Esperto in Gestione dell’Energia: una figura chiave per le imprese

Dalla formazione alla pratica in azienda: l’esperienza di Erica Bianconi racconta perché l’EGE (Esperto in Gestione dell’Energia) è sempre più centrale nella transizione energetica.

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In un contesto energetico in continua evoluzione, capire quali competenze servono davvero e quali figure sono più richieste dal mercato è fondamentale.

Tra queste, emerge quella dell’Esperto in Gestione dell’Energia (EGE): un profilo strategico per le imprese, come racconta l’esperienza di Erica Bianconi, EGE certificato UNI 11339 e consulente che lavora direttamente nelle aziende per migliorarne l’efficienza energetica e la sostenibilità.

Migliorare le prestazioni energetiche delle imprese: le competenze richieste

Secondo l’ingegnera Erica Bianconi, il punto di partenza è più semplice, e più critico, di quanto si pensi: conoscere i propri consumi.

“Le aziende sanno quanto spendono in energia, ma spesso non sanno da dove derivano quei consumi”, spiega. “Quello che vedo come consulente ed esperto in gestione dell’energia, quando vado all’interno delle aziende, sia nel settore industriale che nel settore civile, è soprattutto che non hanno chiaro quali siano gli usi energetici principali, né se quei consumi siano in linea con benchmark di riferimento”.

Il problema non è solo informativo, ma anche analitico. Nella maggior parte dei casi manca una lettura dei consumi in relazione all’attività svolta: “Non basta dire quanti kWh consumo all’anno, bisogna capire quanto consumo rispetto a quanto produco”.

Qui entrano in gioco gli indicatori energetici, gli strumenti fondamentali per valutare l’efficienza reale di un processo o di un servizio.

Le difficoltà: mancanza di consapevolezza e di visione

Questa carenza di conoscenza si riflette anche nelle attività di formazione aziendale. “Spesso manca proprio una fotografia della realtà energetica dell’impresa – osserva Bianconi – e non si sa dove si consuma di più e se quel consumo sia ottimizzabile”.

Il lavoro del consulente parte quindi da una diagnosi iniziale, come quando si va dal medico: si analizza lo stato di salute energetico dell’azienda per individuare criticità e margini di miglioramento.

Ma c’è un altro ostacolo, più strutturale: la percezione degli investimenti. “Le imprese sono abituate a tempi di ritorno molto brevi, perché investono soprattutto per aumentare la produzione. L’efficienza energetica, invece, è vista come un costo con ritorni più lunghi”, ci dice Erica Bianconi.

Una visione che però trascura un aspetto chiave: “Efficientare significa anche ridurre l’esposizione a fattori esterni, come le fluttuazioni dei prezzi dell’energia legate a dinamiche geopolitiche”.

Il ruolo dell’EGE: non solo tecnico, ma strategico

È proprio qui che si definisce il valore dell’Esperto in Gestione dell’Energia (EGE). Non un tecnico “puro”, ma una figura trasversale.

“L’esperto in gestione dell’energia deve avere competenze a 360 gradi” – sottolinea Bianconi – parte dall’analisi dei consumi, individua gli interventi, valuta i benefici e poi supporta anche nell’accesso a incentivi, bandi e strumenti finanziari”.

Il punto centrale, però, resta uno: “Prima di tutto bisogna dimostrare che l’intervento è valido dal punto di vista energetico. Solo dopo si valutano gli incentivi“.

I risultati: dal monitoraggio ai risparmi concreti

I benefici possono arrivare anche da azioni apparentemente semplici, come il monitoraggio dei consumi.

“In un caso concreto, solo analizzando i dati abbiamo individuato dei consumi anomali in alcune fasce orarie e da lì sono emerse criticità legate all’uso dell’energia all’interno dell’azienda”, racconta l’ingegnera.

