Crediti di carbonio forestali, il Registro nazionale resta in attesa

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Il Crea conferma a QualEnergia.it: manca ancora il secondo decreto attuativo. Intanto Legambiente chiede più pianificazione dei boschi e filiere locali per valorizzare i residui legnosi, anche con cogenerazione, Cer e teleriscaldamento.

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Il Registro nazionale dei crediti di carbonio forestali non c’è ancora, nonostante l’attivazione fosse prevista prima dell’estate.

Lo conferma il Crea a QualEnergia.it, mentre il nuovo rapporto Legambiente segnala che solo il 21% dei boschi italiani è sottoposto a pianificazione e propone di valorizzare la biomassa residua anche attraverso cogenerazione, comunità energetiche e teleriscaldamento.

Il sistema per i crediti forestali, istituito nel 2023, “non è ancora operativo“, conferma in una mail del 3 novembre, Saverio Maluccio del Crea Politiche e Bioeconomia, rispondendo alla nostra richiesta.

Il secondo decreto attuativo necessario, ci spiega, è già stato predisposto dall’ente, ma è ancora in consultazione presso il Masaf (abbiamo chiesto notizie al ministero che per ora non ci ha risposto). Solo dopo la sua approvazione seguirà l’implementazione della piattaforma informatica nel Sistema informativo agricolo nazionale (Sian).

Le scadenze mancate

Il Registro è stato istituito dall’articolo 45 del dl 13/2023 per i crediti volontari prodotti dai settori agricolo e forestale. Il decreto Masaf-Mase del 15 ottobre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 novembre, ha adottato le linee guida per la sezione forestale; per quella agricola è previsto un provvedimento distinto.

L’11 febbraio 2026, rispondendo a un’interrogazione alla Camera, il governo riferiva che lo sviluppo della piattaforma informatica era in corso e riteneva possibile completarla entro marzo, insieme allo schema di certificazione.

Il 30 marzo il Crea, attraverso una comunicazione relativa a un intervento del ricercatore Raoul Romano, indicava la piena attivazione prima dell’estate. Oggi, però, manca ancora il decreto sulle modalità di iscrizione, aggiornamento e controllo dei crediti, e Crea, come detto, conferma che il Registro non è partito.

Il sistema dovrà registrare e tracciare le transazioni dei crediti generati da progetti forestali che dimostrino benefici climatici aggiuntivi rispetto a quanto avverrebbe senza gli interventi: gestione dei boschi, imboschimento e rimboschimento, ma anche stoccaggio del carbonio in prodotti legnosi durevoli, alle condizioni previste dalle linee guida.

Sono previste verifiche indipendenti, progetti di almeno 20 anni e, per i prodotti legnosi di lunga vita, una durata non inferiore a 35 anni. Il Crea gestirà il Registro, senza produrre o vendere crediti in proprio, precisa Saverio Maluccio.

Il ritardo rinvia l’utilizzo del nuovo sistema pubblico nazionale, pensato per rendere tracciabili crediti e compravendite, anche se non blocca tutto il mercato volontario, dove sono già possibili accordi privati e operano altri registri.

Anche una volta operativo, il Registro servirà esclusivamente al mercato volontario: la legge esclude che i crediti forestali iscritti possano essere utilizzati per adempiere agli obblighi dell’EU ETS o del sistema Corsia per l’aviazione.

Più boschi, poca gestione

L’utilità di una fonte aggiuntiva di ricavi per chi gestisce le foreste emerge dal rapporto “La bioeconomia delle foreste 2026″, presentato da Legambiente il 30 ottobre al IX Forum Foreste.

La superficie forestale italiana supera gli 11 milioni di ettari, circa il 38% del territorio, quasi il doppio rispetto al 1970. Un’espansione legata soprattutto all’abbandono dei terreni agricoli e delle aree montane e spesso non gestita adeguatamente.

