Ma dove sono finiti i pompaggi italiani?

Quali sono le ragioni del forte calo nell'uso dei pompaggi idroelettrici? E perché con lo sviluppo futuro di tanti GW di energia solare ed eolica il loro ruolo diventerà fondamentale?

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Batterie, batterie, batterie… da qualche anno non si parla d’altro, come se fossero l’unico modo per accumulare l’energia elettrica, così da rendere programmabili le rinnovabili intermittenti, come solare ed eolico.

Ma in Italia, nazione benedetta da molta acqua e molti rilievi, avremmo un modo più semplice e molto più economico di stoccaggio: il pompaggio idroelettrico (PI), quegli impianti, posti per lo più sulle Alpi, che accumulano elettricità pompando acqua da un bacino in basso a uno in alto, per recuperarla poi quando serve, facendo passare quell’acqua per una turbina idroelettrica.

I sistemi di pompaggio, inoltre, avrebbero anche il grande vantaggio di poter accumulare l’energia non solo per poche ore, ma, se serve anche per giorni, settimane e mesi, compensando in parte i capricci del meteo e le variazioni stagionali.

Questa forma di accumulo, secondo un rapporto del 2015, potrebbe sopperire a tutte le nostre esigenze di accumulo elettrico (e a buona parte di quelle europee), visto che i siti potenzialmente utilizzabili da noi potrebbero addirittura immagazzinare 840 TWh di energia, quasi tre volte i nostri consumi annui.

Ma l’Italia, invece di usare sempre più PI, ne sta usando sempre meno. Parliamo di questa strana situazione, con l’ingegner Alex Sorokin, consulente ed esperto energetico.

«Per far capire quanto potrebbero essere utili i pompaggi idroelettrici per la rete italiana, torniamo al famoso grande blackout del 28 settembre2003.», dice Sorokin.

Quella notte, ricordiamo, venne a mancare una linea di trasmissione da 1 GW di potenza elettrica importata dalla Svizzera, a causa della caduta di un albero su una linea. La prima contromisura automatica fu l’aumento della fornitura da altre linee, provocando il loro surriscaldamento, e così ulteriori interruzioni, finché l’intera rete collassò.

«Ebbene quella notte erano i pompaggi che stavano prelevando dalla rete 3,5 GW: sarebbe bastato staccare un terzo di quelle pompe per evitare che l’Italia rimanesse al buio. Ma, allora il distacco delle pompe non era previsto nelle procedure, per cui questa semplice misura non fu adottata».

Il 2003, però, è anche l’anno in cui i pompaggi raggiunsero il massimo utilizzo; dopo di allora è stato un continuo declino.

«L’Italia è il paese europeo che ha più potenza e capacità di pompaggi idroelettrici: una potenza di quasi 8 GW, per circa 8 TWh annui accumulabili, concepita nei decenni scorsi per accumulare l’energia delle centrali nucleari poco modulabili. Oggi il loro ruolo primario è andato perdendosi, così che vengono usate quasi solo per accumulare di notte energia nucleare importata a prezzi stracciati da Francia e Svizzera, per rivenderla poi sul mercato in ore più redditizie», dice Sorokin.

Ma sembra che per questi nuovi usi, il parco PI esistente sia decisamente sovradimensionato.

«Sì, perché dopo il picco del 2003, quando si usò la capacità di pompaggio per 1000 ore l’anno, avvicinandoci agli 8 TWh, oggi si è scesi a 1-2 TWh annui. È un fenomeno incomprensibile, visto che se solo volessimo, potremmo accumulare nei bacini idroelettrici grandi quantità di elettricità dagli intermittenti sole e vento, evitando sia che parte di essa venga sprecata, sia che la loro presenza, concentrata in certe ore e certi giorni, provochi stress alla rete e sbalzi nei prezzi».

Quest’ultimo fenomeno, per esempio, produce il cosiddetto “cannibalismo del fotovoltaico”: concentrando tutta la produzione nelle ore centrali del giorno, il solare fa crollare il prezzo elettrico nazionale (PUN) in quelle fasce, rendendo più difficile, perché meno conveniente, installare nuovo fotovoltaico su grande scala: se l’energia solare fosse accumulata e ridistribuita nei momenti di picco, i prezzi andrebbero meno su e giù durante il giorno, favorendo nuovi impianti.

