La Francia frena sulle rinnovabili e rilancia il nucleare

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Gli obiettivi della nuova programmazione energetica: almeno sei reattori Epr 2, eolico e fotovoltaico in ribasso rispetto alle indicazioni precedenti. Edf segnala il crescente fabbisogno di modulazione con costi in aumento per le unità nucleari.

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Rilancio del nucleare, sviluppo “ragionato e realistico” delle fonti rinnovabili con una particolare accelerazione dell’eolico offshore, supporto a nuovi investimenti idroelettrici.

Questi i pilastri della terza Programmazione pluriennale dell’energia annunciata dal governo francese il 12 febbraio (PPE3, Programmation pluriannuelle de l’énergie) per il periodo 2026-2035, focalizzata sulla sovranità energetica, la riduzione delle emissioni e la competitività dei prezzi.

Il nuovo piano dovrà fare i conti con le esigenze di modulazione e flessibilità segnalate dal colosso elettrico transalpino Edf, nel rapporto pubblicato ieri (16 febbraio), in cui si prefigurano maggiori costi per il parco nucleare della Francia, chiamato appunto a modulare maggiormente la sua produzione a causa della crescente diffusione di elettricità da rinnovabili intermittenti.

Evoluzione delle rinnovabili

La programmazione pluriennale arriva dopo tre anni di consultazioni e dibattiti, come ha spiegato il ministro dell’Economia, Roland Lescure, nel presentare il provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale francese il 13 febbraio.

Il documento così partorito prevede un minore impulso verso le fonti rinnovabili: l’obiettivo complessivo di capacità eolica e solare installata al 2035 è pari a 105-135 GW, rispetto ai 133-163 GW indicati nelle precedenti versioni della PPE3.

Tanto che Greenpeace France l’ha definita “antiquata, arcaica, reazionaria”.

Come emerge dalla tabella seguente, il fotovoltaico dovrebbe arrivare a 55-80 GW nel 2035 mentre la forchetta per l’eolico a terra è di 35-40 GW, cui aggiungere 15 GW di impianti offshore.

Lescure ha precisato che le future aste eoliche daranno priorità al repowering; il target 2030 è di 31 GW cumulativi sulla terraferma, di cui 24 GW già installati, 4 GW inclusi nelle ultime aste e dunque solamente 3 GW di nuovi impianti da assegnare.

“È un rallentamento ma non una moratoria”, ha affermato il ministro, senza riuscire a nascondere del tutto la frenata imposta al settore.

Quanto all’idroelettrico, il Governo intende rilanciare gli investimenti prevedendo 2,8 GW aggiuntivi.

La generazione di elettricità “decarbonizzata” (ossia nucleare più rinnovabili) dovrebbe aumentare fino a 650-693 TWh al 2035, di cui oltre metà (380 TWh) dall’atomo.

Si punta a ridurre il peso dei combustibili fossili nei consumi energetici finali: dal 60% nel 2023 al 40% nel 2030, per poi scendere al 29% cinque anni più tardi, grazie alla crescente elettrificazione e all’incremento delle altre filiere non elettriche, tra cui biometano da immettere nella rete del gas e biocarburanti nei trasporti.

Confermata poi la traiettoria del nucleare, con la costruzione di sei nuovi reattori Epr 2 da mettere in servizio già nel 2038, un’opzione per altre otto unità (sempre Epr 2) e il consolidamento e prolungamento dei 57 reattori esistenti in modo da assicurare già nel 2030 la citata produzione di 380 TWh.

Gli Epr 2, ricordiamo, sono evoluzioni della tecnologia ad acqua pressurizzata (European Pressurized Reactor), che secondo Edf dovrebbero garantire una costruzione più semplice e con criteri di sicurezza migliorati, rispetto alla prima generazione di questi reattori.

Parigi quindi si muoverà sul doppio binario atomo-rinnovabili. Nelle parole del ministro Lescure, “la realtà è che costruire un reattore nucleare richiede dai 10 ai 15 anni, e spero vivamente che saremo più vicini ai 10 che ai 15”, mentre “costruire un parco eolico offshore richiede dai 5 ai 10 anni e realizzare un campo di pannelli solari richiede da 1 a 3 anni”.

“Non possiamo aspettare dai 10 ai 15 anni per essere indipendenti dal punto di vista energetico”, ha aggiunto. “Ecco perché dobbiamo procedere con due approcci”.

Sembrano così riecheggiare le incertezze su extra costi e ritardi che hanno tempestato gli sviluppi recenti del nucleare francese a Flamanville (si veda Il nucleare francese è al top… del flop!). Il succo delle sue affermazioni si potrebbe presumibilmente riassumere così: il nuovo nucleare ci serve, ma arriverà se va bene tra 10-15 anni, intanto occupiamoci delle rinnovabili (ma con target meno ambiziosi per non scontentare chi è pro-atomo).

Cresce il bisogno di modulazione

Come anticipato, Edf ha condotto uno studio per valutare gli impatti della modulazione sul funzionamento dei suoi impianti di generazione elettrica, in particolare quelli nucleari.

Tra il 2019 e il 2024, spiega Edf in una nota, i volumi di modulazione nucleare sono raddoppiati, passando da circa 15 TWh a oltre 30 TWh.

Nel 2025, i reattori hanno modulato fino a 33 TWh e si stima che si salirà fino a 42,5 TWh nel 2028, secondo le simulazioni con ipotesi di una crescita “moderata” dei consumi elettrici.

Storicamente, precisa la società elettrica francese, “le riduzioni di potenza nei reattori nucleari si verificavano principalmente di notte e nei fine settimana”, mentre “oggi queste fluttuazioni si verificano anche durante il giorno, in particolare durante i periodi di elevata produzione solare”.

Di conseguenza, anche il tempo di funzionamento dei pompaggi idroelettrici è stato significativamente più elevato nel 2025 rispetto agli anni precedenti e il numero di arresti e riavvii di impianti a ciclo combinato con turbina a gas è raddoppiato nello stesso periodo.

Pertanto, “la maggiore flessibilità richiesta alle risorse di generazione di Edf sta comportando maggiori costi di manutenzione” per tutti questi impianti.

Più in dettaglio, si legge nel rapporto, “Edf deve rivalutare i propri programmi di manutenzione, aumentando la frequenza delle ispezioni e delle sostituzioni delle parti usurate e accelerando i programmi di sostituzione dei componenti principali”.

Anche le pratiche operative, si precisa, “devono evolversi in modo che i transitori di potenza e gli arresti completi dei reattori comportino un minore stress per gli impianti, preservando al contempo la manovrabilità delle unità di generazione. Sono necessarie ulteriori analisi per definire le specifiche di questi programmi”.

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