotte del 16% tra il 1990 e il 2024, per un taglio di 8 milioni di tonnellate di CO2e. Ma la corsa non deve fermarsi qui: sarà necessario tagliare il 27% (sempre rispetto al 1990) entro il 2030 e il 64% entro il 2050.

La leadership dell’industria

L’industria resta l’unico settore ad aver contribuito in modo sostanziale alla decarbonizzazione del Paese, avendo quasi dimezzato le proprie emissioni dal 1990 al 2024.

Il calo è stato trainato in gran parte dall’efficientamento dei processi produttivi e dalla decarbonizzazione della generazione elettrica a livello nazionale. Nel 2030, per rispettare le traiettorie tracciate da I4C, il taglio delle emissioni del settore dovrebbe essere intorno al -60% sul 1990 per poi arrivare a un azzeramento a metà secolo.

Lo scorso anno la quota dei consumi energetici del settore coperta da fonti rinnovabili è stata del 21%. Per mantenere l’industria in linea con i propri target di decarbonizzazione questo valore dovrebbe più che raddoppiare entro il 2030, come evidenzia il grafico in basso, per arrivare poi a circa il 90% alla metà del secolo.

Si è inoltre osservata una riduzione delle emissioni del 55% tra il 2024 e il 2025 per i soli impianti soggetti all’Ets, un dato in linea con gli obiettivi 2030 per il nostro Paese e migliore di quanto registrato per la media Ue (-43%).

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