La scorciatoia elettrica alla prosperità per i paesi in via di sviluppo

Il drastico calo dei costi di fotovoltaico, batterie e usi elettrici finali può accelerare il consumo di energia e lo sviluppo nei Paesi più poveri finora esclusi da un sistema basato sulle fonti fossili.

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La via più rapida verso la prosperità, per molti Paesi poveri e vulnerabili, potrebbe finalmente non passare più da carbone, petrolio e gas.

Il calo dei costi di fotovoltaico, batterie e tecnologie elettriche finali sta aprendo un percorso più economico, modulare e adatto proprio ai mercati emergenti che il sistema fossile ha servito peggio: quelli con reti deboli, poco capitale e milioni di persone ancora senza elettricità o con forniture instabili.

È quanto evidenzia un nuovo rapporto della società di ricerca e analisi energetiche Ember, secondo cui oltre 700 milioni di persone nel mondo non hanno ancora accesso all’elettricità.

Il problema è particolarmente visibile nei 74 Paesi del Climate Vulnerable Forum e V20 Finance Ministers, cioè il forum dei Paesi vulnerabili al clima e i loro ministri delle Finanze (CVF-V20).

Ember ricorda che questi Paesi ospitano oltre un quinto della popolazione mondiale, ma restano sotto il 5% del prodotto interno lordo globale e della domanda elettrica. Rappresentano inoltre tre quarti della popolazione mondiale che vive con meno di 1 megawattora di elettricità pro capite l’anno (cioè meno di 1000 kWh).

La tesi centrale del rapporto è che il vecchio modello fossile, centralizzato e ad alta intensità di capitale, non è riuscito a raggiungere queste economie su larga scala. Oggi, invece, la discesa dei costi dell’elettrotecnica sta “mettendo a mercato” una domanda energetica che il fossile aveva lasciato ai margini.

Non si tratta solo di sostituire fonti sporche con quelle pulite, ma di rendere finalmente accessibili servizi energetici moderni a chi ne era rimasto escluso, indica il rapporto (link in basso).

Il fotovoltaico ribalta l’economia dell’energia

Per anni si è dato per scontato che i Paesi emergenti dovessero svilupparsi passando dai combustibili fossili. Ember sostiene che questo presupposto non regga più.

Dieci anni fa, un impianto fotovoltaico poteva richiedere fino a cinque volte più capitale iniziale, per megawattora erogato, rispetto a una centrale a carbone o a gas. Oggi il fotovoltaico da solo è competitivo con le fonti fossili anche sul solo piano del capitale iniziale, mentre il fotovoltaico con accumulo dovrebbe arrivarci attorno al 2030, secondo Ember.

Entro il 2035 entrambe le soluzioni risulterebbero più economiche da costruire delle nuove alternative fossili.

Questo rovesciamento conta soprattutto nei mercati emergenti, dove il vincolo non è tanto il costo lungo tutta la vita dell’impianto, quanto il denaro da mobilitare subito. Una volta costruito, inoltre, il fotovoltaico non ha costi di combustibile. E anche il costo del capitale si sta rimodulando.

In Marocco, per esempio, il costo del capitale del fotovoltaico era dell’8,7% nel 2015 contro l’8,2% del gas, ma nel 2025 il gas è salito al 9,6%, mentre il fotovoltaico è rimasto all’8,7%. In Vietnam il costo del capitale del fotovoltaico è sceso dal 12% al 10%, sotto quello del gas, attestato attorno all’11%.

Il rapporto precisa che nei Paesi del CVF-V20 i costi di finanziamento restano circa il doppio di quelli di mercati come India e Regno Unito, ma attribuisce questo premio soprattutto al “rischio Paese”, non alla tecnologia.

Batterie e sistemi locali risolvono l’ultimo miglio

La svolta è ancora più netta quando si passa dalla generazione alla connessione. Per molte comunità remote, estendere la rete significa portare linee per centinaia di chilometri in territori difficili, con costi che possono raddoppiare o triplicare il prezzo dell’energia. Secondo il documento di Ember, il calo del costo delle batterie ha cambiato questa economia dell’“ultimo miglio”.

Il rapporto spiega che nel 2019 i sistemi fuori dalla rete pubblica e con fotovoltaico e batterie avevano senso economicamente solo a oltre 400 km dalla rete. Nel 2026, risultano già più convenienti dell’estensione della rete per comunità a poche decine di chilometri dalle linee esistenti. Con l’ulteriore riduzione dei costi delle batterie, questa soglia continuerà ad avvicinarsi a quella della rete stessa.

Ember paragona questo passaggio alla telefonia mobile, che nei Paesi emergenti ha superato la rete fissa perché era distribuita, meno intensiva in capitale e più vicina alla domanda reale.

