L’importanza della certificazione dei biocombustibili legnosi

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Le certificazioni basate su norme tecniche aiutano a garantire qualità, legalità e sostenibilità di pellet, cippato, legna da ardere e altri biocombustibili, oltre ad essere un vantaggio anche per le stesse aziende produttrici. Uno sguardo al mercato del pellet in Italia.

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Perché è importante la certificazione di qualità dei biocombustibili legnosi, come pellet, cippato e legna da ardere? E come fanno queste certificazioni, basate su norme tecniche complesse, a diventare una garanzia per il consumatore?

Ne ha parlato Matteo Favero, responsabile dell’Area biocombustibili e certificazioni di Aiel, nel corso di un workshop alla fiera “Progetto Fuoco”, che si è svolta a Verona dal 25 al 28 febbraio 2026.

Favero distingue tra semplice autodichiarazione e certificazione di parte terza, sottolineando che solo quest’ultima assicura la tracciabilità, la legalità e la sostenibilità ambientale del prodotto.

Oltre a garantire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni, il possesso di marchi riconosciuti offre alle aziende un vantaggio strategico e una maggiore resilienza sui mercati.

L’esperto ha parlato anche della percezione dei clienti, rilevando una crescente disponibilità a riconoscere un valore economico superiore ai prodotti certificati. In sintesi, la certificazione viene presentata come uno strumento fondamentale per strutturare i processi aziendali e comunicare trasparenza in un settore tecnicamente rigoroso.

Il concetto di qualità e i livelli di garanzia

La qualità dei biocombustibili legnosi (pellet, legna, cippato, bricchette) è definita da norme tecniche internazionali ISO, in particolare dalla serie 17225.

Ciascun biocombustibile ha una propria norma: per esempio, la ISO 17225-2 per il pellet di legno e la ISO 17225-3 per il cippato di legno.

Se si considera, ad esempio, l’umidità del cippato, la classe migliore prevede un tasso compreso tra il 10% e il 20%, quella intermedia tra il 10% e il 25%, quella inferiore tra il 10% e il 35%. Ma questo non è l’unico parametro da considerare per definire il prodotto nelle categorie A1, A2 o B: entrano infatti in gioco anche altri aspetti.

Esistono tre modi per comunicare al mercato la qualità di un biocombustibile:

  • Autodichiarazione: il produttore dichiara autonomamente la qualità del materiale.
  • Attestazione: è supportata da analisi di laboratorio, anche accreditato, che però potrebbero non essere rappresentative dell’intera produzione nel tempo, perché effettuate solo su un campione; non sempre è chiaro chi abbia eseguito il campionamento e in quali condizioni sia stata svolta l’analisi.
  • Certificazione di parte terza: è il livello più alto, nel quale organismi indipendenti e accreditati verificano costantemente sia il prodotto sia il processo produttivo; in questo caso è possibile garantire al consumatore che la qualità e la classe dichiarate corrispondano effettivamente al prodotto venduto, non a quelle rilevate su un campione generico. La verifica è svolta da organismi accreditati e indipendenti, cioè da enti di certificazione di parte terza, distinti dall’azienda e dalle dinamiche commerciali; inoltre, i controlli riguardano non solo il prodotto, ma anche il processo produttivo.

Favero cita i due schemi principali gestiti o promossi da Aiel:

  • Biomassplus: dedicato a legna da ardere, cippato e bricchette, con classi che vanno da A1+, la massima qualità, fino a B, qualità base.
  • ENplus: specifico per il mercato del pellet. Questa certificazione deve soddisfare una serie di requisiti tecnici: lunghezza, diametro, durabilità meccanica, percentuale di particelle fini (polveri), densità apparente e altri parametri. In particolare, devono rimanere sotto controllo il contenuto di ceneri e di umidità, così come il potere calorifico e l’eventuale uso di additivi.

Questi schemi certificano dunque sia la classe di qualità del prodotto (per esempio, A1 o A2), sia la capacità aziendale in termini di dotazioni strumentali, sistemi di vagliatura e modalità di stoccaggio.

Perché certificarsi: vantaggi e obiettivi

La certificazione non è solo un adempimento burocratico, ma offre diversi vantaggi.

Consente innanzitutto di evidenziare la tracciabilità che, insieme ad altri elementi come trasparenza e accesso alle informazioni, permette al consumatore di verificare cosa viene venduto e di valutare i prezzi in base alla qualità.

