Il G20 di Napoli che ha riunito i ministri per l’energia e il clima delle maggiori potenze mondiali ha sostanzialmente rimandato le decisioni più importanti ai prossimi mesi, in particolare al vertice dei capi di Stato e governo di Roma a ottobre e poi alla CoP 26 di Glasgow a novembre.

In quelle occasioni si vedrà se i paesi riusciranno a colmare i due grandi buchi del comunicato finale del G20 partenopeo (link in basso; articolo qui con le prime analisi): la mancanza di una data di uscita dal carbone nel mix di generazione elettrica e la mancanza di una data entro cui eliminare i sussidi pubblici ai combustibili fossili.

Senza queste misure, infatti, è molto più difficile, per non dire impossibile, contenere il surriscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali.

Eppure, lo stesso comunicato riconosce alcuni punti decisivi, come il nesso energia-clima e la necessità di accelerare in questo decennio le azioni (mitigazione, adattamento, finanza sostenibile) volte a limitare l’aumento delle temperature.

Si riconosce, in particolare, che le conseguenze dei cambiamenti climatici a 1,5 °C sono molto inferiori rispetto a quelle che si avrebbero con un riscaldamento di 2 °C, pertanto i paesi del G20 sono determinati (traduzione nostra dall’inglese con neretti) “ad accelerare gli sforzi e gli investimenti per ridurre le emissioni di gas-serra sia nel breve che nel lungo termine, tenendo conto dei diversi contesti nazionali e in accordo con la migliore scienza disponibile, e per rafforzare la resilienza e diminuire le vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici”.

Per accelerare la transizione energetica pulita, nel testo finale ci sono riferimenti a differenti tecnologie, dalle rinnovabili offshore alle bioenergie, passando per il nucleare e l’idrogeno a zero-basse emissioni di CO2.

Si riconosce anche la necessità di investire nelle tecnologie CCS (Carbon Capture and Storage) poiché le fonti fossili, si legge nel comunicato, ancora giocano un ruolo rilevante nel mix energetico globale.

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