Cosa ci dice la contestazione all’albero di Natale a Roma?

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L'albero di Natale di Piazza Venezia a Roma quest'anno ha due gruppi di pannelli fotovoltaici montati ai suoi piedi che hanno scatenato l'accusa di scempio ambientale da parte di molti e del sottosegretario Sgarbi. Un'occasione per riparlare del rapporto tra rinnovabili e paesaggio.

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Da quando nel 2018 il tradizionale albero di Natale in piazza Venezia seccò prima del previsto, fu soprannominato Spelacchio ogni successivo arrivo a Roma dell’abete natalizio.

Ormai “Spelacchio” per definizione è diventato motivo di polemica politica.

Anche Spelacchio 2022 o “fotovoltacchio”, come alcuni lo chiamano, non ha fatto eccezione, diventando il centro di uno scontro dialettico.

A questo punto molti lettori di QualEnergia.it si staranno chiedendo: ma che diavolo c’entra l’albero di Natale romano, con i temi di questa testata?

C’entra, perché la polemica di quest’anno verte sul fatto che le luci dell’abete, e anche quelle delle strade circostanti, saranno alimentate da due gruppi di pannelli fotovoltaici, montati ai piedi dell’albero, alleggerendo un pochino la bolletta comunale.

Immediate le accuse da parte di cittadini, ma anche da parti insospettabili, come ad esempio alcuni esponenti del M5S o il quotidiano La Repubblica, per i quali quei pannelli “sono orrendi”, deturpando piazza Venezia.

Accuse riprese al volo dal sottosegretario alla cultura, Vittorio Sgarbi, che, in una intervista a Radio105, ha definito l’impianto ai piedi di Spelacchio “una forma di pornografia; di cui non si capisce che bisogno ci sia, per illuminare quattro palle di Natale; un’esibizione di ambientalismo fasullo costruito per rappresentare come il ‘Bene’ le rinnovabili. Qualcosa di profondamente immorale: una scelta sbagliata rispetto al paesaggio, perché lo contamina”.

La questione è interessante, e non solo perché l’onorevole Sgarbi è uno di quelli che nei prossimi anni deciderà sul destino della transizione energetica italiana, fondata inevitabilmente su quelle rinnovabili che lui non pare tanto amare, ma anche perché la sua posizione su questo micro-episodio riflette purtroppo un sentimento diffuso nel paese: il rifiuto di ogni ipotesi di futuro che comporti un minimo cambiamento, sia pure solo nell’aspetto di ciò che abbiamo intorno.

L’abete fotovoltaico di Roma, naturalmente, non pretende di risolvere la crisi climatica o energetica, ma è un’indicazione, un segnale, al contrario delle luminarie alimentate a metano fossile o carbone, della strada che deve prendere la nostra società per risolvere quei problemi, e non perché le rinnovabili siano ‘Il Bene’, come ironizza Sgarbi, ma semplicemente perché non ci sono alternative, se vogliamo evitare di sconvolgere l’ambiente e liberarci dai ricatti della dittatura dei fossili.

Se il sottosegretario ha soluzioni migliori da offrire per evitare il “male assoluto” del collasso planetario, prego, ce le illustri.

Tanto più che i pannelli che alimentano le luci di Spelacchio sono, come tutti gli altri impianti solari o eolici, solo “appoggiati” sul terreno, e così potranno essere rimossi senza lasciare tracce: un’impronta ben diversa da quella permanente e irreversibile che lasciano fonti energetiche basate sull’estrazione di minerali e sul rilascio nell’ambiente di scorie che alterano clima, salute ed ecosistemi, come nel caso dei fossili e del nucleare.

Però non ci risultano prese di posizione di Sgarbi o degli altri che la pensano come lui, di fronte all’estrazione di carbone, uranio, gas, o petrolio, e delle conseguenze del loro uso sulla natura e quindi sul paesaggio.

In questo senso, sì, è vero, le rinnovabili sono pornografiche, nel senso che “mettono a nudo” la produzione elettrica fin dall’origine, costringendo a farcene carico responsabilmente, mentre le altre fonti permettono di godere i benefici dell’energia a basso costo, nascondendo le conseguenze sul “paesaggio”, e sulla vita di coloro che devono vivere intorno a miniere, centrali e relativi scarichi.

Paradossale è anche l’accusa rivolta a quei pannelli blu, di essere “orrendi”: sembra che chi vede le rinnovabili così, abbia deciso che “il bello” sia il “congelamento” dell’estetica di una certa epoca, e che questa sia alterata solo dalla visione di pannelli e turbine.

Così, nel caso di Piazza Venezia, si immagina che l’epoca da mantenere immutata siano quegli elementi rinascimentali che la contraddistinguono. Sgarbi però potrebbe proporre di abbattere l’Altare della Patria, costruzione ottocentesca magniloquente, retorica e ingombrante, che poggia su resti romani e medievali.

Oppure potrebbe anche definire “pornografica” in tutto il centro di Roma la presenza di auto, camion e autobus, robaccia industriale da XX secolo, in quanto osceni di fronte all’eleganza delle architetture rinascimentali, e proporre quindi di escluderli dal traffico della capitale, lasciando libero passaggio solo a cavalli e carrozze.

E lo stesso potrebbe fare per linee elettriche, viadotti, cartelloni pubblicitari e ogni altra cosa o costruzione apparsa dopo il XVII secolo…

In realtà il paesaggio italiano è tutt’altro che naturale o fisso nel tempo: è cambiato continuamente nel corso della storia, perché nasce proprio dall’azione dell’uomo sulla natura: un’interazione che, nei casi migliori, ha portato a un equilibrio di convivenza sostenibile per secoli, se non millenni, e al tempo stesso a quell’aspetto elegante e armonico che il mondo ci invidia.

Le fonti rinnovabili sono solo l’ultima modifica che l’uomo apporta a questo paesaggio iperantropizzato, con la differenza che, per una volta, la motivazione del loro inserimento non è solo quella del profitto, ma del cercare di limitare l’impatto umano su clima e ambiente.

Potremmo dire la stessa cosa di altri interventi “ammazza paesaggio” visti in questi ultimi decenni, come le distese di capannoni industriali, centri commerciali, palazzoni sulle coste, cave che devastano intere montagne o strade e parcheggi inutili, abitazioni su terreni fragili, eretti solo per fare soldi a spese dell’ambiente?

Contro tutto ciò non ci sembra siano mai partiti gli strali del sottosegretario alla cultura o di chi non sopporta che il suo sguardo incroci all’orizzonte una pala eolica o un impianto solare.

Un silenzio che ha coperto anche i casi peggiori. Un esempio è quel proliferare di capannoni e infrastrutture in Veneto anche nell’area delle ville palladiane, con un impatto devastante su paesaggi di estremo interesse estetico, artistico e storico.

È naturale che le rinnovabili possano essere viste come un’intrusione. Ma nessuno ha mai proposto di alterare con la loro presenza i più noti paesaggi-cartolina della penisola.

Ma definirle “orrende” a priori e bloccarle, dimenticando che quello che è veramente orrendo sarà l’impatto del cambiamento climatico su ambiente, salute, società e quel che resterà del tanto decantato paesaggio, se non installeremo, e in fretta, abbastanza rinnovabili da impedirlo, è una posizione oggettivamente di corto respiro e sostanzialmente ignorante.

Non si può equiparare un innocuo pannello blu, posto temporaneamente in una aiuola-spartitraffico di Roma, al vero scempio ambientale.

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