Fotovoltaico, territorio e benefici degli impianti utility scale

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I vantaggi ambientali del solare di grande scala che vengono spesso sottovalutati. Una corretta pianificazione è tra le barriere da superare, secondo un'analisi di Irena.

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Nell’acceso dibattito sui grandi impianti fotovoltaici, anche detti utility scale, la questione delle interazioni con il territorio è una delle più sensibili.

I detrattori di questi impianti sottolineano gli impatti negativi, sebben questi ultimi non siano intrinseci alla tecnologia, ma dipendano in larga misura da dove e come gli impianti vengono progettati, costruiti e gestiti.

In un recente report Irena, “Local environmental impacts and benefits of large-scale solar pv plants” (link in basso), l’agenzia internazionale per le rinnovabili sottolinea come la gran parte degli effetti negativi possano essere in gran parte evitati o ridotti attraverso un cambio di approccio nella pianificazione.

Alcune delle principali contestazioni battono sul fatto che gli scavi per fondazioni e cavidotti e la realizzazione delle infrastrutture di accesso possano causare perdita di habitat, degrado del suolo ed erosione, con effetti a cascata su biodiversità e rischio idrogeologico.

A questo si aggiungono la frammentazione degli habitat dovuta alle recinzioni, le interferenze con le rotte faunistiche e, in alcuni contesti, l’impatto visivo e paesaggistico che alimenta l’opposizione delle comunità locali.

Secondo gli analisti la chiave sta nello spostare l’attenzione a monte, privilegiando siti già degradati o disturbati (ex aree minerarie, brownfield o territori colpiti da desertificazione) ed evitando aree protette, habitat critici o zone di elevato valore ecologico.

Strumenti come le valutazioni ambientali cumulative, l’uso di database sulla biodiversità e una progettazione che tenga conto delle dinamiche ecologiche locali consentono di ridurre drasticamente i conflitti. Anche le modalità di costruzione contano: programmare i lavori fuori dai periodi di nidificazione, limitare gli scavi, usare specie vegetali autoctone per il rinverdimento e prevedere corridoi faunistici sono tutte misure già disponibili e tecnicamente mature.

I tanti benefici da non dimenticare

Accanto a queste criticità, il rapporto Irena mette però in evidenza una serie di effetti positivi che spesso restano sottotraccia nel dibattito pubblico.

Il primo è ovviamente sistemico: la sostituzione delle fonti fossili con il solare riduce le emissioni climalteranti e l’inquinamento atmosferico, con benefici diretti sulla salute e sul clima.

Secondo le stime citate nell’analisi, l’elettricità prodotta dal FV installato tra il 2019 e il 2023 ha evitato a livello globale circa 1,1 gigatonnellate di gas serra all’anno, pari a circa il 3% delle emissioni globali nel 2024. Guardando al lungo periodo, la sostituzione di generazione fossile con solare potrebbe evitare 3,2 gigatonnellate di CO₂ all’anno entro il 2050.

Su scala locale, invece, vengono documentati una serie di benefici microclimatici associati alla presenza dei grandi impianti FV.

La copertura dei moduli riduce ad esempio l’irraggiamento solare diretto sul suolo e questo si traduce in una diminuzione delle temperature diurne.

In diversi siti monitorati, la temperatura del suolo all’interno del perimetro degli impianti risulta inferiore di circa 0,5-1 °C in estate rispetto alle aree di controllo. Si veda ad esempio il grafico in basso, che riporta dati medi rilevati nel 2024 in un impianto fotovoltaico della provincia di Qinghai, in Cina.

Un altro aspetto rilevante riguarda l’acqua. L’ombreggiamento dei pannelli riduce l’evaporazione dal suolo in modo significativo. Nei grandi impianti installati in aree aride della Cina, l’evaporazione estiva si è ridotta di oltre il 24%, mentre in Germania le riduzioni osservate variano tra il 9% e il 22%.

Questo si traduce in un aumento misurabile dell’umidità del suolo: fino a +15/20% nei primi 20-40 cm di profondità, con punte ancora più elevate in alcuni casi studio statunitensi. In contesti agricoli o semi-aridi, questi numeri significano minore stress idrico per le colture e una maggiore efficienza dell’irrigazione.

Il report porta esempi interessanti anche sul fronte della produttività biologica. In un progetto sperimentale sempre negli Usa, la stessa quantità d’acqua ha consentito di produrre fino a sei volte più biomassa sotto i pannelli rispetto alle aree non ombreggiate.

In Italia, Irena cita casi in cui il mantenimento della copertura vegetale sotto i moduli ha richiesto circa il 20% in meno di acqua rispetto a pratiche convenzionali. Oppure in Tanzania, un progetto pilota che combina fotovoltaico e coltivazioni ha ridotto il fabbisogno idrico per l’irrigazione di quasi il 14%.

Un ulteriore beneficio, meno intuitivo, riguarda il vento: i grandi impianti fotovoltaici ne riducono la velocità al suolo grazie all’effetto “barriera” dei moduli.

In Cina, in impianti su scala di GW, la velocità del vento sotto i pannelli è risultata in alcune rilevazioni inferiore del 20-40% rispetto alle aree circostanti. Anche negli Stati Uniti sono state misurate riduzioni tra il 24% e il 38% sotto i 1,2 metri di altezza. Questo effetto è particolarmente rilevante nelle aree soggette a erosione e tempeste di sabbia.

Infine, si menzionano benefici sul recupero dei suoli e della vegetazione quando gli impianti vengono installati su terreni degradati.

In alcune aree aride della Cina, la copertura vegetale è passata in meno di dieci anni da valori inferiori al 2-8% a percentuali comprese tra il 55% e oltre il 70%, grazie alla combinazione di ombreggiamento, maggiore umidità del suolo e gestione attiva della vegetazione.

Parallelamente, si osservano miglioramenti nella qualità del suolo, con aumenti significativi di sostanza organica, azoto e nutrienti chiave, in alcuni casi superiori all’80% rispetto alle condizioni iniziali.

Le barriere e il potenziale

Nonostante tutte queste evidenze, il report evidenzia come molte buone pratiche restino ancora marginali.

Le barriere sono molteplici. Da un lato ci sono fattori economici: progettare impianti più attenti all’ambiente può comportare costi iniziali più elevati, legati a studi aggiuntivi, soluzioni tecniche specifiche e una gestione più complessa.

Dall’altro, pesa la mancanza di competenze diffuse e di standard industriali chiari che traducano le raccomandazioni ambientali in pratiche operative replicabili. In molti Paesi il quadro normativo resta frammentato, con politiche di uso del suolo incoerenti o poco coordinate tra livelli amministrativi, che aumentano l’incertezza per gli sviluppatori.

In assenza di questo salto di qualità, il paradosso è che una tecnologia chiave per la transizione energetica rischi di rallentare non per limiti tecnici, ma per una cattiva gestione del suo rapporto con il territorio.

Il messaggio di Irena è chiaro: gli impianti fotovoltaici utility scale, se progettati e gestiti correttamente, possono diventare infrastrutture multifunzionali, capaci non soltanto di produrre energia, ma anche di contribuire al recupero ambientale e alla resilienza degli ecosistemi locali.

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