Nel 2026 a portare il carbone potrebbe non essere la befana, ma il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Gilberto Pichetto Fratin ha infatti ribadito in Consiglio dei ministri le valutazioni in corso sulla possibilità di mantenere in riserva due centrali che sfruttano questa risorsa fossile, alla luce di un contesto geopolitico ancora caratterizzato da forti elementi di incertezza (si veda anche Perché il governo non vuole che si dismettano le centrali a carbone).
L’intervento in Cdm del 29 dicembre riguardava un’informativa sugli impianti di Brindisi e Civitavecchia, prossimi alla soglia del 31 dicembre 2025, quando scadrà l’Aia sull’utilizzo del carbone nei due siti (non quella complessiva, in scadenza nel 2034) e arriverà lo stop alla generazione elettrica con questo combustibile previsto dal Pniec (Sardegna esclusa, dove ci sono le altre due centrali a carbone italiane).
Il testo dell’informativa in Cdm (diffuso da Brundisium.net e disponibile in basso) ricostruisce strategia e possibili prospettive: “È in corso un’attenta valutazione circa la possibilità e le modalità di intervento, anche in sede comunitaria, al fine esclusivo di salvaguardare il profilo strategico degli impianti e assicurare la sicurezza del sistema in un contesto ancora caratterizzato da forti elementi di incertezza”.
Le due centrali hanno contribuito al mix di produzione fino al 2022, compensando la crisi gas, ma ora “non appaiono economicamente operabili senza incorrere in perdite”, a causa del differenziale di costo carbone-gas e per effetto dell’Ets.
La partita di Brindisi e Civitavecchia è tanto nazionale quanto locale e poggia parte del suo destino sugli aspetti economici e sociali.
In primis, bisogna considerare che la sopravvivenza delle due centrali senza produzione costerebbe circa 100 milioni di euro l’anno a Enel, come stima in un articolo di metà dicembre Il Sole 24 Ore.
Il ministro Pichetto Fratin, nella sua informativa, parla invece di circa 78,3 milioni di euro spesi tra luglio 2024 e luglio 2025; 29,9 mln € per Brindisi e 48,4 mln € per Civitavecchia.
Tale spesa andrebbe sovvenzionata alla società energetica in ragione dell’eventuale scelta fatta dal Governo di considerare le due centrali strategiche per la sicurezza nazionale.
La stessa Enel, si legge nell’informativa, ha manifestato l’esigenza di un adeguato riconoscimento dei costi per la tenuta in “riserva fredda” degli impianti.
A tal proposito il ministro ricorda come il Mase abbia già consultato la Commissione europea su un eventuale regime di compensazione.
Il 4 febbraio 2025, però, la DG Competition di Bruxelles ha spiegato che, “sulla base delle informazioni disponibili in questa fase, la misura proposta solleva […] seri dubbi circa la sua compatibilità con le norme in materia di aiuti di Stato e con la legislazione settoriale applicabile”.
Successivamente il ministero ha esplorato anche l’ipotesi di considerare le due centrali essenziali ai fini di difesa nazionale.
Le richieste dei territori e la proroga dell’Aia
In questa vicenda non bisogna dimenticare l’aspetto occupazionale, come sottolineano Filctec Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil, per le quali la mancata decisione sul futuro degli impianti entro la scadenza dell’Aia mette a rischio lavoratori diretti e indotto.
Ulteriore spinta a decidere arriva dalle Amministrazioni coinvolte. Nel corso della discussione sul bilancio 2026-2028 del Comune di Civitavecchia, ad esempio, è stato sottolineato come la centrale cittadina assicuri un introito annuo di compensazioni pari a 6 milioni di euro.
Sempre in sede di bilancio, è del 30 dicembre l’intervento del sindaco di Brindisi, Giuseppe Marchionna, sul futuro della centrale a carbone.
“Brindisi sta vivendo una trasformazione profonda, passando da un modello industriale fondato sulle fonti fossili a uno basato su innovazione, sostenibilità e conoscenza”, secondo il primo cittadino. “La crisi della filiera fossile apre la strada a nuove priorità energetiche, ambientali e digitali”.
Più nel dettaglio, “investimenti come la gigafactory di Eni rafforzano il nuovo modello produttivo. Si aprono spazi per idrogeno verde, agrivoltaico, desalinizzazione e cantieristica sostenibile”.
Sulla centrale a carbone come riserva fredda, infine, il sindaco prende tempo per riflettere e chiede al ministro Pichetto Fratin un incontro.
A intervenire è anche Enel, che sulla piattaforma delle informazioni privilegiate Gme Pip ha inserito una segnalazione del 23 dicembre in cui conferma come, allo stato dei fatti, dal 1° gennaio 2026 dovrà dichiarare gli impianti “indisponibili”.
La partita, dunque, è anche una questione di tempistiche e modalità di intervento. A tal proposito, se in Cdm Pichetto non ha dato particolari indicazioni, il direttore generale Mercati e Infrastrutture del Mase, Alessandro Noce, è stato leggermente più chiaro il 23 settembre partecipando a una riunione del Comitato di coordinamento per Brindisi.
“Sono attualmente in corso delle valutazioni per una possibile modifica delle tempistiche già definite per il processo di phase-out dal carbone, al fine di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti in caso di ipotetici scenari futuri di emergenza energetica”, rileva Noce.
“In questo contesto, si stanno analizzando diverse opzioni per mantenere l’impianto in condizioni di piena efficienza operativa in caso di posticipo dell’attuale scadenza del 31 dicembre 2025. Nell’eventualità che si decidesse di posticipare la dismissione della centrale, si potrebbe rendere necessaria anche una proroga dell’Autorizzazione integrata ambientale, attualmente in scadenza il prossimo 31 dicembre”.
Le critiche di Legambiente e i progetti di riconversione
“Non smantellare le centrali di Brindisi e Civitavecchia sarebbe un guaio per quei territori”, commenta a QualEnergia.it il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani.
“Lasciando in piedi i due siti, ormai inutilizzati, non si permette la realizzazione di nuove infrastrutture che potrebbero essere più utilmente collocate sul sedime degli impianti”.
La mancata chiusura, secondo Ciafani, avrebbe un impatto anche in termini di posti di lavoro, “considerando i nuovi occupati ‘verdi’ che si potrebbero creare se venissero concretizzate solo alcune delle decine di manifestazioni di interesse arrivate per nuovi investimenti a Brindisi e Civitavecchia”.
Il rischio, conclude il presidente di Legambiente, è di condurre “un’operazione suicida per il Paese, cristallizzando una situazione che non garantisce alcun futuro alle centrali a carbone, senza creare un’alternativa di cui quei territori hanno grande bisogno”.
Di tali alternative ha parlato già a settembre il Mimit, illustrando 48 progetti di riconversione industriale per il sito di Civitavecchia, arrivati da una serie di aziende che hanno preso parte a una consultazione pubblica per manifestazioni d’interesse.
A maggio, invece, lo stesso ministero ha fatto il punto sulle 50 iniziative arrivate per Brindisi, pari a un valore complessivo di circa 2 miliardi di euro in investimenti e un impatto occupazionale di quasi 3.150 posti di lavoro diretti e 2.500 indiretti.
In entrambi i casi gli interventi ipotizzati riguardano anche le energie rinnovabili.





























