Anche il fotovoltaico ha il suo dilemma etico

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Il fotovoltaico è la punta di diamante della decarbonizzazione, ma le forniture al momento poggiano quasi interamente sulla Cina e su una regione, lo Xinjiang, dove secondo molti si sta sfruttando il lavoro forzato.

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L’accesso a materie prime o semi-lavorati e la resilienza delle catene di fornitura sono salite prepotentemente alla ribalta durante la pandemia come questioni geo-strategiche primarie.

Ma materie prime e catene di approvvigionamento hanno un’altra dimensione, sempre più fondamentale: la loro sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale.

La questione è emersa nuovamente di recente, quando un’indagine del quotidiano britannico The Guardian ha evidenziato che gli impianti fotovoltaici commissionati dal Ministero della Difesa, dall’Autorità per il carbone, dalla United Utilities e da alcuni dei più grandi sviluppatori di energia rinnovabile del Regno Unito stanno usando moduli prodotti da aziende cinesi, accusate di sfruttare i campi di lavoro forzato nella provincia dello Xinjiang, nel nord ovest del paese.

Fino al 40% dei parchi solari del Regno Unito, infatti, sarebbe stato costruito utilizzando moduli delle più grandi aziende cinesi del settore, fra cui Jinko Solar, JA Solar e Trina Solar – tutte aziende menzionate in un recente rapporto sull’internamento di più di un milione di musulmani della comunità uigura, in quello che il parlamento britannico ha votato la settimana scorsa come un “genocidio”.

Le aziende con fabbriche o fornitori importanti nello Xinjiang producono da un terzo a quasi la metà delle forniture mondiale di silicio usato nei moduli fotovoltaici, a seconda delle stime. E la Cina rappresenta circa il 75% della capacità mondiale di polysilicon, secondo la società di analisi Wood Mackenzie.

Assisteremo ad un aumento di quasi dieci volte della capacità fotovoltaica nei prossimi tre decenni a livello mondiale, secondo BloombergNEF. E ciò significa che milioni di proprietari di abitazioni, aziende e operatori di parchi solari che comprano moduli fotovoltaici si trovano, direttamente o indirettamente, di fronte ad un dilemma morale: volere abbracciare il futuro verde, senza poter sapere se ciò che si sta acquistando sia fatto grazie a lavori forzati, magari anche alimentato da carbone sporco, e nel bel mezzo di quello che secondo molti è considerato un genocidio culturale.

Tale dilemma, va ricordato, riguarda molti altri prodotti, non solo i moduli fotovoltaici, e anche altri paesi. Ma è per cercare di assicurare la provenienza ambientalmente e socialmente sostenibile proprio delle forniture solari che, da parte sua, la Solar Energy Industries Association (SEIA) degli Stati Uniti ha appena presentato un nuovo strumento.

Il suo obiettivo è rendere più facile per gli sviluppatori rintracciare dove siano stati fatti i loro moduli e garantire una filiera etica.

Intitolato “Solar Supply Chain Traceability Protocol, è un documento di 41 pagine contenente le linee guida attraverso cui le aziende produttrici di componenti solari possono soddisfare gli obblighi di conformità tecnici e rassicurare i loro clienti che i propri prodotti sono stati realizzati senza ricorrere a pratiche di lavoro non etiche.

“La trasparenza delle catene di approvvigionamento è fondamentale”, si legge nel protocollo. “Gli acquirenti di apparecchiature, gli utenti finali di energia elettrica e le parti interessate chiedono trasparenza per motivi che vanno dalla sostenibilità alla responsabilità sociale delle imprese, alla conformità delle importazioni”.

Una fonte di settore ha detto al Guardian che l’industria sta facendo di tutto per prendere le distanze dal ricorso al lavoro forzato. Sebbene molti parchi solari britannici siano stati costruiti prima del 2016, il Guardian ha però riscontrato l’esistenza anche di una serie di accordi più recenti, che sollevano dubbi su quanto attentamente le imprese e le agenzie governative britanniche stiano controllando le loro forniture.

Molti produttori dell’industria solare cinese gestiscono fabbriche in vari paesi dell’Asia, ma possono continuare a utilizzare silicio prodotto nello Xinjiang, rendendo difficile determinare se una particolare linea di produzione sia stata interessata dallo sfruttamento del lavoro. La Cina, da parte sua, nega tali accuse, che fra l’altro è complicato verificare, poiché il gigante asiatico limita l’accesso di osservatori esterni e dei media nello Xinjiang.

Il governo degli Stati Uniti, intanto, ha vietato alcuni prodotti fabbricati nello Xingjiang, proprio per le accuse di lavoro forzato della comunità musulmana uigura.

Da parte loro, è da almeno qualche mese che gli sviluppatori fotovoltaici e le associazioni di settore degli Usa si sono mossi per prendere le distanze dallo sfruttamento del lavoro forzato.

Decine di produttori, utility e sviluppatori tra cui SunPower, ENGIE North America, Lightsource BP, Tesla e LONGi avevano firmato una lettera aperta insieme alla SEIA a febbraio per garantire che la catena di approvvigionamento del settore sia “priva di lavoro forzato”. Il nuovo strumento della SEIA scaturisce appunto da quell’impegno.

Il nuovo protocollo “dovrebbe essere qualcosa su cui ogni azienda dell’industria solare può impegnarsi“, ha detto Suzanne Leta, responsabile per la strategia residenziale di SunPower. “Affinché l’industria solare sia all’altezza della sua promessa di fornire una fonte di energia migliore e più pulita, i suoi prodotti devono essere realizzati in modo etico”.

Ma visto il ruolo preponderante che la Cina in generale e lo Xinjiang in particolare ricoprono nella produzione mondiale di silicio solare, la questione etica pone dei difficili interrogativi su quello che la comunità internazionale potrebbe o dovrebbe fare per assicurare l’eticità e la sostenibilità delle forniture.

Uno degli strumenti che si finisce per considerare in questi casi è solitamente quello delle restrizioni alle importazioni, sotto forma di tariffe o vere e proprie sanzioni. Questo porta ad una serie di conseguenze, sia sul lato dell’offerta che della domanda dei prodotti in questione, e sia da parte della Cina che degli altri paesi.

La Cina ha ripetutamente avvertito che qualsiasi misura commerciale o sanzione legate alle accuse di lavori forzati nello Xinjiang si ritorceranno contro i paesi che le imporranno, provocando strozzature nelle forniture, facendo aumentare i prezzi delle componenti e rallentando così la decarbonizzazione.

Eticità e resilienza delle catene di fornitura si stanno rivelando sempre di più due facce della stessa medaglia. Se vogliono mettersela al collo come paladine sia della decarbonizzazione che della sostenibilità sociale ed economica, le democrazie occidentali dovranno fare scelte difficili, in primis rimpatriare, riavvicinare e diversificare almeno parte della produzione di componenti fotovoltaiche.

Dovranno cercare di trovare un difficile equilibrio fra maggiori costi e nuove misure di stimolo verde. Senza dimenticare che uno degli ostacoli più grandi ad una maggiore diffusione delle rinnovabili è tutto interno ai singoli paesi: con regole fatte male e male applicate.

Purtroppo, una soluzione facile non c’è.

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