Riqualificare il patrimonio edilizio esistente significa intervenire su edifici spesso molto diversi tra loro, conciliando efficienza energetica, comfort, vincoli tecnici e tempi di cantiere.
Accanto alle soluzioni per l’isolamento dell’involucro e all’integrazione con gli impianti, si stanno sviluppando approcci industrializzati che possono contribuire ad accelerare gli interventi, pur dovendo fare i conti con le peculiarità del patrimonio italiano.
Ma la riqualificazione energetica degli edifici richiede anche un’evoluzione delle competenze, con un’attenzione alla progettazione integrata, alla digitalizzazione, al BIM (building information modeling), alla prefabbricazione e alla capacità di collaborare e far dialogare discipline diverse.
Nell’ambito della rubrica “La formazione energetica in Italia” di QualEnergia.it abbiamo quindi raccolto il punto di vista di Stefano Cera, Innovation Manager di Teicos, impresa specializzata nella riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, iniziando a chiedergli quali aspetti vanno considerati alla luce delle odierne tecniche di progettazione e dei nuovi materiali per l’isolamento termico.
“Oggi non c’è un materiale o una tecnologia universalmente più efficace degli altri per migliorare l’isolamento di un edificio – spiega Cera – la scelta dipende soprattutto dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e dalle caratteristiche specifiche dell’immobile. Dal punto di vista dell’efficienza energetica le prestazioni desiderate possono essere ottenute con diverse soluzioni, purché siano correttamente progettate e dimensionate. A fare la differenza, oltre ai costi, sono le ulteriori prestazioni richieste in aggiunta alla coibentazione, ad esempio il comportamento al fuoco, l’isolamento acustico, o la resistenza strutturale. Per questo motivo la scelta dei materiali va sempre valutata caso per caso”.
Sembra dunque fondamentale avere una visione di insieme?
Sì, ad esempio l’isolamento della copertura dovrebbe essere realizzato prima o contestualmente agli interventi sugli impianti, perché solo un approccio integrato consente di massimizzare l’efficienza energetica e il comfort abitativo sia in inverno che in estate. Inoltre, le tecnologie utilizzate per il tetto possono differire da quelle impiegate in facciata, poiché le modalità di posa e le sollecitazioni a cui sono sottoposti i materiali sono diverse. L’obiettivo finale, però, rimane sempre lo stesso: ridurre le dispersioni e migliorare le prestazioni complessive dell’edificio.
A proposito di nuovi lavori nel settore, quali potenzialità vede nel retrofit industrializzato e, in particolare, nel modello Energiesprong per accelerare la riqualificazione del patrimonio edilizio italiano?
Il retrofit industrializzato è senza dubbio una delle strade più promettenti per accelerare la riqualificazione energetica degli edifici. Spostare una parte importante delle lavorazioni dal cantiere alla fabbrica consente di ridurre il rischio di errori, migliorare la qualità esecutiva e accorciare i tempi di cantiere, un aspetto particolarmente importante quando si interviene su edifici già abitati. Energiesprong spinge il concetto ancora più avanti, prevedendo l’utilizzo di intere porzioni di facciata. Tuttavia, esistono ancora diversi ostacoli alla diffusione di questo approccio in Italia.
Quali, in particolare?
Il primo riguarda i costi: non c’è ancora la certezza che, nel caso degli edifici esistenti, le soluzioni industrializzate risultino effettivamente più economiche rispetto alle tecniche tradizionali. Alcuni sistemi, infatti, richiedono un elevato livello di progettazione e precisione, perché una parete prefabbricata viene prodotta su misura e offre margini di correzione molto più limitati rispetto a un intervento realizzato direttamente in cantiere. Un secondo elemento è legato alle caratteristiche del patrimonio edilizio italiano.
Può entrare più nel dettaglio su quest’ultimo aspetto?
In Paesi come l’Olanda, dove è nato Energiesprong, gli edifici residenziali sono simili tra loro e questo rende più semplice standardizzare i componenti. In Italia, invece, ogni edificio ha caratteristiche differenti, rendendo più difficile sviluppare soluzioni realmente replicabili su larga scala. Non a caso, molte aziende stanno lavorando su componenti prefabbricati modulari e di dimensioni più contenute, che possano adattarsi a situazioni diverse.
Vede altre difficoltà in questo ambito “industriale”?
Anche gli aspetti logistici e operativi sono da considerare perché trasportare e movimentare grandi elementi prefabbricati in contesti urbani può essere difficile a causa di strade strette, spazi ridotti e limitazioni di accesso ai cantieri. Sono criticità che incidono sia sui costi sia sulla fattibilità degli interventi. Per questo, oggi l’edilizia industrializzata appare come la soluzione vincente nelle nuove costruzioni, dove tutto il processo può essere progettato fin dall’inizio attorno alla prefabbricazione.
Nel caso degli edifici esistenti, quali soluzioni possono rendere il retrofit industrializzato più conveniente e facilmente applicabile?
