La filiera nucleare italiana è rimasta competitiva e l’atomo può assumere un ruolo chiave nel mix di generazione elettrica nazionale come fonte programmabile e complementare alle rinnovabili.
Tuttavia, sullo sviluppo futuro dei nuovi reattori pesano diverse incognite legate soprattutto ai costi e ai tempi di realizzazione, oltre che all’accettazione sociale e alla gestione dei rifiuti radioattivi.
Si presenta così il Nuclear Energy Innovation Outlook 2026 presentato oggi (mercoledì 28 ottobre) a Milano dall’Energy & Strategy – School of Management del Politecnico meneghino. Da una parte, l’analisi sembra appoggiare la scelta del governo di ripartire con il nucleare dopo quasi 40 anni dal primo referendum abrogativo del 1987, grazie al disegno di legge delega entrato in vigore il 15 ottobre.
Dall’altra, il documento mantiene un certo distacco dall’enfasi governativa sui presunti vantaggi del “nuovo” nucleare incentrato sui piccoli reattori modulari (Smr, Small Modular Reactor) ed elenca una serie di limiti e ostacoli alla costruzione degli impianti (si veda anche Nucleare italiano, tempi e costi degli Smr alla prova dei fatti).
Intanto l’Enea ha presentato il 26 ottobre a Roma i risultati del primo anno del Programma di Ricerca Nucleare (PRN) 2025-2028 finanziato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
In particolare, è in fase di avvio un piano nazionale di divulgazione con incontri per cittadini, scuole, università e associazioni e si stanno definendo attività di comunicazione sui diversi temi che riguardano l’energia nucleare.
Non manca l’impegno sul fronte della formazione, ad esempio tramite il cofinanziamento di percorsi di dottorato presso le università.
Sul nucleare dunque si sta imbastendo una campagna informativa di ampia portata per cercare il consenso della popolazione che non è mai stata fatta, invece, per promuovere le energie rinnovabili sui territori, specie quelli più colpiti dalla sindrome Nimby (Not in my backyard, “non nel mio cortile”).
L’Enea poi afferma che sono stati conclusi studi di fattibilità e progetti per nuove infrastrutture sperimentali con cui supportare lo sviluppo dei reattori Smr e Amr (Advanced Modular Reactor, unità di IV generazione raffreddate a piombo), ponendo le basi tecnico-amministrative per l’avvio delle future procedure di gara e dei contratti industriali.
Tornando alle analisi del Politecnico di Milano, si ricorda innanzitutto che la filiera industriale italiana del nucleare è rimasta una delle più importanti a livello europeo, con gli operatori concentrati soprattutto nella manifattura di grandi forgiati, recipienti in pressione, tubi e componenti meccaniche, oltre che nella fornitura di ingegneria e progettazione e nello smantellamento delle centrali presenti sul nostro territorio.
Secondo il direttore dell’Energy & Strategy, Vittorio Chiesa, “il nucleare può giocare un ruolo chiave nel mix energetico nazionale”, perché la domanda elettrica “è prevista raddoppiare al 2050, trainata dalla progressiva elettrificazione dei consumi in tutti i settori”.
Il mix di produzione dovrebbe evolvere verso una quota di rinnovabili del 75-83% che dovrà essere integrata, continua Chiesa, da fonti programmabili decarbonizzate come il nucleare.
Costi elevati e competitività incerta
Qui però entrano in campo i costi.
Per il primo reattore Smr italiano che entrerà in funzione, il rapporto dell’Energy & Strategy stima un Lcoe (Levelized Cost of Energy, il costo medio unitario per produrre elettricità durante l’intero ciclo di vita dell’impianto) compreso tra 110 e 217 €/MWh.
Secondo il Politecnico, un range realistico potrebbe attestarsi tra 135-196 euro per MWh in base ai tempi di costruzione e ai costi di investimento e del capitale.
Per gli Smr successivi al primo, si stima un valore Lcoe compreso tra 110 e 147 €/MWh, che però rimane meno competitivo rispetto al fotovoltaico e all’eolico, in grado di produrre elettricità a costi nettamente inferiori anche nel nostro Paese (Dal fotovoltaico al nucleare, costi e limiti delle tecnologie per il sistema elettrico italiano).
Lo stesso rapporto ammette che “non si tratta di costi di produzione contenuti” e cerca di giustificarli con una generazione elettrica stabile e programmabile, che può contribuire a ridurre l’esposizione del nostro mix energetico alla volatilità dei combustibili fossili.
Per gli Smr, precisa l’Energy & Strategy, i contratti di fornitura di lungo periodo (Ppa, Power Purchase Agreement) con industrie e data center “sono una delle vie più promettenti, ma non è ancora chiaro come in Italia si affronteranno questi aspetti”.
Inoltre, per affermare la competitività degli Smr “occorrono modelli di business basati su consorzi, con una chiara ripartizione dei rischi tra pubblico e privato e il supporto di strumenti finanziari e meccanismi di garanzia per rendere i progetti sostenibili”.
I dati forniti da Nuward
Qualche dato l’ha fornito anche Julien Garrel, amministratore delegato di Nuward, società controllata al 100% dal colosso energetico francese Edf che punta a realizzare i nuovi reattori modulari.
In una serie di incontri ieri (27 ottobre) a Roma con la stampa, Garrel ha spiegato che un reattore Nuward costerà circa tre miliardi di euro e che l’obiettivo sarà produrre elettricità anche a meno di 100 euro per MWh.
Riguardo alle risorse finanziarie, Garrel ha parlato di due fasi: la prima è l’industrializzazione della tecnologia attraverso la costruzione dei primi cinque reattori Smr, con la previsione di utilizzare contratti per differenza (CfD) e anche prestiti a tasso zero in modo da condividere la gestione dei rischi insieme alla controparte pubblica.
Nuward punta a fornire in tutto una decina di Smr a livello europeo: una nuova unità ogni anno dal 2035 per poi salire a due ogni anno dal 2040.
Secondo Garrel, a partire dalla seconda unità installata in Italia, la tecnologia Smr sarà già industrializzata, competitiva e non avrà più bisogno di sostegno pubblico.
In definitiva, il nuovo nucleare degli Smr si basa su una scommessa tecnologica ancora tutta da dimostrare, visto che al momento non ci sono Smr commerciali operativi fuori da Russia e Cina né cantieri avviati nell’Ue.






