Il venditore, a sua volta, dispone di elementi oggettivi sui quali ancorare le proprie dinamiche commerciali. In sintesi, i vantaggi possono essere elencati così:

  • Accesso agli incentivi: è fondamentale, per esempio, per il mantenimento di incentivi come il Conto Termico.
  • Tracciabilità e legalità: garantisce l’origine legale del legno e facilita il rispetto di normative come il Regolamento Legno dell’Unione europea (EUTR).
  • Sostenibilità ambientale: assicura una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 70% rispetto ai combustibili fossili.
  • Salubrità: garantisce l’utilizzo di legno vergine, aspetto particolarmente rilevante per alcuni settori, come quello delle pizzerie, anche sotto il profilo HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points).
  • Trasparenza: permette al consumatore di verificare l’autenticità del prodotto tramite codici identificativi univoci e database online.

Il valore di mercato e il supporto alle aziende

È stato evidenziato che, dopo il prezzo, il consumatore sceglie soprattutto in base alla certificazione di qualità, prima ancora di altri elementi come modalità di consegna, origine del prodotto o distanza di approvvigionamento, cioè la cosiddetta filiera corta.

Nel suo intervento, Favero ha sottolineato anche gli aspetti più propriamente strategici della certificazione. Come detto le preferenze dei consumatori: dopo il prezzo, la certificazione è il fattore più importante per l’85% degli acquirenti.

Circa il 51% dei consumatori sarebbe disposto a pagare in media il 7-8% in più per un prodotto certificato. Inoltre, va aggiunto che le aziende certificate tendono a performare meglio durante le crisi economiche, perché risultano più strutturate e organizzate.

Dal punto di vista della tutela legale, Aiel collabora con le autorità, tra cui Guardia di Finanza e Carabinieri Forestali, per contrastare le contraffazioni dei marchi e proteggere le aziende che investono nella qualità.

In conclusione, è stato messo in evidenza nel corso del workshop come la certificazione venga presentata come un investimento accessibile – circa 1.200-1.300 euro annui per un produttore di legna – che può ripagarsi rapidamente grazie a un migliore posizionamento strategico sul mercato.

Il mercato del pellet in Italia nel 2025

Sul fronte del mercato del pellet in Italia, secondo dati ancora preliminari forniti da Aiel, si stima che nel 2025 il consumo italiano di pellet abbia nuovamente superato la soglia dei 3 milioni di tonnellate.

Dalle elaborazioni su un campione composto da 129 aziende italiane certificate ENplus risulta che nel 2025 abbiano commercializzato 1.435.000 tonnellate di pellet, pari a circa il 45% dell’intero mercato nazionale.

L’andamento delle certificazioni ENplus in Italia è ancora in aumento: a fine 2025 risultavano validi 143 certificati ENplus con codice italiano: il numero di certificati supera quello delle aziende certificate (129 imprese) perché alcune di esse possiedono sia la certificazione da produttori sia quella da distributori.

Un aspetto significativo è che le certificazioni tendono a consolidarsi e durare nel tempo: il numero di certificati revocati rimane estremamente limitato e non mostra neppure quell’aumento progressivo che sarebbe fisiologico al crescere del numero complessivo di certificazioni emesse.

L’Italia è terza al mondo per imprese certificate, dopo Polonia e Germania, e ha oggi una produzione vicina a 500.000 tonnellate, quasi raddoppiata dal 2020 (oltre 430mila tonnellate sono certificate ENplus).

Un dato negativo da evidenziare è l’aumento dei prezzi del pellet in Italia soprattutto nell’ultimo trimestre, un aspetto da tenere sotto controllo per non danneggiare orendere instabile l’intera filiera.

Una certa attenzione dovrà essere data anche a come e dove viene commercializzato il prodotto. Oggi la grande distribuzione organizzata rappresenta circa un terzo delle vendite, la vendita diretta ai consumatori finali incide per circa il 15%, mentre il 52% delle vendite passa ancora attraverso il canale tradizionale della rivendita.

Da Aiel si considera importante il rafforzamento delle relazioni tra produttori e distributori e i rivenditori territoriali, così come una maggiore informazione nei confronti dei consumatori finali, proprio allo scopo di superare la ciclicità delle tensioni di mercato.

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