Un lavoro che ha portato non solo a una maggiore consapevolezza, ma anche a interventi successivi più strutturati, come l’installazione di un impianto fotovoltaico. “La combinazione tra riduzione dei consumi e produzione da fonti rinnovabili è quella che genera i risultati migliori”, aggiunge.

Va però considerato che l’impatto economico varia molto: “In un’azienda energivora, anche un risparmio dell’1% può avere un valore elevato. In realtà con consumi più bassi, invece, è più difficile percepirne immediatamente i benefici”.

Come si diventa EGE

Erica Bianconi ci ha spiegato che la figura dell’EGE, certificata secondo la norma UNI 11339 (aggiornata nel 2023), si è progressivamente consolidata nel panorama normativo italiano, trovando un primo riconoscimento strutturato con il D.Lgs. 102/2014.

In realtà, il tema della gestione dell’energia era già presente nella legislazione italiana, basti pensare alla legge 10 del 1991 e alla figura dell’Energy Manager, ma solo negli ultimi anni l’EGE ha assunto un ruolo più definito e centrale.

Ciò che distingue questa figura è soprattutto il percorso per ottenerne la certificazione: non si tratta semplicemente di seguire un corso di formazione, ma di affrontare un iter che valorizza e verifica l’esperienza maturata sul campo.

Bianconi arriva da una formazione ingegneristica e da master specialistici sulle energie rinnovabili, ma sottolinea un aspetto fondamentale: “La certificazione EGE UNI 11339 non si basa solo sulla formazione, ma sull’esperienza”.

L’iter prevede infatti un esame complesso che verifica le competenze maturate sul campo. Esistono corsi di preparazione, spesso indicati dagli organismi di certificazione, ma non sono sufficienti da soli: “la vera formazione avviene lavorando, confrontandosi con casi reali e con le aziende”.

Opportunità: il ruolo dell’EGE nei bandi pubblici

Un ambito in cui la figura dell’EGE sta diventando sempre più richiesta è quello degli appalti pubblici e del MePA, il Mercato delle Pubbliche Amministrazioni.

“Nel MePA esiste una sezione dedicata all’efficienza energetica. Sempre più bandi prevedono la presenza di un EGE all’interno delle Associazioni Temporanee di Imprese, le ATI, spiega Bianconi.

La sua esperienza lo conferma: “Sono stata contattata da aziende che avevano bisogno della mia figura per partecipare a gare. Senza un EGE, non avrebbero ottenuto punteggi sufficienti”.

Insomma, un’opportunità spesso sottovalutata, ma che può aprire nuove strade professionali anche attraverso collaborazioni a distanza.

I consigli per chi vuole intraprendere questa carriera

A chi vuole entrare nel settore, l’esperta suggerisce un approccio aperto e multidisciplinare (vedi anche I mismatch della transizione energetica e la creazione di professioni “ibride”): “non esiste un solo percorso: va bene ingegneria energetica, ma anche gestionale. E sarà sempre più importante anche la componente normativa”.

Il riferimento è alla crescente complessità del quadro regolatorio, perché ci ricorda che servono anche figure con competenze giuridiche specializzate in energia.

Per i profili tecnici, il consiglio è chiaro: costruire esperienza pratica e imparare a offrire soluzioni complete: “dalla diagnosi agli interventi, fino agli incentivi: le aziende cercano un supporto a 360 gradi».

Un percorso costruito sul campo

Non esiste, conclude Bianconi, un percorso unico e già definito per diventare EGE. Ma esiste una direzione chiara: unire competenze tecniche, capacità analitiche ed esperienza sul campo.

Ed è proprio questo il messaggio che la RubricaLa Formazione Energetica in Italia” di QualEnergia.it vuole trasmettere: orientare chi vuole entrare nel settore energetico verso professioni concrete, richieste e in evoluzione.

Tra queste, l’Esperto in Gestione dell’Energia è una delle figure più strategiche per accompagnare le imprese nella transizione.

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