Chi è oggi l’Energy Manager, cosa fa concretamente e quali competenze servono per intraprendere questa carriera?
In un sistema energetico sempre più complesso, tra costi instabili, digitalizzazione e obiettivi di decarbonizzazione, questa figura assume un ruolo determinante.
Ne abbiamo parlato con Dario Di Santo, direttore della Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE), nell’ambito della nostra rubrica “La formazione energetica in Italia”.
Chi è l’Energy Manager
In Italia l’Energy Manager nasce come figura prevista dalla normativa: i grandi consumatori di energia sono tenuti a nominarne uno ogni anno. Ma oggi il suo ruolo va ben oltre l’adempimento formale.

“L’Energy Manager monitora i consumi e individua le soluzioni per ridurli e ottimizzarli, mettendo insieme efficienza energetica, risparmio e produzione da fonti rinnovabili”, spiega l’ingegner Di Santo. “Nel tempo è diventato sempre più importante, sia per le politiche climatiche sia per la competitività delle imprese”.
Con l’aumento dei prezzi e l’incertezza degli approvvigionamenti, la gestione dell’energia è ormai un fattore strategico. “Usare bene l’energia è fondamentale anche per la sicurezza energetica e il controllo dei costi. L’Energy Manager è la figura chiave per ottenere questi risultati all’interno di un’azienda o di un ente”.
Dove lavora: obbligo di nomina e richieste volontarie
L’obbligo di nomina dell’Energy Manager, da effettuare entro il 30 aprile 2026, riguarda realtà con consumi elevati (10.000 tep per l’industria e 1.000 tep per gli altri settori), ma la realtà si sta ampliando.
Accanto ai soggetti obbligati cresce infatti il numero di organizzazioni che scelgono volontariamente di dotarsi di questa figura. “Circa un terzo delle nomine non è legato a obblighi di legge. Questo significa che molte imprese, pur sotto soglia, ritengono utile avere un Energy Manager”, osserva Di Santo.
In linea generale però, questa figura è più diffusa in organizzazioni medio-grandi, in termini di consumi e non necessariamente di dimensione aziendale.
“Attualmente i numeri non sono elevati. Parliamo di circa 2.500 nomine, anche perché il tessuto produttivo italiano è composto in gran parte da piccole imprese”, dice Di Santo. Proprio per questo, secondo FIRE, sarebbe utile sviluppare modelli condivisi: “si potrebbero immaginare Energy Manager territoriali o di distretto, in grado di supportare più piccole attività contemporaneamente”.
Di cosa si occupa l’Energy Manager e come accedere alla professione
All’interno delle aziende, il contributo dell’Energy Manager non si limita a proporre interventi di efficientamento, ma include attività continuative di analisi e controllo.
“Una delle funzioni principali è il monitoraggio dei consumi, attraverso indicatori che permettono di capire se stanno aumentando o diminuendo e di collegarli agli obiettivi aziendali”, spiega il direttore FIRE.
A questo si aggiungono la gestione della contabilità energetica e il supporto alla rendicontazione, perché, ci dice Di Santo, controllare i consumi significa anche controllare le emissioni, quindi contribuire alla sostenibilità e al bilancio aziendale.
Il ruolo diventa particolarmente efficace quando si inserisce in un sistema strutturato, come la ISO 50001, lo standard internazionale volontario per la gestione dell’energia. “Dove c’è un sistema di gestione dell’energia, i risultati sono generalmente migliori”, osserva Di Santo.
Dal punto di vista operativo, l’Energy Manager non si occupa direttamente della progettazione tecnica degli interventi, ma il suo compito è individuare le soluzioni e valutarne la fattibilità, costruendo un piano credibile dal punto di vista tecnico ed economico. La progettazione dettagliata viene poi affidata a progettisti, ESCo o fornitori.
Per diventare Energy Manager non è obbligatorio seguire un percorso formativo specifico né esistono requisiti formali vincolanti: ciò che conta è la nomina da parte dell’organizzazione.
Nella pratica, però, le imprese tendono a selezionare profili con competenze tecniche. “Oggi circa l’80% degli Energy Manager ha una laurea tecnica, perché l’efficienza energetica è un tema complesso e richiede basi solide”, sottolinea Di Santo.
Differenze con l’Esperto in Gestione dell’Energia (EGE)
Un elemento che può rafforzare il profilo è la certificazione come Esperto in Gestione dell’Energia (EGE), che attesta competenze ed esperienza del professionista; ma è importante distinguere i due ruoli: l’Energy Manager è una funzione, l’EGE è una certificazione; possono coincidere, ma non è obbligatorio (vedi anche: Esperto in Gestione dell’Energia: una figura chiave per le imprese).
