La transizione energetica e il rilancio della siderurgia italiana sono frenati soprattutto dalla mancanza di una strategia industriale chiara e coerente, capace di tenere insieme competitività, ambiente e occupazione.
È questo il messaggio che attraversa l’intero convegno organizzato dal Wwf il 16 dicembre 2025 a Roma (video in basso), mentre le analisi tecniche mostrano che accelerare sulla decarbonizzazione è non solo possibile ma conveniente, il quadro degli indirizzi nazionali resta incerto e frammentato.
Dove siamo e che strade potremmo prendere
La premessa è stata il quadro della situazione dipinto da Andrea Mio, docente di Ingegneria e Architettura all’Università di Trieste.
Siamo il dodicesimo produttore mondiale e il secondo in Europa e abbiamo già un settore meno carbon intensive della media: circa il 90% dell’acciaio è prodotto con forni elettrici, prevalentemente da rottame.
Questo vantaggio rischia però di erodersi rapidamente se non vengono affrontati due nodi strutturali: la dipendenza dalle importazioni di rottame, in un contesto di crescente competizione globale, e soprattutto il costo dell’energia elettrica, fortemente ancorato al gas naturale.
Su queste basi, Andrea Mio ha illustrato tre possibili traiettorie al 2050, assumendo una produzione nazionale costante di 25 milioni di tonnellate annue.
Lo scenario conservativo, fondato sul mantenimento degli altoforni con cattura della CO₂, consente una riduzione parziale delle emissioni ma mantiene una forte dipendenza da materie prime e combustibili fossili, con il rischio di un lock-in tecnologico.
Lo scenario prospettico, basato sulla sostituzione degli altoforni con impianti di riduzione diretta del ferro (Dri) alimentati a gas naturale, affiancati da forni elettrici e da una cattura della CO₂ limitata e condizionata, emerge come il più realistico nel medio periodo: le emissioni scendono a circa 6 milioni di tonnellate di CO₂ e il costo livellato dell’acciaio risulta il più basso tra gli scenari analizzati ma con il grosso caveat che il costo del gas continuerà pesare molto.
Lo scenario auspicabile, infine, prevede Dri alimentato esclusivamente a idrogeno verde e un mix elettrico fortemente decarbonizzato: è quello con il maggiore potenziale occupazionale e climatico.
La conclusione del professore è netta: la decarbonizzazione può ridurre le emissioni, contenere i costi e aumentare l’occupazione, a condizione di attuare politiche energetiche e industriali coerenti. Meglio, ha spiegato, muoversi subito verso la strada più ambiziosa.
Le novità in arrivo dall’Ue
Il quadro europeo, illustrato da Camille Maury, senior policy officer del Wwf European Policy Office, rafforza ulteriormente questa lettura.
Tra fine 2025 e 2026 entreranno in vigore o verranno definiti strumenti chiave: l’avvio operativo del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) dal 1° gennaio 2026, l’Industrial Accelerator Act (atteso a fine gennaio), la proposta di una Industrial Decarbonisation Bank da 100 miliardi di euro e la revisione del sistema ETS post-2030.
Secondo Maury, l’obiettivo dichiarato del Clean Industrial Deal è creare domanda per prodotti industriali a basse emissioni – come l’acciaio “verde” – attraverso etichette dedicate, criteri di contenuto locale negli appalti pubblici e l’individuazione di progetti strategici. Ma il rischio è che questi strumenti vengano svuotati o ritardati proprio mentre sarebbero più necessari.
Particolarmente critica è la questione delle allocazioni gratuite di quote ETS. I dati presentati da Wwf e Carbon Market Watch mostrano che nel solo 2023 circa 40 miliardi di euro sono stati di fatto “persi” in sovra-allocazioni, sottraendo risorse all’Innovation Fund.
Il settore siderurgico è il principale beneficiario di questo meccanismo e casi come ArcelorMittal, che ha ricevuto più quote gratuite delle proprie emissioni effettive, evidenziano distorsioni che indeboliscono gli incentivi alla trasformazione industriale.
