Nel panorama delle fonti rinnovabili, l’energia da biomasse resta una tecnologia matura, ma tutt’altro che semplice.
Se le applicazioni spaziano da decenni dalla stufa domestica ai grandi impianti di teleriscaldamento, oggi il settore sta attraversando una fase di profonda evoluzione tecnologica che mette sotto pressione competenze e formazione.
Anche i sistemi più diffusi nelle abitazioni si stanno rapidamente trasformando: caldaie a pellet integrate con solare termico, accumuli e altri generatori richiedono progettazione accurata e capacità di gestione avanzata (Il sistema combi solare termico-biomassa: come funziona e quali incentivi).
Una complessità che rende sempre più difficile trovare tecnici in grado di progettare, installare e manutenere correttamente gli impianti, con ricadute dirette su efficienza, costi di esercizio ed emissioni (Passare dalla caldaia a gas a quella a pellet: soluzioni e consigli).
Un’esigenza che emerge anche nei principali momenti di confronto del settore, come sarà Progetto Fuoco di Verona, la fiera di riferimento per il riscaldamento a biomassa, in programma dal 25 al 28 febbraio, dove il tema delle competenze professionali è sempre più centrale accanto a quello delle tecnologie.
In questo contesto, la qualità degli impianti, il legame con le filiere locali delle biomasse e le competenze professionali diventano fattori determinanti per la sostenibilità del settore. Proprio sulla formazione si gioca una parte importante del futuro delle biomasse in Italia.
Per capire quali figure professionali sono oggi più richieste, dove si concentrano le principali lacune e quali percorsi formativi possono fare la differenza, abbiamo parlato con Diego Rossi, responsabile dell’area tecnologica e progettazione di Aiel, l’Associazione Italiana Energie Agroforestali.
Ingegner Rossi, quali sono oggi le figure professionali più richieste nel settore degli impianti a biomassa?

Le figure principali sono due: progettisti e installatori. Quando parliamo di biomasse parliamo però di un ventaglio molto ampio di soluzioni, che va dalla piccola stufa domestica fino agli impianti di teleriscaldamento. Di conseguenza anche le professionalità variano: dal termotecnico all’ingegnere, fino ai manutentori specializzati. Quello che possiamo dire con certezza è che queste figure oggi non sono sufficienti. Mancano installatori, ma anche progettisti e tecnici della manutenzione, rispetto alla domanda attuale e a quella che auspicabilmente crescerà nei prossimi anni.
Dove e perché mancano?
La difficoltà maggiore si riscontra a livello locale, soprattutto nei territori dove il settore delle biomasse non ha una tradizione consolidata. Inoltre, anche per gli impianti domestici la complessità è aumentata. Non si tratta più solo di installare una stufa a pellet: oggi sono sempre più diffusi sistemi integrati, ad esempio con solare termico o altri generatori. Questo richiede competenze più specifiche e trasversali.
In cosa si differenziano le competenze richieste nel settore delle biomasse rispetto ad altri ambiti energetici?
La principale differenza sta nel combustibile. Nel nostro settore si lavora con un prodotto intrinsecamente variabile, come il legno, che non ha lo stesso livello di standardizzazione di un gas o di un combustibile liquido. Le caratteristiche della biomassa cambiano in base a come viene prodotta, stoccata e gestita. Questo rende indispensabile una professionalità elevata e, soprattutto, esperienza sul campo. La capacità di interpretare il combustibile e di adattare le scelte tecniche al contesto reale è un elemento chiave per il buon funzionamento degli impianti.
Dove si concentrano le principali carenze di competenze: progettazione, conduzione, approvvigionamento o controlli ambientali?
Le carenze sono diffuse lungo tutta la filiera, ma il punto più critico resta la progettazione. Questo dipende in larga misura dalla natura stessa del combustibile, che nel caso delle biomasse è fortemente legata al territorio. Non è raro imbattersi in impianti progettati senza una reale valutazione della biomassa disponibile localmente. Ad esempio impianti a pellet in contesti dove sarebbe più razionale utilizzare cippato, oppure sistemi di stoccaggio non adeguati alle caratteristiche del combustibile effettivamente utilizzabile. Integrare fin dall’inizio disponibilità, qualità e logistica della biomassa è essenziale per garantire efficienza, affidabilità e sostenibilità dell’impianto nel tempo.
Questi impianti si legano molto alle filiere locali…
Esattamente. La biomassa è locale per necessità, non per scelta ideologica. Il costo del trasporto incide molto sul prezzo finale del combustibile, quindi cippato e legna da ardere locali sono spesso le soluzioni più competitive. Ignorare questo aspetto in fase di progetto significa creare problemi gestionali ed economici all’impianto.
Per chi vuole specializzarsi nel settore, come riconoscere un buon percorso formativo?
Dipende molto dalla figura professionale. Per i progettisti, quindi in particolare per gli ingegneri, è positivo vedere che le università stanno introducendo sempre più corsi specifici sulle biomasse e sui relativi impianti. Un corso di laurea in ingegneria energetica dovrebbe prevedere un approfondimento sia tecnologico sia legato alla gestione del combustibile.
Per installatori e manutentori invece?
Per installatori e manutentori, invece, la formazione pratica è centrale. Parliamo spesso di percorsi post-diploma o di istituti tecnici superiori: è fondamentale che offrano laboratori e impianti reali su cui fare esperienza. La pratica sul campo, attraverso tirocini e apprendistato in azienda, resta oggi il canale principale di formazione efficace. Un altro aspetto in forte crescita è l’informatizzazione degli impianti. Il tecnico non è più solo un idraulico o un termotecnico, ma deve avere competenze anche nella gestione dei sistemi di controllo e regolazione.
Per chi già lavora con impianti a biomassa, su quali competenze è più urgente aggiornarsi?
Sicuramente sulla parte informatica e di gestione integrata degli impianti. Gli impianti a biomassa, soprattutto quelli idronici, lavorano sempre più spesso insieme ad altri generatori: pompe di calore, solare termico, sistemi di accumulo. La corretta regolazione del sistema complessivo è essenziale per massimizzare l’efficienza e ridurre le emissioni. In futuro sarà sempre più raro trovare edifici con un solo generatore: la biomassa dovrà dialogare con altri sistemi. Restano poi fondamentali le competenze tecniche legate al combustibile, che a mio avviso rappresentano ancora una grande lacuna del settore.
Esistono errori ricorrenti legati a una formazione inadeguata?
Sì, il primo e più diffuso è il dimensionamento degli impianti. Vale per tutto: dalla stufa domestica fino all’impianto industriale. Un generatore sovradimensionato lavora per gran parte del tempo a carico ridotto, con una conseguente diminuzione dell’efficienza e un aumento delle emissioni. Chiaramente quando c’è un sottodimensionamento c’è un effetto per il comfort dell’utente, nel senso che non arriva abbastanza caldo.
Altri errori frequenti?
Negli impianti industriali un altro errore riguarda lo stoccaggio della biomassa. Spesso non si considera come il combustibile verrà conferito: ad esempio progettando bocche di carico non compatibili con i mezzi realmente utilizzati dalle aziende locali. Tutti aspetti apparentemente banali, ma se trascurati in fase di progetto diventano criticità pesanti nella gestione quotidiana dell’impianto.
Insomma, come si è capito, progettare un impianto a biomassa significa conoscere il territorio, la filiera di approvvigionamento e le caratteristiche reali del combustibile. Senza questa conoscenza, anche la migliore tecnologia rischia di funzionare male.



