La certificazione è diffusa tra i consulenti esterni, che rappresentano circa un terzo dei casi. “Nelle realtà più piccole è più difficile avere competenze interne, quindi si ricorre a figure esterne, che possono essere condivise tra più organizzazioni”, ci dice l’ingegnere.
Nuove competenze richieste agli Energy Manager?
Le trasformazioni in atto stanno cambiando anche le competenze richieste. La digitalizzazione ha già avuto un impatto significativo, grazie alla diffusione di smart meter e sistemi di monitoraggio avanzati. “Questi strumenti hanno migliorato molto la conoscenza dei consumi e la capacità di individuare sprechi e opportunità di ottimizzazione”, spiega Di Santo.
L’intelligenza artificiale è ancora in una fase iniziale, ma promette sviluppi importanti. “Siamo agli inizi, non solo nel settore energetico. Le potenzialità ci sono, ma servono competenze per utilizzarla correttamente”.
Accanto alla dimensione tecnologica, cresce il peso di altri ambiti. “Oggi – chiarisce Di Santo – sono fondamentali le competenze sulla decarbonizzazione e sulla sostenibilità, perché l’Energy Manager deve saper collegare l’uso dell’energia agli obiettivi climatici dell’organizzazione”.
Un altro tema destinato a diventare sempre più centrale è quello della flessibilità energetica, sia nella produzione sia nei consumi, in un sistema con una quota crescente di fonti rinnovabili.
Secondo il direttore non meno importanti sono le competenze trasversali: “uno dei limiti storici è la difficoltà di comunicare con chi non ha una formazione tecnica. L’Energy Manager deve saper spiegare e convincere, perché spesso si confronta con decisori che hanno altre priorità. La capacità di tradurre analisi tecniche in proposte comprensibili e convincenti è quindi decisiva. Si possono individuare le soluzioni migliori, ma se non si riesce a farle adottare, il lavoro resta incompleto”.
Un aspetto spesso poco chiaro riguarda il rapporto tra Energy Manager interni e consulenti esterni. “Non è detto che l’Energy Manager interno sia sempre un super esperto di tutte le tematiche, soprattutto nelle grandi organizzazioni”, osserva Di Santo.
Quando si ricorre a un consulente esterno, è perché mancano competenze specifiche e quindi si cerca un alto livello di specializzazione.
Nelle realtà più strutturate, invece, può essere più utile una figura con un ruolo manageriale, con obiettivi chiari sull’efficienza energetica e la capacità di portare avanti azioni e iniziative, coordinando competenze interne ed esterne.
I dati della FIRE dicono che…
Dario Di Santo ci ha raccontato che un’indicazione interessante arriva anche dai dati della FIRE: tra i consulenti esterni è molto alta la quota di professionisti certificati EGE, mentre tra i dipendenti aziendali è decisamente più bassa. Questo non significa che nelle aziende manchino competenze, ma è legato alle caratteristiche della certificazione.
La certificazione EGE, infatti, non si limita al superamento di un esame, ma richiede di dimostrare lo svolgimento continuativo di specifiche attività, sia per accedervi che per mantenerla nel tempo.
Di conseguenza, si può essere molto preparati in materia energetica senza possedere i requisiti formali per ottenere o rinnovare la certificazione, ad esempio se non si svolgono direttamente attività come le diagnosi energetiche.
Nelle aziende, del resto, l’Energy Manager svolge spesso un ruolo di coordinamento e supervisione, mentre alcune attività tecniche vengono affidate a ESCo o consulenti esterni. Questo rende più difficile, in molti casi, soddisfare i requisiti richiesti per la certificazione.
Va inoltre considerato che il ruolo può assumere configurazioni diverse a seconda del contesto organizzativo. “I dati mostrano una distribuzione abbastanza equilibrata tra dirigenti, quadri e altri livelli. Ciò è un elemento rilevante, perché il posizionamento gerarchico incide sulla capacità di influenzare le decisioni: un dirigente ha maggiori possibilità di orientare le scelte strategiche, mentre una figura più tecnica, pur competente, può incontrare più difficoltà nel tradurre le analisi in azioni concrete”.
Un consiglio per i giovani interessati a questa carriera
“Quella dell’Energy Manager è una professione interessante, ma non semplice. Il consiglio è di intraprenderla solo se c’è una reale motivazione: migliorare l’uso dell’energia è fondamentale per competitività e sostenibilità”, conclude Di Santo, aggiungendo che “bisogna scegliere questo percorso con convinzione e studiare. Gli strumenti di intelligenza artificiale sono utili, ma vanno usati con consapevolezza. Senza basi solide, non sono sufficienti”.



