Ancora più rilevante, ha avvertito Maury, sarebbe un rinvio del Cbam: uno slittamento di due anni comporterebbe 20 miliardi di euro in meno per l’Innovation Fund tra 2026 e 2030, rallentando proprio gli investimenti necessari alla decarbonizzazione dei settori hard-to-abate.
La necessità dell’intervento pubblico e la strategia assente
Questo quadro tecnico-politico ha fatto da sfondo alle tavole rotonde, dove è emersa con chiarezza la frattura tra l’urgenza di una transizione strutturata e l’assenza di una regia nazionale.
Mariagrazia Midulla (Wwf Italia) ha insistito sulla necessità di tenere insieme dimensione ambientale, economica e sociale, sottolineando come anche i sindacati abbiano ormai compreso che ogni passo indietro sulla transizione energetica penalizza proprio gli operatori più virtuosi.
Midulla ha anche criticato l’assenza di un ruolo più incisivo del Governo nel dibattito, ribadendo che la resistenza alla transizione non tutela i settori hard-to-abate, ma ne aggrava le fragilità.
Sia la rappresentante del Wwf, che gli esponenti di Federacciai e Fiom hanno poi stigmatizzato l’aumento di spesa militare come driver della domanda: solo l’Europa sta seguendo questa strada, ha sottolineato Loris Scarpa della Fiom-Cgil.
Sul caso Ilva, Maria Maranò di Legambiente ha ricordato che uno studio sulla decarbonizzazione del sito commissionato dall’associazione stima oltre 11.000 occupati in più, contrapponendo questa prospettiva alla scelta del Governo di puntare su un rigassificatore a largo di Taranto, letta come segnale di una visione strategica ancora legata al gas.
Il rappresentante del sindacato metalmeccamici Cgil Scarpa ha descritto una situazione industriale nazionale “tragica”, con molti impianti che lavorano al 60% della capacità, invocando un ruolo più forte del pubblico nel rilancio della siderurgia e ricordando che il capitale pubblico è già centrale nel settore in molti Paesi europei e non solo.
Più cauti Federacciai e Feralpi: Carlo Pasini, rappresentante del produttore bresciano, ha rivendicato la bassa impronta carbonica dell’acciaio italiano e richiamato la pressione della concorrenza internazionale, mentre Flavio Bregant, dell’associazione industriale, ha ammesso l’utilità di un intervento pubblico nel caso Ilva, ma solo in forma transitoria, per evitare distorsioni competitive.
Un passaggio del dibattito ha riguardato anche il possibile ruolo del nucleare nel mix energetico a supporto della siderurgia.
Bregant (Federacciai) ha definito irrealistica l’ipotesi, circolata anche in ambito governativo, di installare piccoli reattori modulari (Smr) direttamente nei siti industriali, ma ha al tempo stesso sostenuto che le sole rinnovabili non potranno bastare nel lungo periodo e che il nucleare dovrà prima o poi avere un ruolo nel sistema energetico.
A questa apertura ha replicato Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento Free, ricordando come il nucleare, allo stato attuale, risulti antieconomico sul piano dei costi e incompatibile con le tempistiche richieste dalla transizione energetica e industriale, soprattutto per settori come la siderurgia che richiedono soluzioni disponibili e scalabili nel breve-medio periodo.
Nel complesso, il convegno restituisce un’immagine chiara: le analisi mostrano che la decarbonizzazione della siderurgia è tecnicamente possibile e economicamente conveniente, ma senza una strategia industriale esplicita su energia, investimenti, ruolo del pubblico e uso degli strumenti europei il rischio è di restare bloccati in soluzioni di breve periodo.
Un paradosso che, come emerso più volte, non tutela l’industria italiana, ma ne mette a rischio la competitività proprio nella fase in cui la transizione potrebbe diventare un vantaggio.


























