L’occupazione nel settore delle energie rinnovabili continua a crescere, ma lo fa in un contesto sempre più complesso e meno lineare di quanto suggeriscano i dati aggregati.
Secondo l’ultima edizione del rapporto “Renewable Energy and Jobs” dell’Irena (link in basso), nel 2024 gli occupati diretti e indiretti nelle rinnovabili hanno raggiunto quota 16,6 milioni, il livello più alto mai registrato a livello globale. Eppure, la crescita dell’occupazione ha rallentato rispetto agli anni precedenti, nonostante il nuovo record di 582 GW di nuova potenza Fer installata nello stesso periodo.
Il motivo principale è strutturale: l’aumento della produttività del lavoro, soprattutto nei grandi poli manifatturieri asiatici, sta riducendo l’intensità occupazionale per unità di capacità installata. A questo si aggiungono le crescenti frizioni geopolitiche e geoeconomiche, che stanno riconfigurando le catene globali del valore e incidono direttamente sulla localizzazione dei posti di lavoro.
Fotovoltaico: locomotiva occupazionale
Il fotovoltaico resta di gran lunga la tecnologia con il maggior numero di addetti: 7,2 milioni di occupati nel 2024, pari a oltre il 43% dell’occupazione rinnovabile globale, come mostra il grafico.
Seguono bioenergie (3,7 milioni), idroelettrico (2,26 milioni) ed eolico (1,92 milioni).
È proprio il solare a mostrare con maggiore evidenza le nuove asimmetrie del lavoro verde. I primi dieci Paesi concentrano l’82% dei posti di lavoro nel FV, mentre la Cina da sola ne detiene circa il 58%.
Nel 2024, secondo dati Wood Mackenzie citati nell’indagine, Pechino ha prodotto oltre l’81% dei moduli fotovoltaici globali, rafforzando una leadership industriale che si traduce anche in un controllo occupazionale senza precedenti.
Questo squilibrio è sempre più al centro delle tensioni commerciali. Stati Uniti ed Europa stanno cercando di ridurre la dipendenza dalla manifattura cinese attraverso sussidi, dazi e requisiti di contenuto locale. Tuttavia, nel breve periodo, tali misure aumentano i costi e non riescono a compensare ancora il divario occupazionale.
Meno addetti, più competenze
Uno dei dati più significativi del report riguarda, come detto, il rallentamento della crescita occupazionale nonostante l’espansione record delle installazioni. Nel 2024, a fronte di un aumento della potenza rinnovabile globale di oltre il 15%, i posti di lavoro sono cresciuti meno del 5% su base annua.
Irena attribuisce questo scarto principalmente a automazione, digitalizzazione ed economie di scala. Nella manifattura fotovoltaica, nuove fabbriche altamente robotizzate consentono di aumentare la produzione riducendo il numero di addetti per GW. Analoghe dinamiche emergono nell’eolico, soprattutto nella produzione di turbine e componentistica.
Il risultato è una trasformazione qualitativa del lavoro: diminuiscono le mansioni manuali ripetitive, crescono i profili legati a ingegneria, software, gestione dati, manutenzione avanzata e intelligenza artificiale.
Senza politiche di formazione mirate, avvertono gli analisti, il rischio è un ampliamento del divario tra domanda e offerta di competenze, soprattutto nei Paesi che entrano più tardi nella competizione industriale.
Europa: occupazione sotto il potenziale
L’Europa concentra circa il 15-16% (quasi 2 milioni) degli occupati globali nelle rinnovabili, una quota inferiore sia al peso economico del continente sia alle sue ambizioni climatiche.
Nel fotovoltaico, l’Ue rappresenta appena l’1,8% della capacità manifatturiera globale, un dato che si riflette direttamente sull’occupazione industriale.
Il settore dell’eolico resta il principale bacino occupazionale nel Vecchio Continente, ma anche qui emergono segnali di rallentamento: nel 2024 la nuova potenza installata nei Paesi Ue è rimasta ben al di sotto dei picchi del periodo 2016-2018.
Lo scorso anno, su 114 GW eolici installati a livello globale, circa il 70% è stato realizzato in Cina, secondo Irena. Sul piano industriale, dati Wood Mackenzie citati dalla stessa Agenzia indicano che i produttori europei sono scesi al 19% degli ordini globali di turbine, contro il 70% delle aziende cinesi.
Le nuove politiche industriali europee mirano a invertire questa tendenza, ma nell’indagine si sottolinea che gli effetti occupazionali saranno graduali e fortemente dipendenti dalla capacità di accelerare autorizzazioni, investimenti e formazione.
Italia: tra crescita del solare e fragilità strutturali
Nel quadro europeo, l’Italia compare tra i dieci Paesi con più occupati nel fotovoltaico, nello specifico al nono posto, come mostra il seguente grafico.
Il report stima circa 100mila addetti nel solare, un dato trainato soprattutto dal segmento della generazione distribuita e dalle attività di installazione e manutenzione, come in tutti i Paesi europei senza una filiera manifatturiera rilevante (ad eccezione quindi di Germania, Francia e in parte Spagna).
Nel 2024 il nostro Paese ha registrato una delle crescite più consistenti di nuova potenza fotovoltaica in Europa (+6,8 GW, un incremento di circa il 30% su base annua). Tuttavia, la struttura occupazionale resta fragile: la filiera industriale nazionale è limitata, mentre il lavoro è fortemente concentrato nelle fasi a minor valore aggiunto.
Inoltre, l’assenza di una produzione domestica significativa di moduli e componenti comporta una dispersione dei benefici occupazionali lungo catene del valore estere.
Secondo Irena, senza un rafforzamento delle competenze tecniche e una strategia industriale più coerente, l’Italia, così come altri Paesi europei, rischia di vedere crescere la capacità installata più rapidamente di una occupazione stabile e qualificata.
Una transizione non solo tecnologica
Il messaggio dell’Agenzia è netto: la transizione energetica è anche una transizione del lavoro. I numeri globali restano positivi, ma la qualità, la distribuzione e la resilienza dell’occupazione dipendono da scelte politiche e industriali idonee.
Il ritmo di nuovi impiegati nel settore lo ha dettato il think tank tedesco NewClimate Institute in una recente analisi: per triplicare la potenza globale rinnovabile entro il 2030 come da accordi internazionali serviranno 47 milioni di lavoratori a fine decennio, concentrati nella produzione, installazione e gestione degli impianti.
Ma in un contesto segnato da competizione geopolitica e automazione accelerata, la creazione di posti di lavoro nelle rinnovabili non è automatica: senza politiche integrate su industria, formazione e lavoro, avverte Irena, la transizione rischia di essere sì rapida sul piano tecnologico, ma sbilanciata sul piano sociale.
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