Si tende spesso a liquidare l’Unione europea come un gigantesco “normificio“, un apparato burocratico che sforna direttive e regolamenti a un ritmo che pare avere più a che fare con l’autoreferenzialità di Bruxelles che con problemi reali.
È un’immagine che rischia di far perdere di vista un dato di fatto: l’Europa è la potenza economica mondiale che più si preoccupa del complesso tema di come conciliare produzione industriale e salvaguardia climatica ed ecologica.
Per questo motivo diverse normative europee, in campo energetico e ambientale, ma non solo, si sono rivelate col tempo così solide e lungimiranti da essere prese a modello ben oltre i confini dell’Unione.
Un esempio è il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2, il primo su larga scala al mondo, che ha fatto da apripista per i sistemi analoghi nati in seguito in California, Corea del Sud e poi in Cina.
Pensiamo anche al regolamento REACH sulle sostanze chimiche, che prevede che si usino solo quelle provate sicure, con la prova a carico delle aziende, oppure il più recente GDPR sulla protezione dei dati online. Tutti esempi di leggi europee diventate riferimenti globali, anche perché le multinazionali hanno trovato più conveniente adottare ovunque l’asticella più alta fissata dall’Ue, piuttosto che gestire regole paese per paese.
Il fenomeno dell’Europa che fissa uno standard industriale a livello mondiale si sta ripetendo anche nel caso degli accumulatori, grazie al Regolamento europeo sulle batterie (UE 2023/1542).
Oltre a prevedere obbiettivi minimi di riciclo da aumentare nel tempo e la riduzione delle sostanze tossiche, il regolamento stabilisce anche che per immettere sul mercato europeo una batteria per veicoli elettrici superiore a 2 kWh, un produttore deve predisporre una sorta di “passaporto” controllabile online, contenente l’impronta di carbonio per ogni modello e stabilimento di produzione, utilizzando dati sul ciclo di vita, regole di calcolo, procedure e organi di verifica specificati dalla Unione europea.
Un modello regolamentare credibile
“Lo chiamiamo ‘Effetto Bruxelles’: la capacità dell’Ue di esportare i propri standard oltre i suoi confini, semplicemente perché il suo mercato è troppo grande e appetibile per consentire alle aziende globali di ignorarlo”; così è stato spiegato in un articolo apparso su Science, a cura di un gruppo di ricercatori diretto da Yanan Liang, ecologo industriale dell’Università di Leida, in Olanda.
“Finora, però, l’Europa ha soprattutto imposto regole ‘sostanziali’, come ad esempio cosa un prodotto possa contenere o come vanno trattati i dati; il regolamento sulle batterie fa un passo ulteriore: oltre a dire cosa rispettare, stabilisce anche come il rispetto della norma vada dimostrato, cioè quali dati usare, con quali metodi e chi li verifica”, dice il ricercatore.
Inoltre, applica questa normativa europea al ciclo di vita completo, dalle miniere fino al riciclo finale, di un intero settore industriale. Ogni batteria di veicolo elettrico immessa sul mercato europeo dovrà avere una dichiarazione della sua impronta di carbonio, calcolata dalla somma delle varie fasi, con i metodi decisi da Bruxelles.
Tutto previsto, insomma, per evitare frodi e se le tue prove di conformità non ci convincono, non contano e quindi non esporti.
Nonostante la maggiore “pesantezza” dell’approccio, anche in questo settore l’Effetto Bruxelles comincia a farsi sentire: diverse istituzioni internazionali stanno iniziando a guardare all’Ue come riferimento, a cominciare proprio dal “passaporto della batteria“, che segue il singolo accumulatore dalla nascita fino al suo riciclo.
“Diversi Paesi asiatici e il Canada stanno valutando di introdurre norme simili, e persino gli Stati Uniti hanno fatto riferimento all’architettura di tracciabilità europea nei propri programmi sulle filiere delle batterie”, ricorda Liang. “Questo allineamento volontario – si legge nell’articolo – significa che il modello Ue viene percepito come credibile anche da chi non è obbligato ad adottarlo”.
Ma la realtà produttiva è più complessa
Eppure, applicare norme così severe nel caso delle batterie è particolarmente dirompente, perché l’80% delle fasi della loro produzione, dall’estrazione mineraria, alla lavorazione dei materiali, fino alla realizzazione dei componenti, avviene fuori del nostro continente, dove in genere ci si limita alle fasi finali della fabbricazione delle batterie, tipo l’assemblaggio delle celle o l’installazione nei veicoli
È quindi proprio lontano da Bruxelles che si concentra la parte più difficile da misurare e da verificare dell’impronta di carbonio di una batteria, e dal 2023 il peso di questa dimostrazione ricade su Paesi e aziende che non hanno avuto voce in capitolo nella definizione delle regole.
Il ricercatore dell’università olandese ritiene che proprio in quelle situazioni il regolamento sulle batterie Ue mostra i suoi limiti.
Per esempio, quando indica l’impronta carbonica dell’elettricità usata negli impianti, in base alla media del paese dove l’impianto si trova. In nazioni come la Cina c’è una bella differenza se la fabbrica si trova in una regione dove si usa soprattutto carbone, o dove si impiegano soprattutto rinnovabili.
Servirebbe, afferma, una modifica delle norme sia per rendere più accurata la stima della qualità dell’energia usata, sia per premiare chi ha scelto aree con molto solare, eolico o idroelettrico. Oggi questo premio è previsto solo se l’impianto è direttamente collegato un impianto a rinnovabili, cosa non sempre possibile.
Limiti del regolamento e come superarli
Inoltre, rilevano nella ricerca, c’è anche un tocco di arroganza colonialista, in questo modo di imporre regole e metodi pensati per il mercato europeo.
“I paesi dove si concentra la produzione di materie prime e componenti delle batterie si trovano spesso nel sud del mondo, dove si hanno meno risorse economiche e amministrazioni più fragili. Questi paesi stanno incontrando numerosi problemi nella conversione del modo in cui raccolgono ed elaborano i dati, rispetto a quelli pretesi dall’Europa. Servirebbero regole di conversione chiare, così che i diversi approcci restino comparabili tra loro, invece di escludere chi non si conforma. Coinvolgere maggiormente i Paesi produttori nella costruzione stessa delle banche dati e delle metodologie renderebbe il sistema più accurato e, allo stesso tempo, più legittimo agli occhi di chi oggi deve seguire regole decise altrove”, spiega il ricercatore.
Limiti a parte, il Regolamento sulle batterie rappresenta un laboratorio per capire come funzionerà, in futuro, la regolazione ambientale di molti altri settori, dal tessile all’elettronica, dove approcci simili sono già allo studio a Bruxelles.
Il punto, sostiene la ricerca, non è tanto se l’Europa debba o meno esercitare questa influenza, la sua capacità regolatoria, il suo interesse per la questione della sostenibilità e la dimensione del suo mercato. Ma per essere credibile e mantenere questa sorta di leadership, l’Ue deve creare sistemi di prova costruiti per riflettere le condizioni di produzione reali, ovunque esse si trovino, non solo quelle presenti nel continente o in paesi ad alto reddito.
“La credibilità di un sistema di prove ambientali non dovrebbe dipendere da dove e come nascano i dati, ma da quanto accuratamente riflettono la realtà. Da questo, più che da qualunque soglia numerica di emissioni, dipenderà la reale efficacia climatica globale della legge europea sulle batterie e il mantenimento del ruolo europeo di regolatore mondiale, di fatto, della sostenibilità industriale” conclude Liang.
























