Il progetto pubblico per l’ex Ilva di Taranto per produrre, grazie anche all’idrogeno, preridotto o Dri – cioè ferro ottenuto dal minerale senza passare dall’altoforno – perde i fondi che gli erano stati riservati.
L’articolo 3 del dl Infrastrutture trasferisce infatti dal Mase al Mimit le risorse destinate all’impianto di Dri Italia, società di Invitalia, rendendole utilizzabili più in generale per la decarbonizzazione della siderurgia, anche tramite contratti di sviluppo.
Viene così meno il vincolo che legava quelle risorse a Taranto, anche se il decreto, ancora all’esame del Parlamento per la conversione, non cancella Dri Italia e non stabilisce che cosa accadrà al progetto.
L’intervento definanziato
Il governo giustifica lo spostamento con la sopravvenuta insufficienza delle risorse. Il dossier parlamentare (pdf in basso) osserva però che questa condizione non viene dimostrata nella documentazione allegata e segnala anche un’incongruenza sugli importi: la relazione illustrativa indica 826 milioni residui, mentre quella tecnica parla di 726 milioni, e l’articolo 3 non quantifica la somma trasferita.
L’impianto avrebbe prodotto Dri usando gas naturale e idrogeno come agenti riducenti, con l’obiettivo di aumentare nel tempo il contributo dell’H2 e abbattere le emissioni, anche se non ci risulta siano state definite pubblicamente né la quota iniziale né le tappe della sostituzione del gas.
L’intervento era nato nel Pnrr, all’interno della misura per l’impiego dell’idrogeno nei settori industriali difficili da decarbonizzare (hard to abate) e ne era poi uscito perché i tempi di realizzazione avrebbero superato giugno 2026, ricevendo nel 2024 un finanziamento nazionale da un miliardo di euro, successivamente ridotto.
Dri Italia, costituita nel 2022, risultava ancora in fase pre-operativa nel bilancio 2025, senza ricavi e impegnata in studi, progettazione e attività di governance.
La relazione illustrativa del decreto lascia aperta una possibile riprogrammazione dell’intervento e un rifinanziamento nella legge di bilancio 2027, ma per ora l’impianto nella sua forma originaria resta senza copertura dedicata.
Nel Pnrr idrogeno più che dimezzato
La vicenda di Taranto è il caso più evidente di un ridimensionamento molto più ampio.
Il Pnrr italiano aveva destinato inizialmente circa 3,64 miliardi di euro a sei linee legate all’idrogeno. Dopo le revisioni ne restano circa 1,495 miliardi, compresi 90 milioni aggiunti da REPowerEU: 2,145 miliardi in meno, quasi il 59%. Il taglio maggiore riguarda proprio l’industria.
L’investimento per i settori hard-to-abate, partito con 2 miliardi, è stato azzerato e dal Piano è scomparso anche il target finale che prevedeva l’introduzione dell’idrogeno in almeno uno stabilimento industriale.
Il programma per la mobilità all’idrogeno è invece sceso da 530 a 345,4 milioni e da 50 a 29 infrastrutture stradali e ferroviarie.
La dotazione per la filiera degli elettrolizzatori è stata ridotta da 450 a 259,9 milioni, pur restando invariato il target di almeno 890 MW l’anno di capacità produttiva.
Sono invece aumentati i fondi per ricerca e sviluppo, da 160 a 300 milioni, e quelli per le hydrogen valleys, da 500 a 590 milioni. Per queste ultime il target è salito da dieci a dodici progetti.
Gli obiettivi ancora nel Piano – 12 hydrogen valleys, 29 infrastrutture per i trasporti, dieci progetti di ricerca e 890 MW annui di capacità produttiva di elettrolizzatori – avevano scadenza al 30 giugno 2026. A metà luglio non risulta però ancora pubblicata la valutazione europea che ne certifichi il raggiungimento.
Per l’ex Ilva una riconversione ancora da definire
Il destino del Dri dipende ora anche dalla cessione dell’ex Ilva, ancora da definire.
Secondo le ricostruzioni della stampa, Jindal Steel International sarebbe in vantaggio su Flacks Group per l’acquisizione.
Il piano attribuito alla società indiana prevede un forno elettrico da circa 2 milioni di tonnellate annue a Taranto, mentre preridotto e semilavorati arriverebbero soprattutto dall’Oman. Circa 4 milioni di tonnellate di bramme (semilavorati larghi e spessi, ottenuti dalla colata continua, che vengono poi laminati per produrre coils, lamiere e altri prodotti piani) sarebbero poi lavorate negli stabilimenti italiani.
Si tratterebbe dunque di una riconversione molto diversa dal progetto pubblico originario: meno produzione primaria a Taranto e una parte consistente del ciclo spostata all’estero. Ma piano industriale, investimenti, occupazione e calendario di chiusura degli altiforni non sono ancora stati formalizzati pubblicamente.
Nel frattempo la produzione resta molto bassa e sullo stabilimento pesa il provvedimento del Tribunale di Milano, che ha disposto la sospensione dell’area a caldo dal 24 agosto 2026, salvo modifiche dell’Aia o una diversa decisione in appello.
A Taranto, quindi, non è ancora chiaro né chi produrrà l’acciaio, né quanto ne verrà prodotto, né dove sarà realizzato il preridotto. L’unica certezza, per ora, è che il progetto pubblico Dri ha perso i fondi riservati.


























