“Esiste un conflitto tra produrre cibo o produrre energia?”. A porsi la domanda non sono esponenti dei due settori di riferimento, ma curisiosamente la Federcaccia Brescia nella sua rubrica “Cacciapensieri”, facendo però nascere una seconda domanda: perché questo mondo si interessa a una materia apparentemente non correlata alle sue attività?
Una prima risposta arriva dalla stessa sezione bresciana: “In questa cornice, intanto, non ci guadagna la selvaggina e tanto meno la nostra passione”. Un’indicazione ancor più netta si trova nell’intervento di Michele Bottazzo dell’ufficio studi e ricerche Federcaccia il 27 novembre 2025 a Roma, in occasione del workshop “Agrivoltaico: opportunità o illusione green?”, organizzato dalla stessa federazione. “C’è un impatto sull’attività venatoria: perdita di territori, recinzioni, frammentazione e necessità di una nuova pianificazione, anche a livello di ambiti territoriali di caccia (Atc)”.
Nel corso di quell’evento il presidente della Federcaccia, Massimo Buconi, ha parlato positivamente della spinta verso il green, ma chiedendo “attenzione alle contraddizioni generate dal consumo di suolo agricolo e dai rischi per la biodiversità”.
Il 20 gennaio 2026, infine, la stessa Federazione italiana della caccia ha pubblicato sul proprio sito web alcune considerazioni a valle dell’evento di novembre. “Quanto emerso dal confronto è una generale preoccupazione per il rischio di un’eccessiva diffusione dell’agrivoltaico, in considerazione degli ingenti incentivi messi a disposizione a livello nazionale. Si teme in particolare che una non attenta e programmata gestione delle domande dei progetti agrivoltaici possa compromettere la tutela di vasti territori agricoli nazionali”.
Un problema alla base, secondo la federazione, è che non sia stata effettuata “una selezione a livello nazionale di quali aree agricole destinare o meno all’agrivoltaico. Attualmente tutte le zone agricole nazionali sono potenzialmente destinabili all’agrivoltaico, a meno che non soggette ad altra vincolistica preesistente”.
Infine, pur riconoscendo quanto sia necessario incrementare la produzione energetica da rinnovabili, Federcaccia chiede di utilizzare suoli urbanizzati o compromessi.
In sintesi, le critiche che vengono mosse all’agrivoltaico riguardano:
- effetti ambientali e sulla biodiversità ritenuti “poco studiati” (si veda, di contro, Rinnovabili e uccelli: l’eolico è sicuro e il fotovoltaico è un potenziale habitat);
- tecnologia “troppo poco sperimentata nel nostro territorio”;
- poche tipologie di colture compatibili;
- riduzione della produzione agricola;
- impatto negativo a livello paesaggistico.
A tal proposito si veda anche la selezione di report, studi scientifici e documenti istituzionali dedicati all’agrivoltaico selezionati a gennaio da QualEnergia.it.
È utile ricordare come già a marzo dello scorso anno sia emerso un “link” interessante, quando l’esponente della Lega, Francesco Bruzzone, ha costituito un intergruppo parlamentare su eolico ed energie alternative, parlando di eccessiva proliferazione sul territorio degli impianti.
All’epoca la capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra alla Camera, Luana Zanella, aveva messo questa “battaglia contro le pale eoliche” in relazione alla vicinanza dell’esponente leghista al mondo venatorio (La Lega va “a caccia” di pale eoliche).
In quella occasione, riportando la notizia, QualEnergia.it aveva sentito il presidente della Federcaccia Buconi, secondo il quale “gli impianti eolici sono stati analizzati per il loro impatto sull’avifauna e alcuni studi confermano che sono causa di mortalità su varie specie, in particolare i rapaci veleggiatori. La realizzazione di queste strutture in determinate zone ha anche modificato alcune rotte migratorie, portando all’assenza in aree di sosta e transito”.
Critiche allora rimandate al mittente dal presidente di Anev, Simone Togni: “Già nel 2011 la Comunità europea ha pubblicato delle linee guida sull’energia eolica e i siti Natura 2000, le quali includono le zone di protezione (Zps) poste lungo le rotte di migrazione dell’avifauna. Nel documento viene esplicitato che non si può affermare che l’eolico crei un impatto sull’avifauna, ma che occorre considerare caso per caso, anche in zone ad alta valenza ambientale, come le Zps”.
Nell’atto Ue si sottolinea “che in alcuni casi, fornendo strutture per la nidificazione, gli impianti hanno comportato degli effetti benefici sulle specie ornitiche locali”. Infine, Anev e Legambiente Onlus, in collaborazione con Ispra, hanno instituito un Osservatorio nazionale su eolico e fauna.
Le rinnovabili limitano la caccia?
È bene chiarire che la gestione della caccia è amministrata dalle singole Regioni, nei limiti di quanto prescritto dalla legge statale 11 febbraio 1992, n. 157, recante “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”.
Ad oggi non esiste nessun riferimento normativo esplicito, nazionale o regionale, sul divieto di caccia in prossimità di impianti Fer, ma esiste comunque un limite implicito. Le recinzioni di impianti a fonte rinnovabile, ad esempio, escludono automaticamente la caccia internamente e possono portare all’introduzione di fasce di sicurezza.
Inoltre, a livello locale possono essere applicate limitazioni in presenza di infrastrutture elevate, come nel caso dell’agrivoltaico.
Le turbine eoliche, infine, sono considerate impianti industriali e quindi presuppongono fasce di rispetto.
L’analisi di Legambiente e Aias
Non solo una questione di riprogrammazione dei limiti venatori. L’interesse del mondo della caccia verso gli impianti a fonte rinnovabile viene visto anche in un altro senso da Antonino Morabito, responsabile Cites e benessere animale di Legambiente.
“La lettura è complessa”, spiega Morabito a QualEnergia.it, visto che “non si vede immediatamente la connessione”. Bisogna però tenere presente che “il mondo della caccia gode di scarsa condivisione e sostegno a livello sociale, al netto di qualche appoggio politico. Questa condizione oggettiva di difficoltà porta al tentativo di spostare l’attenzione su altre attività umane che, a loro avviso, avrebbero impatto su specie e habitat; una sorta di distrazione dell’attenzione dagli impatti, non necessari, dell’attività che praticano”.
Non per questo, comunque, è preclusa la possibilità di dialogare e chiarire eventuali dubbi sulle tecnologie.
Ne è convinta Valeria Viti, consigliere di Associazione italiana agrivoltaico sostenibile (Aias), che a QualEnergia.it sottolinea: “A nostro avviso l’atteggiamento nei confronti dell’agrivoltaico può evolvere attraverso un dialogo aperto e costruttivo”.
Inoltre, “qualora emergano considerazioni che non risultino condivisibili, ad esempio il riferimento alla frammentazione dell’habitat della fauna selvatica o l’impatto generale sulle categorie faunistiche, che invece sono preservate e favorite grazie alle opere di connessione ecologica legate agli impianti agrivoltaici, il dialogo è lo strumento perché questa configurazione possa trovare maggiore condivisione possibile fra le diverse parti coinvolte, data la sua strategicità in termini di eterogenesi delle finalità che è vocata ad assecondare”. In definitiva, “si auspica un confronto con le associazioni per identificare le aree su cui concentrare gli sforzi di miglioramento e su cui si può raggiungere un consenso”.



























