Rinnovabili e bollette: risparmi fino a 8,5 miliardi nei Paesi Ue più “verdi”

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L’analisi del Crea evidenzia come i sistemi elettrici meno dipendenti dal gas attenuino i rincari. Nel confronto europeo, l'Italia è tra i Paesi più vulnerabili. Intanto nel vertice di Santa Marta, in Colombia, si discute sull'uscita dalle fonti fossili.

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I consumatori dei cinque Paesi dell’Ue con la più alta quota di produzione rinnovabile nel loro mix energetico (Danimarca, Finlandia, Francia, Svezia e Slovacchia) risparmieranno fino a 8,5 miliardi di euro sulle bollette quest’anno, spendendo circa il 58% in meno rispetto a quelli che abitano in Paesi con il mix più basato sulle fonti fossili (Polonia, Italia, Grecia, Estonia, Paesi Bassi).

La stima è stata fatta dagli analisti del think tank indipendente Crea ed è basata sull’ipotesi che i consumi rimangano invariati quest’anno rispetto al 2025, tenendo anche conto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovuto alle tensioni in Medio Oriente.

Ciononostante, lo studio del Crea ha rilevato che il blocco Ue è meglio protetto dalla volatilità dei prezzi rispetto al 2022, anno dell’ultima crisi energetica dovuta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Inoltre, in base ai dati del 2025 sulla domanda di energia e sull’andamento della produzione di elettricità, si stima che l’Ue possa risparmiare 5,8 miliardi di euro nel 2026, semplicemente grazie alla diffusione nel corso dell’anno delle rinnovabili che andrebbero a sostituire il “costoso gas”.

Questa cifra sarebbe significativamente più alta se, a causa del meccanismo di determinazione dei prezzi marginali dell’Ue, i prezzi del gas non fossero determinanti in molti Paesi. Nel 2025, ogni aumento di 1 €/MWh del prezzo del gas ha comportato un aumento di 0,37 €/MWh del prezzo dell’elettricità (grafico in basso), con una riduzione dell’8% rispetto al 2022.

Questo, spiegano dal Crea, è direttamente collegato al disaccoppiamento dal gas e agli investimenti nelle energie pulite, la cui quota nella produzione di elettricità nell’Ue è cresciuta del 14% nel 2025 sul 2022.

Lo scorso anno, rispetto al 2019, ogni singolo Stato membro dell’Ue ha registrato una riduzione della propria sensibilità alle fluttuazioni dei prezzi del gas, mentre allo stesso tempo si è verificato, in media, un aumento del 28% della quota di fonti rinnovabili nella produzione elettrica.

Le differenze tra Stati membri

Tornando al dettaglio sugli Stati Ue, secondo dati riferiti al 2025, la Svezia è il Paese meno sensibile agli shock dei prezzi del gas nel suo mercato elettrico. In media, per ogni aumento di 1 euro del prezzo del gas, Stoccolma registra un aumento di soli 0,04 €/MWh nei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.

Pur essendo uno dei nove Paesi con scorte di gas di molto inferiori alla media Ue, la sua scarsa dipendenza da questa fonte “protegge” il mercato elettrico dagli shock di prezzo.

Spagna e Portogallo hanno registrato una diminuzione del 53% della sensibilità agli shock tra il 2022 e il 2025. Parallelamente, gli analisti del Crea hanno osservato una crescita del 21% nella loro produzione di energia pulita, trainata da un aumento del 74% della produzione da fotovoltaico che ha contribuito per quasi un quinto alla generazione totale di energia elettrica nel 2025, eguagliando il gas.

Per effetto di tutto ciò, lo scorso anno, per ogni aumento di 1 euro del prezzo del gas, la zona di produzione congiunta di Spagna e Portogallo ha registrato un aumento di 0,089 euro per MWh, il terzo più basso del blocco Ue.

Anche la Francia ha registrato una netta riduzione della sua sensibilità ai prezzi del gas, grazie alla crescita delle rinnovabili fin dal 2022. Un aumento dell’8% della quota di Fer nel mix produttivo elettrico nazionale tra il 2025 e il 2022 ha dimezzato la sensibilità al prezzo del gas.

Al contrario, i Paesi Bassi, pur avendo avuto un aumento del 31% nella produzione di energia da rinnovabili, rimangono più sensibili alle fluttuazioni dei prezzi del gas rispetto al 2022. Una delle ragioni principali di questa anomalia è che, sebbene la quota di fotovoltaico ed eolico nella produzione di elettricità sia superiore alla media Ue, il gas continua a rappresentare la principale fonte di energia elettrica del Paese.

L’analisi del Crea non riporta dati dettagliati per l’Italia, pur inserendo il nostro Paese tra quelli con trend negativo. La situazione è stata però fotografata da un recente report di Legambiente, secondo il quale tra gennaio e aprile 2026 il costo medio dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è stato di 130,5 €/MWh, il più alto tra i Paesi analizzati (Dipendenza fossile e bollette record: Italia maglia nera in Europa).

La ragione di queste differenze è nel ruolo dominante del gas nella formazione del prezzo. Nei primi 69 giorni del 2026, in Italia il gas ha determinato il prezzo all’ingrosso per l’89% delle ore. Una quota molto più alta rispetto al 15% della Spagna o al 40% della Germania.

In Colombia per provare a dire addio alle fossili

Il phase-out dalle fonti fossili torna attuale anche alla luce del vertice in corso a Santa Marta, in Colombia che punta a creare uno spazio politico complementare a quello delle COP. Obiettivo è discutere non più il “se”, ma il “come” realizzare la transizione da carbone, petrolio e gas.

La Conferenza, che si concluderà domani (29 aprile), non culminerà con l’adozione di un documento negoziale, ma con la redazione da parte dei Paesi ospitanti di un report politico-tecnico che raccoglierà priorità, opzioni di politiche e strategie condivise emerse dai dialoghi con società civile, accademia e governi nazionali e locali.

Nelle intenzioni degli organizzatori, il documento rappresenterà un contributo diretto ai prossimi appuntamenti della diplomazia climatica internazionale, in particolare verso la COP31, e l’avvio di un processo di cooperazione strutturato sull’uscita dai combustibili fossili, destinato a proseguire con una seconda Conferenza che sarà ospitata da Tuvalu nel 2027.

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