Per quanto riguarda il patrimonio edilizio esistente, noi di Teicos vediamo un vantaggio economico nell’utilizzo di facciate prefabbricate che integrano anche la componente impiantistica. Un significativo impulso alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio potrebbe derivare dall’introduzione di sistemi di incentivazione capaci di valorizzare gli interventi integrati su involucro e impianti, finora però poco incentivati in Italia, nonostante rappresentino la soluzione più efficace per massimizzare l’efficienza energetica e ridurre i consumi.
Passiamo alle competenze più strettamente legate al settore. Quali sono oggi quelle necessarie per lavorare nell’ambito della riqualificazione energetica degli edifici?
Servono certamente solide competenze tecniche, che però da sole non sono sufficienti. Che si tratti di progettazione o di installazione, è sempre più importante affiancare alle conoscenze specialistiche la capacità di affrontare e risolvere i problemi, individuando le soluzioni più efficaci. La riqualificazione energetica è infatti un ambito in cui ogni edificio presenta caratteristiche specifiche e richiede un approccio attento e flessibile.
E quali competenze invece diventeranno sempre più importanti nei prossimi anni?
Guardando al futuro, la competenza che diventerà sempre più strategica sarà la capacità di integrare discipline diverse. Per molti anni il mondo dell’involucro edilizio e quello degli impianti hanno viaggiato su binari paralleli; oggi, invece, i risultati migliori si ottengono proprio dalla loro integrazione. Non significa che un architetto debba progettare un impianto termico o che un impiantista debba diventare esperto di architettura, ma è fondamentale che ciascun professionista comprenda logiche, vincoli e opportunità dell’altro ambito. La capacità di dialogare e collaborare tra competenze diverse sarà sempre più determinante.
E per quanto riguarda la digitalizzazione?
Già adesso stiamo assistendo alla crescita del ruolo della digitalizzazione e della progettazione avanzata. Con l’evoluzione dei sistemi prefabbricati e delle soluzioni industrializzate, il progetto dovrà essere sempre più preciso e coordinato fin dalle fasi iniziali. Strumenti come il BIM diventeranno quindi indispensabili per garantire un elevato livello di controllo e ridurre al minimo il rischio di errori.
Quali percorsi formativi ritiene più adatti per acquisire le competenze richieste?
Credo che non esista un percorso ideale. Ne è un esempio la mia esperienza personale: non sono né architetto né ingegnere, ma fisico. Dopo l’università mi sono iscritto a un master del Politecnico di Milano e sono entrato nel settore dell’edilizia. Più che il percorso specifico, conta sviluppare una mentalità aperta e la consapevolezza che, in un ambito in continua evoluzione come questo, non si smette mai di imparare. Oggi una solida preparazione tecnica è fondamentale, ma non è più sufficiente.
Quali corsi si potrebbero frequentare per integrare la preparazione tecnica?
L’evoluzione delle tecnologie richiede percorsi formativi che affianchino alle competenze tradizionali una maggiore attenzione all’innovazione e alla digitalizzazione. È sempre più importante acquisire una conoscenza operativa degli strumenti, software e hardware, con particolare riferimento alle piattaforme di progettazione digitale come il BIM, rilevanti nella gestione e nel coordinamento degli interventi.
Insomma, va superata la formazione tradizionale nel settore…
Coma dicevo prima, le nuove soluzioni per la riqualificazione energetica, soprattutto quelle industrializzate, richiedono una visione più ampia rispetto al passato. Chi si occupa di efficientamento energetico, ad esempio, deve iniziare a confrontarsi anche con aspetti che tradizionalmente appartenevano ad altre discipline, come ad esempio le verifiche strutturali. Serviranno sempre più formazione sul BIM, sulla progettazione integrata, sulle tecniche di prefabbricazione e sulla capacità di far dialogare ambiti diversi, tra cui efficienza energetica, statica e gestione digitale del progetto.
Quanto conta l’esperienza pratica?
In questo settore l’esperienza pratica è fondamentale perché, a differenza di altri ambiti, si lavora su edifici reali, ognuno con caratteristiche proprie che richiedono soluzioni specifiche, per cui non basta conoscere la teoria ma bisogna imparare a utilizzare gli strumenti, a leggere correttamente le situazioni e a valutare tutte le implicazioni tecniche di una scelta progettuale o esecutiva.
Il suo consiglio sui modi migliori per acquisirla, soprattutto per chi vuole entrare oggi nel settore?
È importante lavorare sul campo accanto a professionisti esperti, partecipando a progetti concreti e imparando a utilizzare gli strumenti per la progettazione e la gestione degli interventi. Più si utilizzano software, tecnologie digitali e metodologie operative, più si acquisisce quella familiarità che permette di affrontare le situazioni reali con maggiore sicurezza e competenza.





