«La ragione per cui tutto questo non avvenga, al contrario, per esempio di Spagna, Francia, Svizzera, Norvegia, è per certi versi misteriosa», ammette Sorokin

Si dice che dipenda dal fatto che i PI in Italia siano quasi tutti al nord, mentre il grosso della produzione eolica solare è al sud.

«È vero, ma volendo si possono trasferire grandi quantità di energia da un capo all’altro della penisola: fino a una quindicina di anni fa era il nord che compensava il deficit di produzione elettrica del sud, usando le reti allora esistenti. Oggi avviene in contrario: è il mezzogiorno che genera molto da rinnovabili ad alimentare il nord, ma si potrebbe fare lo stesso in senso alternato con l’energia intermittente delle rinnovabili, accumulata negli impianti PI», ricorda l’ingegnere.

Probabilmente le ragioni, più che tecniche, sono essenzialmente “di mercato”: gli impianti di PI sono quasi un monopolio Enel (5,8 GW appartengono a loro), e l’azienda non ha particolare interesse ad aiutare i concorrenti delle rinnovabili, mentre sicuramente vede con più favore utilizzare l’energia prodotta dalle sue centrali a carbone e a gas durante i momenti di picco del PUN.

Abbiamo chiesto un parere sull’argomento sia a Enel che a Terna, ma, causa della stagione vacanziera, non hanno trovato nessuno per risponderci (riprenderemo con loro l’argomento a settembre).

In effetti, a convalidare questa ipotesi, basti ricordare lo scontro Terna-Assoelettrica del 2011: già allora il gestore della rete di trasmissione ad alta tensione, previde l’importanza di costruire impianti PI al centro sud, per far fronte alla crescita, allora tumultuosa, dell’elettricità non programmabile da rinnovabili in quelle regioni; Terna propose di costruire questi impianti in prima persona in quanto necessari alla stabilità della rete.

Ma Assoelettrica, il cui maggiore associato era Enel, si oppose, perché Terna, per non incorrere in conflitti di interesse, non può possedere impianti di produzione di elettricità e i PI, almeno quando scaricano quanto accumulato, si dovrebbero definire proprio così.

Alla fine, l’Autorità per l’Energia diede torto a Terna, dicendo che ai PI ci dovevano pensare altri soggetti, con il risultato che poi non ci ha più pensato nessuno, e la situazione è rimasta in stallo.

«Nel prossimo futuro, però, dovendo aggiungere l’Italia altre decine di GW di solare ed eolico, per rispettare gli impegni europei sul clima, il ruolo dei PI, a partire da quelli già esistenti, diventerà ancora più fondamentale, a meno che non vogliamo buttare via miliardi in ben più costosi impianti di accumulo con batterie; un assurdo vista la fortunata configurazione del nostro paese», conclude Sorokin.

E infatti Terna è recentemente tornata alla carica: in un’audizione alla Camera del 12 marzo 2019, ha ribadito che l’Italia ha urgentemente bisogno di usare i pompaggi come supporto alle rinnovabili intermittenti.

Per far questo servono nuove regole di mercato, semplificazione nelle autorizzazioni e aste specifiche per la costruzione o la messa a disposizione di impianti di PI per la regolazione di rete.

Secondo Terna, al 2030 bisognerà aver quasi raddoppiato l’attuale potenza di pompaggio, costruendo centrali PI per altri 6 GW, tutte nel centro-sud e nelle isole.

Queste centrali di accumulo, secondo il gestore di rete, saranno indispensabili per:

  • assorbire l’eccesso di generazione solare nelle ore centrali della giornata
  • coprire il fabbisogno in quelle di picco serali
  • ridurre la congestione della rete
  • aiutare la regolazione della frequenza e tensione.

Se non si faranno, conclude Terna, dovremo ricorrere ad accumuli elettrochimici, che faranno sì lo stesso servizio, ma a costi ben più alti.

Ora, l’Italia è maestra nel farsi male da sola, ma speriamo che stavolta, a differenza del 2011, questo o un altro governo diano ascolto a quanto gli esperti suggeriscono e si cominci a programmare la rete elettrica del futuro partendo proprio dal pompaggio fra bacini idroelettrici.

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