Cresce la richiesta di energy manager. In aumento anche le nomine volontarie

Aumentano certificazioni e professionalizzazione, ma persistono le criticità su Pubblica Amministrazione, giovani e gender gap. I dati di FIRE sulle nomine degli energy manager 2025.

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Nel 2025 le nomine degli energy manager in Italia toccano il livello più alto degli ultimi vent’anni.

A guidare la crescita, oltre agli obblighi normativi, ci sono sempre più spesso scelte volontarie delle imprese, che vedono nella gestione efficiente dell’energia un modo per essere più competitive.

A fotografarne lo stato dell’arte è il “Rapporto sugli Energy Manager in Italia – Nomine 2025 (allegato in basso) realizzato da FIRE, la Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia, che offre un quadro aggiornato sull’evoluzione della figura nel nostro Paese.

In un nostro precedente articolo (Energy Manager: cosa fa, dove lavora e quali competenze servono oggi) avevamo analizzato ruolo, competenze e percorsi formativi dell’energy manager, anche attraverso il contributo del direttore di FIRE, Dario Di Santo. I dati del nuovo rapporto consentono ora di capire come questa professione stia evolvendo in Italia. Vediamo, in sintesi, i principali risultati emersi.

Nomine in crescita: settori e distribuzione geografica

Nel 2025 le nomine hanno raggiunto quota 2.594, il valore più elevato degli ultimi vent’anni, in aumento dell’1% rispetto alle 2.571 del 2024.

Di queste, 1.765 provengono da soggetti obbligati ai sensi della Legge 10/1991, mentre 829 sono nomine volontarie. Un dato che conferma come l’energy management sia sempre più percepito dalle imprese come uno strumento di competitività, superando l’idea del semplice adempimento.

Tra i soggetti obbligati, il settore con il maggior numero di nomine è il terziario (569), seguito dalle attività industriali (463) e dai trasporti (390).

La presenza di nomine volontarie nel comparto industriale è particolarmente significativa, poiché rappresenta oltre la metà di quelle non obbligatorie.

Le mappe in basso mostrano come le nomine siano diffuse su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione maggiore in Lombardia. Il dato è legato sia alla forte presenza di attività produttive nel Nord Italia sia alla concentrazione di sedi legali di grandi imprese, soprattutto nell’area milanese.

Energy manager interni ed esterni

Nel 2025 prevalgono nettamente gli energy manager interni, che costituiscono circa l’80% delle nomine, mentre i consulenti esterni si attestano intorno al 20%, con una piccola quota di profili “ibridi”.

Ciò riflette la struttura del tessuto produttivo: le grandi imprese tendono a dotarsi di figure interne, spesso con ruoli manageriali e di coordinamento, mentre le organizzazioni più piccole ricorrono più facilmente a professionisti esterni.

La differenza principale riguarda però il livello di specializzazione: gli esterni sono molto più spesso certificati EGE, a conferma di un ruolo più tecnico, mentre gli interni svolgono soprattutto funzioni di governance e raccordo con il management.

Le certificazioni

Tra i segnali più positivi emerge l’aumento delle organizzazioni che affiancano alla nomina dell’energy manager un Sistema di Gestione dell’Energia certificato ISO 50001.

Nel 2025 i soggetti nominati e dotati di certificazione salgono a 490 (+9% rispetto al 2024), con una crescita significativa nel terziario e nella Pubblica Amministrazione.

Una tendenza destinata ad accelerare nei prossimi anni anche in virtù della direttiva europea 1791/2023, che introduce l’obbligo di certificazione ISO 50001 per le imprese con consumi energetici medi superiori a 85 TJ nel triennio precedente.

Prosegue anche il consolidamento dell’Esperto in Gestione dell’Energia (EGE): si contano oltre 4.200 certificazioni attive in Italia.

Tra gli energy manager esterni, il 64% possiede questa certificazione, segnale di una crescente professionalizzazione del settore (vedi anche, Esperto in Gestione dell’Energia: una figura chiave per le imprese).

Formazione e inquadramento

Nonostante la legge non stabilisca requisiti minimi in termini di competenze, il profilo dell’energy manager si conferma come qualificato: l’89,6% dei nominati possiede una laurea tecnica, prevalentemente in ingegneria.

Accanto alla formazione accademica, è sempre più importante l’aggiornamento continuo, soprattutto su temi come l’intelligenza artificiale, la flessibilità energetica e le competenze comunicative e negoziali.

Dal punto di vista organizzativo, il 59% degli energy manager occupa posizioni elevate (quadri, dirigenti o amministratori). C’è però una quota significativa di professionisti con un inquadramento troppo basso per incidere efficacemente sulle decisioni strategiche.

Quali debolezze?

Il rapporto evidenzia alcune criticità. Una di queste è che le donne rappresentano solo il 12% degli energy manager (222 su un totale di circa 2.600), una percentuale ancora molto bassa, seppur in lieve crescita.

Emerge inoltre un progressivo invecchiamento della professione: gli under 35 sono appena il 7%, mentre circa il 75% si concentra nella fascia tra i 35 e i 60 anni. Secondo FIRE, è fondamentale favorire il ricambio generazionale e attrarre nuove competenze.

Infine, permane una situazione critica nella Pubblica Amministrazione: nonostante i segnali positivi, come l’adesione dell’87% delle Città Metropolitane, il numero complessivo di nomine è inferiore al potenziale. Solo 50 comuni capoluogo su 109 e 10 regioni su 20 hanno nominato un energy manager. Un ritardo che, secondo l’organizzazione, è un’occasione mancata per migliorare l’efficienza energetica del patrimonio pubblico e ridurre la spesa degli enti.

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