Legambiente stima che la pianificazione riguardi appena il 21% della superficie boschiva e denuncia un prelievo di legname limitato rispetto all’incremento annuo: in Italia si preleva annualmente solo il 22-24% dell’incremento forestale, contro una media europea intorno al 60%, secondo i dati Sinfor citati da Legambiente.

Al tempo stesso, circa l’80% del fabbisogno nazionale viene soddisfatto dalle importazioni.

Non è, chiaramente, un invito a sfruttare indiscriminatamente i boschi. Per aumentare l’utilizzo del legno, spiega il report, servono piani di gestione, tutela della biodiversità e filiere locali.

Un problema reso più urgente anche dagli incendi: secondo i dati Effis/Copernicus elaborati dall’associazione, dal 1° gennaio al 15 ottobre 2026 le fiamme hanno percorso 130.858 ettari di territorio italiano.

Il peso economico della filiera è già notevole tanto che Legambiente riporta per il 2025 un valore di 52,2 miliardi di euro, 62.100 imprese e 292mila addetti nel sistema legno-arredo-energia: valori riferiti all’intera catena produttiva, non al solo comparto energetico.

L’associazione chiede di portare entro il 2030 la pianificazione forestale al 50% della superficie e la certificazione al 25%, riducendo del 30% le importazioni di legno.

Energia dal legno, ma dopo gli altri usi

I crediti di carbonio potrebbero contribuire a finanziare interventi che aumentino gli assorbimenti, ma, sottolinea il rapporto, non sostituiscono le politiche pubbliche di tutela dei boschi e richiedono criteri rigorosi di addizionalità, permanenza e verifica.

Nel rapporto c’è anche una proposta di sviluppo della filiera energetica forestale, soprattutto per il riscaldamento nelle aree interne e montane. La biomassa legnosa, si precisa, va utilizzata secondo il principio dell’uso a cascata: il legno di qualità viene destinato prima all’edilizia, all’arredamento, ai pannelli e agli altri prodotti; per calore ed elettricità si privilegiano residui, ramaglie e materiale senza sbocchi industriali praticabili.

È una gerarchia rafforzata anche dalla direttiva RED III, recepita in Italia con il dlgs 5/2026, che il rapporto richiama insieme ai requisiti di sostenibilità della biomassa forestale. Il prelievo e la combustione non sono automaticamente benefici per il clima: contano origine del legno, tutela degli ecosistemi, emissioni e rendimento degli impianti.

Legambiente riprende anche il Position Paper approvato nel 2023 dal Tavolo di filiera foresta-legno del Masaf, elaborato da un gruppo coordinato da Aiel, che chiede di puntare su calore, cogenerazione e filiere corte.

Cer forestali e teleriscaldamento

Una delle applicazioni illustrate da Legambiente è quella delle comunità energetiche forestali: Cer alimentate con biomasse residue provenienti da una gestione programmata dei boschi, eventualmente integrate con fotovoltaico, mini-idroelettrico o altre rinnovabili locali.

La soluzione indicata dal rapporto è la cogenerazione ad alto rendimento, abbinabile a una rete di teleriscaldamento. L’elettricità può essere condivisa dalla comunità, nel rispetto delle condizioni del meccanismo delle Cer, mentre il calore recuperato alimenta le utenze locali. La produzione programmabile a biomassa può così integrare quella fotovoltaica, con il calore recuperato che può essere incentivato con altri strumenti, quali il Conto termico.

C’è sempre poi il problema della qualità dell’aria. Secondo i dati riportati da Legambiente, le tecnologie tradizionali rappresentano il 70% dei circa 9 milioni di generatori domestici a biomassa installati e sono responsabili di quasi il 90% del particolato del settore.

Il rapporto confronta le emissioni di polveri di una stufa a legna tradizionale, pari a 480 grammi per GJ, con quelle di una stufa a pellet a 5 stelle, pari a 46,54 grammi per GJ. Per le Cer forestali l’associazione ambientalista suggerisce impianti centralizzati dotati di sistemi di abbattimento e monitoraggio delle emissioni, che potrebbero anche sostituire stufe e camini obsoleti.

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