Nuovo possibile inasprimento nel difficile rapporto tra Unione europea e il gruppo cinese Huawei Technologies.
Secondo Politico, due membri del Parlamento europeo, l’olandese Bart Groothuis, liberale, e la slovacca Miriam Lexmann, del gruppo popolare di centrodestra, hanno scritto una lettera indirizzata alla Commissione europea per chiedere misure immediate e vincolanti volte a limitare la presenza di fornitori “ad alto rischio” nelle infrastrutture critiche dell’Ue.
“Chiediamo che siano proposte misure immediate e vincolanti per limitare i fornitori ad alto rischio dalle nostre infrastrutture critiche”, scrivono i due deputati, che al momento della rivelazione di Politico avevano già raccolto l’adesione di una dozzina di colleghi e puntano a inviare la lettera entro questa settimana.
Secondo le stime citate da Politico, le imprese cinesi controllano circa il 65% della capacità solare installata nell’Ue, e Huawei detiene la quota maggiore di questo mercato. Sebbene nella lettera non ci sia un riferimento specifico a Huawei, appare abbastanza chiaro che la richiesta degli eurodeputati interessi soprattutto il gruppo cinese. La seconda azienda più grande rappresentata nel parco solare europeo è Sungrow, anch’essa cinese, che ha fornito circa la metà della capacità fotovoltaica rispetto a Huawei.
L’iniziativa nasce in un momento di forte suscettibilità politica, economica e strategica, cioè a pochi mesi dall’avvio dell’inchiesta belga per presunta corruzione che coinvolge il colosso cinese, e mentre l’Europa discute come bilanciare la rapidità della transizione energetica con la protezione delle proprie reti critiche.
L’obiettivo dei firmatari sarebbe spingere la Commissione a formalizzare una linea più rigida sui fornitori non europei che operano in settori chiave come l’elettronica di potenza, le reti digitali e i sistemi di accumulo per l’energia fotovoltaica. Si tratta di componenti che oggi rappresentano il “sistema nervoso” della rete elettrica e che, se controllati da soggetti esterni, o da essi accessibili, potrebbero trasformarsi in un canale di vulnerabilità strategica.
Il nodo della dipendenza tecnologica
Il timore espresso dai parlamentari è che la nuova ondata di tecnologie digitali per l’energia, come inverter, batterie, sistemi di monitoraggio e controllo remoto, possa rendere l’Unione dipendente da un’unica piattaforma tecnologica esterna. In questo senso, i dispositivi Huawei, sempre più diffusi in impianti fotovoltaici in Italia, Germania e Spagna, rappresentano un punto critico della rete, perché collegano la generazione elettrica distribuita ai sistemi centrali di gestione.
Il rischio non è solo commerciale: gli inverter moderni sono veri dispositivi informatici, capaci di ricevere comandi e aggiornamenti da remoto, raccogliere dati sensibili e modificare parametri di funzionamento.
“Possono disattivare parametri di sicurezza”, ha spiegato Erika Langerová, ricercatrice in sicurezza informatica del Czech Technical University di Praga, in un incontro con la stampa organizzato dalla Missione statunitense presso l’Unione europea. “Riavviare un singolo impianto non crea problemi, ma farlo su migliaia di installazioni può destabilizzare la rete elettrica per l’effetto cumulativo delle variazioni improvvise nel funzionamento dei dispositivi”, ha aggiunto.
La preoccupazione è dunque sistemica: se il controllo degli aggiornamenti software o delle comunicazioni operative resta in mani esterne, l’affidabilità complessiva della rete può essere compromessa.
Il problema è simile a quello affrontato negli anni passati con la tecnologia 5G: un’espansione rapida dei prodotti Huawei nel mercato europeo seguita da un ripensamento tardivo, quando ormai le reti erano già piene di componenti non facilmente sostituibili.
L’indagine giudiziaria
Il richiamo dei deputati arriva mentre Huawei resta al centro di un’indagine per corruzione avviata in Belgio a marzo 2025. Secondo l’agenzia Belga News, la procura federale ha aperto il fascicolo “Génération” per presunti pagamenti illeciti legati all’attività di lobbying del gruppo presso le istituzioni europee.
Otto persone sono state arrestate in Belgio, Francia e Portogallo, tra cui un ex assistente parlamentare e un dirigente europeo di Huawei, con accuse di corruzione, riciclaggio e associazione a delinquere.
