“C’è moltissimo lavoro da fare, inutile nasconderlo, però mi pare che ci sia anche una grandissima sensibilità da parte di tutti i portatori di interessi di tutte le componenti” e “non vedo altre soluzioni che lavorare veramente ventre a terra per cercare di mettere assieme tutte queste cose nei prossimi mesi”.

È quanto affermato dal neo-ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rispondendo alle sollecitazioni su tre temi collegati: il rafforzamento degli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), la semplificazione degli iter autorizzativi e il superamento delle contestazioni territoriali e istituzionali contro i grandi impianti a energie rinnovabili.

Il ministro ha affrontato questi temi nell’ambito di un evento organizzato ieri da Legambiente e intitolato “La nostra Italia” (video in basso) in cui si sono affrontate proposte per riscrivere e rendere più efficace il Pniec e durante il quale il titolare del MiTE ha risposto alle domande del presidente dell’associazione ambientalista Stefano Ciafani.

Proprio sulla rielaborazione del Pniec, i responsabili del governo si sono riuniti due giorni fa per fare un punto operativo e Cingolani ha detto di avere “chiesto anche una profonda semplificazione sul modello di scrittura, che sia un po’ più chiaro ad un lettore non necessariamente espertissimo”.

Il neo-ministro ha poi sottolineato la necessità di armonizzare i progetti che saranno presentati nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con gli obiettivi del Pniec, poiché è improponibile attuare i prossimi investimenti del Recovery Fund europeo sulla base di progetti e piani ormai obsoleti, come quelli del Pniec originale.

“Non possiamo dire che presentiamo il Recovery Fund e il nostro Pniec in realtà si riferisce a dati del 2018”, ha detto Cingolani. “Quindi, noi molto trasparentemente scriveremo sul Recovery plan che stiamo aggiornando in tempo reale il Pniec in modo da poter arrivare in tempi molto rapidi al documento aggiornato”, ha detto il ministro.

Cingolani ha poi indicato la necessità, forzata dai tempi ristretti del Recovery Fund, di cambiare passo rispetto ai ritmi di attuazione delle politiche nel passato.

“In tempi recenti, statisticamente, siamo riusciti ad installare il 10% di quello che era programmato”, ha detto il ministro. “Ora ci sono dei colleghi ministri che mi hanno detto che ‘devi un po’ abituarti, dal momento in cui si programma una cosa al momento in cui viene fatta, di solito, passano molti anni’”.

“Ora, indipendentemente dal fatto che siamo tutti d’accordo che questo sia patologico, però nel caso del Recovery Plan, oltre ad essere patologico è anche suicida, perché il Recovery Plan ha una durata specifica e la peggior sconfitta per l’Italia sarebbe proprio quella di dover tornare dicendo di che non siamo riusciti a investire quanto abbiamo concordato”, ha dichiarato il capo del MiTE.

Circa la spinosa questione delle procedure autorizzative per i grandi impianti a energie rinnovabili, si tratta “veramente di un imbuto”, secondo Cingolani.

È un problema serio perché se le catene dei permessi rallentano troppo, si perdono imprenditori che vogliono investire in Italia, che vanno a partecipare a gare di altri paesi, ha detto Cingolani, secondo cui esiste però anche “un problema di codice appalti per i grandi acquisti”.

“Gli acquisti sono complessi, dobbiamo insomma mettere le mani pesantemente sui metodi, sulle procedure”, ha dichiarato. “Io spero profondamente che sia un’occasione per rimetterle in maniera duratura e non specificatamente solo per il Pnrr, perché operare sempre sull’emergenza o sulla situazione contingente non aiuta; sarebbe ideale approfittare di questa situazione per poter fare dei cambiamenti un po’ più radicali e durevoli”, ha aggiunto.

Infine, sul tema della accettabilità sociale dei grandi impianti a energie rinnovabili, il titolare del MiTe ha detto che “abbiamo un problema nel problema”, in quanto le consultazioni territoriali fanno parte della catena dei permessi menzionata sopra.

“Bisogna da un lato potenziare le consultazioni, però dall’altro fare anche in modo che i patti siano chiari, che poi non ci sia la solita catena per cui si ricorre a questo o a quell’altro tribunale amministrativo e si bloccano le cose”, ha dichiarato il ministro. “Ci vuole anche un patto fra tutti di accettazione di una situazione che noi dobbiamo per forza portare avanti”.

Sul fronte della convivenza di agricoltura e fotovoltaico a terra, si registra la presa di posizione negativa di Stefano Patuanelli, attuale ministro delle Politiche agricole e già alla guida del ministero dello Sviluppo economico nel precedente governo di Giuseppe Conte. L’orientamento di Patuanelli sembra in contraddizione con lo spirito di un rafforzamento del Pniec.

“Credo che si debba abbandonare il percorso del fotovoltaico a terra che incide troppo sulla produzione agricola”, ha detto Patuanelli. “Attraverso il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) si stanno studiando soluzioni per gli impianti fotovoltaici sospesi, al di sotto dei quali è possibile coltivare con alcune colture che traggano anche beneficio dall’ombra portata dagli impianti. Ma è una tecnologia ancora molto onerosa e che bisogna sviluppare”.

Il contributo che l’agricoltura come settore può dare da questo punto di vista è quindi legato “all’istituzione delle coperture e alla realizzazione di impianti fotovoltaici sulle coperture degli stabilimenti che ci sono”, e dunque non a terra, ha detto l’ex titolare del MiSE.

Un più fluido avanzamento dei progetti dipenderà comunque anche dalla capacità di saper comunicare degli attori coinvolti, secondo Cingolani.

“Siamo tutti assolutamente d’accordo a potenziare le consultazioni in modo che queste diventino uno strumento di progresso e non uno strumento di blocco, di regresso, però questo può essere fatto solo se lo associamo ad una opportuna opera di disseminazione, divulgazione”, ha sottolineato Cingolani. “Forse alcune cose vanno spiegate meglio, per far capire meglio, anche prima di una consultazione, che c’è ovviamente un compromesso fra installare un qualcosa e decarbonizzare e questo però deve essere spiegato, deve essere capito molto bene”.

Il ministro ha poi evidenziato l’importanza delle politica degli incentivi, che devono portare l’Italia “verso il 70-72% di rinnovabili”, oltre alla necessità di sviluppare le infrastrutture di accumulo e lavorare sugli strumenti di credito.

Cingolani ha concluso il suo intervento sottolineando che per il governo “questo è il momento di stare zitti e pedalare… io sono un ciclista, quindi su queste cose è veramente il momento di non sprecare fiato, di lavorare a tempo pieno e di mettere a terra tutte le nostre idee”.