In Italia, quando si parla di EPBD (Energy Performance of Buildings Directive), si parte quasi sempre dalla parte sbagliata. Si parla di obblighi, divieti, costi, paure. Molto meno del suo significato reale: l’ingresso definitivo del patrimonio edilizio tra i terreni centrali della transizione energetica europea.
L’EPBD non riguarda un settore marginale. Riguarda uno dei luoghi in cui si giocherà una parte importante della capacità dell’Europa di ridurre consumi, emissioni e vulnerabilità energetica. Per chi progetta, per chi costruisce, per chi gestisce patrimoni immobiliari non si tratta di una parentesi normativa, ma di un cambiamento strutturale.
La direttiva nasce dentro una traiettoria ormai consolidata: Accordo di Parigi (2015), Green Deal europeo (2019), obiettivo della neutralità climatica (2050). Era inevitabile che l’Europa intervenisse in modo più deciso sugli edifici, che pesano molto sui consumi energetici e sulle emissioni nocive.
Ma una direttiva europea non definisce tutto nel dettaglio. Fissa obiettivi e criteri generali; poi tocca agli Stati membri tradurli in regole, priorità, strumenti e stimoli.
Ed è qui che si apre la partita vera: capire come recepirla bene, in una traiettoria che va da oggi al 2050 e che tende a creare una domanda stabile di interventi qualificati. Non più solo misure episodiche legate al bonus del momento, ma un mercato che dovrà consolidarsi, ragionare in termini di diagnosi, programmazione, qualità tecnica, fasi di intervento e sostenibilità economica.
L’obiettivo di fondo resta la decarbonizzazione del patrimonio immobiliare, ma questo obiettivo prende più senso guardandone gli effetti pratici. Meno consumi e meno emissioni, certo. Ma anche migliore comfort, minore vulnerabilità energetica, più qualità dell’abitare, maggiore solidità patrimoniale che nel tempo peserà sempre di più. Per questo la riqualificazione non va raccontata solo come spesa, ma come un investimento evolutivo del patrimonio.
Il nodo italiano, oggi, è nell’attuazione. La direttiva deve essere recepita entro il 29 maggio 2026, ma il percorso legislativo non è ancora stato impostato con la chiarezza che servirebbe.
Questo produce incertezza, e l’incertezza blocca decisioni, investimenti, organizzazione dell’offerta. Un altro appuntamento mancato ha riguardato la presentazione della bozza del Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (PNRE). Solo otto Paesi lo hanno fatto entro la scadenza. Il dato dice due cose: attuare la direttiva è complesso, ma alcuni Paesi stanno già cercando di costruire una strategia.
Ed è proprio qui che si vede la differenza tra una politica basata su incentivi straordinari ed estemporanei e una politica ordinaria ma strutturata. Dopo il Superbonus, non si tratta di rimpiangere il passato o liquidarlo in blocco, ma capire come passare a un sistema più stabile, più selettivo e più governabile.
In altri Paesi i primi draft mostrano già tentativi di combinare contributi, prestiti, garanzie, strumenti per soggetti vulnerabili, passaporti di ristrutturazione, sportelli informativi e sistemi di monitoraggio più evoluti. In questi disegni, il PNRE non è un adempimento formale, ma una vera infrastruttura di governo della trasformazione del patrimonio edilizio.
Su una direttiva così complessa conta moltissimo anche la qualità dell’informazione. In Italia, invece, il dibattito è stato spesso deformato da semplificazioni e allarmismi. Per reagire a questa situazione, Rete Irene ha predisposto il documento sulle 10+2 false credenze sulla EPBD, non per fare propaganda a favore della direttiva, ma per riportare il confronto su basi più serie.
È un passaggio importante, perché la disinformazione non produce solo cattivo dibattito pubblico: rallenta anche il mercato, spaventa i cittadini, rende più difficile affrontare i veri nodi del recepimento.
Il lavoro tecnico, però, da solo non basta. Anche per questo Rete Irene, insieme ad ANIT, ha contribuito a promuovere l’iniziativa interassociativa Un patrimonio da salvare, che ha raccolto un’ampia convergenza di soggetti della filiera, delle professioni, dell’associazionismo ambientale, dei consumatori e degli utenti del patrimonio edilizio.
Una convergenza così ampia suggerisce una cosa semplice: la riqualificazione energetica ha bisogno di un contesto normativo, finanziario e amministrativo più favorevole e più stabile.
Per i tecnici il futuro è aperto: non aspettare passivamente il recepimento, ma prepararsi fin d’ora.
Perché il cambiamento non comincerà davvero il giorno in cui uscirà una norma italiana. Comincerà quando il settore deciderà di trattare la riqualificazione energetica non come una regola tecnica, ma come una visione di trasformazione di lungo periodo.



























