La Germania va in soccorso degli energivori

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Berlino punta a calmierare la bolletta fino al 2028 con un prezzo fisso. L’industria italiana, preoccupata anche dalle strategie della Gran Bretagna, chiede al Governo una reazione.

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Se il malcontento della grande industria italiana sui costi dell’energia è sempre stato alto, ora il rischio è di passare alla depressione.

La doccia fredda è arrivata sul finire della scorsa settimana, quando la Commissione europea ha dato via libera preliminare alla Germania per fissare un costo calmierato dell’elettricità agli energivori di 5 centesimi per kWh, da applicare tra 2026 e 2028.

La copertura finanziaria proviene dal Fondo per il Clima e la Trasformazione, con un impatto previsto dai 3 ai 5 miliardi di euro totali.

L’indiscrezione sul benestare di Bruxelles e, soprattutto, sulla compatibilità della misura con i vincoli europei sugli aiuti di Stato, giunge direttamente da Berlino, dove sono certi che a partire dal prossimo 1° gennaio entrerà in vigore un nuovo tassello della rinnovata politica energetica tedesca.

A settembre, infatti, è stata annunciata un’inversione di rotta con diverse misure di settore, come il taglio degli oneri di rete e l’intervento sulle bollette per le piccole utenze (si veda Strategia energetica in Germania: bagno di realtà o doccia fredda sull’Energiewende?).

Qualche informazione aggiuntiva è stata data oggi (18 novembre) dal ministro dell’Economia della Bassa Sassonia, Grant Hendrik Tonne: “Per le aziende particolarmente energivore il prezzo dell’elettricità sarà limitato a 5 centesimi/kWh a partire dal 2026. In questo modo viene finalmente soddisfatta una richiesta di lunga data nel nostro Paese. Ma una cosa sia chiara: questo è solo un ponte. Il futuro è in un’industria a impatto climatico zero”.

Per riuscirci “l’idrogeno verde svolgerà un ruolo fondamentale: come vettore energetico, come mezzo di stoccaggio e come materia prima per processi che non possono essere elettrificati direttamente”.

A ciò si aggiunge la previsione di 10 nuovi GW di centrali a gas, da convertire all’idrogeno o abbinare alla Ccs entro il 2045. Una capacità che dovrebbe parzialmente bilanciare l’uscita dal carbone prevista entro il 2038.

Ora si attende solo l’ok ufficiale della Commissione europea per una misura che si accompagnerà alla compensazione tedesca sui costi indiretti dello scambio di quote CO2, che Berlino intende ampliare per incidere ulteriormente sulle bollette delle grandi imprese.

Intanto le reazioni all’annuncio tedesco non si sono fatte attendere e, oltre alle associazioni italiane, si sono mosse anche quelle di altri Paesi. È il caso della Federazione industrie austriache, che ha chiesto al suo Governo interventi analoghi.

Le reazioni in Italia

Grande preoccupazione è stata espressa da Assocarta e non solo per il caso tedesco: “il Regno Unito, in competizione diretta sui mercati internazionali, sta ampliando i propri sostegni agli energivori”. Dal 2026, infatti, è previsto un aumento della Network Charging Compensation (dal 60% al 90%) per le industrie ad alta intensità energetica, abbattendo alcune componenti della bolletta come gli oneri di rete.

A ciò si aggiunge il British Industrial Competitiveness Scheme, sottolinea l’associazione italiana, che punta a ridurre i costi energetici delle imprese a partire dal 2027 attraverso una serie di esenzioni, oltre al nuovo Connections Accelerator Service, operativo entro il 2025, per velocizzare l’accesso alla rete elettrica dei grandi progetti industriali.

“L’Europa rischia una frammentazione competitiva senza precedenti”, secondo il presidente di Assocarta, Lorenzo Poli. “Se alcuni Paesi possono permettersi maxi-sussidi e altri no, il mercato unico perde credibilità. Le cartiere italiane stanno affrontando costi energetici tra i più alti in Ue, senza strumenti equivalenti a quelli tedeschi o britannici. Così non si compete, si sopravvive. Serve un quadro comunitario uniforme, stabile e realmente equo, oppure l’industria italiana pagherà un prezzo altissimo”.

Ad alzare la voce è anche Federacciai, che ha ricordato come Bruxelles “abbia imposto limiti severi all’energy release italiano, rinviandone l’entrata in vigore e bloccando di fatto un meccanismo che, diversamente da quello tedesco, non è un sussidio, ma un anticipo da restituire nel tempo. Due pesi e due misure che mettono a rischio la competitività delle imprese italiane ed europee, che non possono permettersi interventi analoghi”.

A questo punto, rimarca il presidente di Assofond, Fabio Zanardi, “speriamo che la mossa tedesca suoni la sveglia al Governo: l’industria ha esaurito il tempo e la pazienza”. Per l’Associazione italiana fonderie le aziende “pagano l’elettricità più di qualunque altro Paese europeo e questa differenza pesa ormai in modo insostenibile sui bilanci e sulle prospettive di investimento. La Germania sta utilizzando gli strumenti a sua disposizione per sostenere la propria industria; noi, pur avendo minori margini di manovra fiscale, non possiamo permetterci di restare fermi”.

Da questo punto di vista Zanardi chiede di fare presto sulle regole operative dell’energy release e sui rimborsi dei costi indiretti Ets.

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