Nel frattempo, Politico ha ricostruito come Huawei, dopo un periodo di esclusione dai tavoli europei, sia riuscita progressivamente a rientrare nei circuiti di Bruxelles (SolarPower Europe sospende Huawei).
“Il potere di mercato di Huawei le ha permesso di rientrare in SolarPower Europe, la più importante associazione di lobby del settore fotovoltaico a Bruxelles”, scrive la testata. In un precedente articolo, Politico aveva precisato che SolarPower Europe, dopo aver sospeso l’azienda a causa dell’inchiesta belga, ne ha poi ripristinato l’adesione, a condizione che Huawei “non partecipi attivamente” alle attività di lobby dell’associazione, per rispettare il divieto europeo di incontri ufficiali con i suoi rappresentanti.
Questa oscillazione riflette le contraddizioni di un settore dove le istituzioni europee cercano di mantenere coerenza normativa, ma le dinamiche industriali impongono compromessi. Huawei rimane un fornitore essenziale di apparecchiature per la transizione energetica, con prodotti diffusi in tutta Europa e difficilmente sostituibili nel breve periodo.
Un equilibrio difficile tra sicurezza e transizione energetica
Il cuore del problema è che Huawei, pur essendo una delle aziende più controverse di Bruxelles, resta indispensabile nella filiera dell’elettronica di potenza. Nel 5G ha perso terreno, ma nel fotovoltaico e negli accumuli è leader mondiale.
I suoi prodotti sono competitivi, efficienti e già integrati in milioni di impianti. “Escludere un fornitore del genere dal mercato europeo sarebbe tecnicamente e finanziariamente complesso”, osservano fonti industriali citate da Politico.
La Commissione europea ha finora adottato un approccio graduale: le direttive su cybersicurezza e infrastrutture critiche raccomandano agli Stati membri di monitorare i fornitori e di introdurre criteri di esclusione, ma lasciano libertà di applicazione.
La lettera di Groothuis e Lexmann è il primo tentativo politico di tradurre queste linee guida in una misura vincolante: un divieto preventivo per le imprese che non garantiscono trasparenza societaria e controllo pieno dei dati operativi.
Huawei non si è espressa sulle indiscrezioni riportate da Politico, ma ha ribadito in passato la propria posizione di “tolleranza zero” verso la corruzione e l’impegno a rispettare le normative europee.
In ultima analisi, il nodo da sciogliere è quanto l’Europa sia disposta a sacrificare in termini di rapidità e costo della transizione energetica per assicurarsi un’autonomia tecnologica reale. La risposta dipenderà dalla capacità dell’Ue di sostenere i propri produttori di elettronica e software per l’energia, oggi molto più deboli dei concorrenti asiatici.
Le implicazioni per l’Italia e l’Europa
In Italia, Huawei è tra i principali fornitori di inverter e sistemi di controllo per il fotovoltaico, con quote di mercato ragguardevoli sia nel residenziale che negli impianti più grandi.
L’eventuale recepimento di un divieto europeo richiederebbe la definizione di standard tecnici e di certificazioni di sicurezza per tutti i produttori, oltre a regole di sostituzione graduale per le apparecchiature già installate. La questione è anche economica: una rimozione improvvisa di dispositivi in uso comporterebbe costi notevoli, tempi incerti e rischierebbe di rallentare l’espansione del parco fotovoltaico nazionale.
Al tempo stesso, la vicenda mostra quanto la politica industriale europea debba spingersi oltre la difesa commerciale, per creare una filiera interna capace di garantire alternative credibili. In assenza di questo, le scelte di sicurezza rischiano di trasformarsi in nuovi colli di bottiglia per la decarbonizzazione.
La lettera dei parlamentari europei alla Commissione è l’ultimo segnale di un cambio di fase: dopo anni di dibattiti sul 5G e sulle reti digitali, l’attenzione si sposta ora sull’energia e sull’elettronica che ne regola i flussi.
In conclusione, Huawei è di nuovo al centro di una tensione fra due esigenze opposte: accelerare la transizione verde e garantire la sicurezza delle infrastrutture, che Bruxelles non può più tenere separate. Il mercato dell’energia è diventato digitale, e quindi la sicurezza energetica è anche sicurezza informatica. Ed è su questa frontiera che si giocherà la prossima, delicata partita tra l’Europa e la Cina.


