Il rapporto avverte però che l’hardware non basta. Una diffusione rapida dei sistemi decentrati richiede manutenzione, riparazioni e assistenza tecnica locale, visto che in parte dell’Africa subsahariana, molti prodotti fotovoltaici a basso costo si sono guastati in pochi anni. (Il capacity building, la vera infrastruttura della transizione energetica in Africa).

L’elettricità arriva dove il fossile non aveva mercato

Nei mercati maturi, tecnologie come veicoli elettrici o apparecchi efficienti sono spesso viste come sostituti meno costosi di soluzioni già esistenti. Nei mercati emergenti il loro effetto è più profondo, permettendo per la prima volta l’accesso a servizi energetici prima fuori portata.

Non si passa solo da un mezzo a benzina a uno elettrico: in molti casi si passa da nessun mezzo a un mezzo disponibile, da nessuna refrigerazione a un frigorifero, da luce instabile a luce continua.

Oggi solo circa il 16% della domanda finale di energia nei Paesi del forum è soddisfatta dall’elettricità.

Il think tank collega questo dato ai prezzi a lungo troppo alti delle tecnologie elettriche. Ora però la produzione di massa sta comprimendo i costi anche negli usi finali. Il rapporto osserva che, in molte aree in via di sviluppo del mondo, i veicoli elettrici a due ruote costano ormai meno dei modelli d’ingresso a benzina e molto meno anche nell’uso, perché i motori elettrici sono oltre tre volte più efficienti di quelli termici.

L’illustrazione tratta dal report rende bene la scala del cambiamento, con cali di prezzo negli ultimi 15 anni del 96% per le lampade a LED, del 49% per i fornelli elettrici, dell’80% per i veicoli elettrici a due ruote, del 52% per i condizionatori, del 27% per i frigoriferi e del 63% per gli smartphone di ingresso.

Nel complesso, il rapporto stima ribassi del 30-95% per molte tecnologie elettriche nell’ultimo decennio circa.

Un miliardo di persone aspetta elettricità affidabile

La dimensione sociale del problema resta enorme. Si stima che i Paesi del forum rappresentino circa due terzi della popolazione mondiale senza accesso all’elettricità.

In questi Paesi, circa 500 milioni di persone, soprattutto in Africa, non hanno corrente del tutto, mentre altri 500 milioni sono collegati a reti soggette a blackout frequenti. Né l’una né l’altra condizione possono sostenere la prosperità.

A questo si aggiunge il peso della biomassa. Centinaia di milioni di persone vi ricorrono non perché sia efficiente, ma perché è disponibile e richiede pochissimo capitale iniziale. La combustione di biomassa negli ambienti chiusi è associata a 2,9 milioni di morti premature l’anno. In questo quadro, il fotovoltaico diventa il modo più diretto per trasformare una risorsa già presente, il sole, in servizi energetici moderni.

Dalla dipendenza fossile all’abbondanza elettrica

Più elettricità affidabile significa anche più produttività. Scuole con illuminazione stabile possono restare aperte più a lungo, ospedali con corrente continua possono conservare farmaci e usare apparecchiature, imprese e officine possono lavorare senza stop e senza dipendere da generatori di emergenza.

Sul piano macroeconomico, il vantaggio è altrettanto forte. Tutti, tranne dieci dei Paesi del forum, sono importatori netti di combustibili fossili e insieme hanno speso circa 155 miliardi di dollari nel 2024 per importazioni nette: in 19 Paesi questo vale oltre il 50% del disavanzo commerciale (ad esempio, il 79% per il Marocco, il 67% per il Pakistan e il 59% per il Bangladesh).

Il rapporto aggiunge che i 138 GW di moduli fotovoltaici provenienti dalla Cina tra 2020 e 2025 possono generare elettricità sufficiente a evitare ogni anno 20 miliardi di dollari di importazioni di gas naturale liquefatto o 42 miliardi di dollari di importazioni di gasolio.

Molti Paesi del CVF-V20 non sono ancora legati a grandi infrastrutture fossili e quindi possono ora evitare una deviazione lunga e costosa fatta di import, shock dei prezzi e dipendenza esterna.

“Per la prima volta, i Paesi in via di sviluppo possono costruire un percorso più economico e più affidabile verso la prosperità alle proprie condizioni”, scrive Daan Walter, responsabile di Ember Futures. “Il vecchio compromesso tra clima e sviluppo non esiste più”, sottolinea Sara Jane Ahmed, direttrice esecutiva e consulente finanziaria del V20 presso il CVF-V20.

Il tragitto fossile non è più inevitabile e proprio i Paesi lasciati più indietro dal vecchio sistema potrebbero essere quelli che accelerano più in fretta verso un’elettricità diffusa, autonoma e produttiva.

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