L’agrivoltaico può diventare adulto? Sì, ma non è per tutti

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Spunti e riflessioni sulle difficoltà di realizzare impianti agrivoltaici in Italia: entità degli investimenti, assicurazioni, continuità agricola.

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Circa i dilemmi agrivoltaici: diventare adulti. Chiamo in questo modo i molti problemi che l’interessante articolo pubblicato su queste pagine il 29 settembre 2025 mostra in piena luce.

Questo è uno dei casi in cui, se non si vuole arrivare rapidamente davanti a un avvocato divorzista, la prudenza richiede di ponderare le proprie azioni. Meglio un accorto fidanzamento di un matrimonio troppo breve.

Il focus dell’articolo di Lorenzo Vallecchi su QualEnergia.it è la possibilità di assicurare con polizze adeguate due attività che sono, a vederle da vicino, sia eterogenee sia di diverso momento e magnitudo.

La possibilità di assicurare l’impianto in tal modo generato o meno, si riverbera sulla generale bancabilità dei progetti. È dunque un tema di primaria importanza (ricordo, essenzialmente un impianto agrivoltaico deve assicurare la continuità delle attività agricole sul suolo, e ai sensi del dl Agricoltura, ora D.lgs. 199/2021, art.20, c.1-bis, è l’unica forma di impianto fotovoltaico ammesso su suolo agricolo, in quanto parte degli obiettivi del Pnrr e delle sue misure di finanziamento).

Si tratta dunque di far convivere, sul medesimo terreno, due logiche e bisogni molto diversi. Cosa che comporta, senza dubbio, rischi per entrambi i poli produttivi. Rischi elevati e difficili da assegnare e definire. Assegnare e definire i rischi è indispensabile condizione di ogni contratto. Per questo, ciò si riverbera sull’intera fattibilità della nascente industria.

Il mercato piano piano se ne accorgerà, e con esso gli operatori che hanno sin qui pensato che bastasse continuare a coltivare il terreno con le medesime forme organizzative, pratiche aziendali e strutture patrimoniali già praticate. Ovvero, praticate per lo più da aziende agricole, o persone fisiche, che in media hanno dimensione di 11 ettari e fatturato di 90.000 € (media italiana 2023).

Dove nasce il problema? Semplicissimo. Su 11 ettari si possono installare circa 9 MW, ma questi hanno un’intensità di investimento che può andare dai 6,5 milioni di euro ai 10 milioni di euro a seconda che si tratti di agrivoltaico “base” o “avanzato”.

Il fatturato di tale impianto resta sempre più o meno lo stesso (sensibile alla posizione nella penisola), diciamo qualcosa come 800.000 €/all’anno (ipotizzando 1.500 hWh/kW e un prezzo di cessione energia di 60 €/MWh). Ovvero, sullo stesso terreno di 11 ettari, un operatore agricolo fattura 90.000 €/anno, e ha margini se va molto bene di 20-30.000 €/anno e l’altro, quello agrivoltaico, fattura dieci volte di più e ha margini almeno di venti volte superiori (al netto del capitale investito). Soprattutto, ha investito almeno trenta/quaranta volte di più.

In altri termini, se la parte agricola produce il danno di far perdere un mese di produzione elettrica vanifica 4 anni del proprio margine. Se provoca la revoca dell’autorizzazione, il suo margine annuale di 500 anni non basta a ripagarlo.

Chiaramente l’ipotesi di revoca dell’autorizzazione è un esercizio meramente teorico e altamente improbabile in Italia, ma una sospensione dell’esercizio per qualche tempo, in caso di manifesto e ripetuto fallimento della parte agricola a soddisfare i requisiti (invero non trascendentali) delle Linee guida del Crea, è parimenti insostenibile anche per un paio di mesi per le forze economiche dell’agricoltore standard.

Chiaramente una copertura assicurativa sarebbe la soluzione adatta a questi casi. Sarebbe la soluzione standard, direi. Quando l’Europa estese le sue rotte commerciali nel mondo, tra il Cinquecento e il Seicento, furono nuove strutture finanziarie a rendere possibile gestire rischi che non erano certamente inferiori.

Ora, il problema è ben evidenziato dall’articolo. Si tratta dell’incertezza, certo. Ma si tratta, soprattutto, dell’asimmetria tra operatori industriali e altamente finanziari, da una parte (per sostenere investimenti ad alta intensità), e soggetti che lavorano in un settore mediamente sottocapitalizzato e sussidiato, dall’altra. Una differenza di mentalità e una di fisico, per così dire.

Il fatto è che le regole, giustamente, indicano quale requisito della “continuità agricola” (il più importante) la comparabilità della Plv (Produzione Lorda Vendibile) con le medie di settore ed area, o con la produzione precedente.

Alessio Pinzone (sentito nell’articolo di Vallecchi, ndr) ricorda come questa dipenda dal mercato. La soluzione non sono tanto i contratti di hedging (la produzione lorda deve essere effettiva e agricola, non va bene che sia, ad esempio, una consulenza al gestore del fotovoltaico, o un prodotto finanziario), quanto la robustezza imprenditoriale agricola, la capacità del prodotto e quella della filiera. Ma ricorda anche un’altra cosa. Lo cito, “l’azienda agricola media non sa da dove iniziare. Gli agricoltori non sono nemmeno abituati a fare l’assicurazione quando è gratuita”.

Corretto. Ma, purtroppo anche inaggirabile. Chi ha margini da 150 euro l’ettaro all’anno, non può negoziare un accordo con chi lo ha da 90 mila, sul medesimo terreno. Chi non ha patrimonio, non può essere controparte di contratti da decine di milioni. Non si può voler entrare in un impianto in tensione, con tante aree potenzialmente pericolose e certamente aggredibili anche da malintenzionati, con le medesime assenze di precauzioni circa personale, forme contrattuali, protezioni e garanzie, con le quali si entra in un campo libero che produce solo patate, o grano. Si può volere quel che si vuole, ma non per questo una passeggiata serale sulla luna diventa possibile.

Né, io credo, si può chiedere ai cittadini italiani di farsi garanti.

Quale la soluzione? Sfortunatamente il biogas non è un esempio corretto; intanto è tipicamente esercito dagli allevamenti, più capitalizzati, poi sono impianti piccoli e dimensionati alla risorsa e, infine, soprattutto, sono impianti confinati e separati dai terreni agricoli.

Non è per tutti? Sì. Non tutto è per tutti. Spiace dirlo, ma per fare un investimento servono le condizioni.

Le associazioni possono fare qualcosa? Sì, assolutamente. Sia le Associazioni degli agricoltori, che possono aiutare i loro associati a crescere, unirsi, accedere a forme mutualistiche di credito, aiutarli a prestare garanzie, trasferire esperienze, creare procedure; sia le associazioni dei produttori elettrici, che possono trasferire buone esperienze, fare convenzioni con compagnie assicurative e bancarie, creare schemi operativi, certificazioni e norme tecniche volontarie.

La soluzione, purtroppo, non è neppure che l’azienda agricola realizzi l’impianto. L’intensità di investimento non scende (ma sale) alla riduzione della dimensione dell’impianto, e quindi quella energetica resta semplicemente un’attività industriale. A meno di avere un’azienda agricola veramente grande e fare un impianto veramente piccolo (ma inutile per i target che il paese deve raggiungere) la soluzione non è questa.

La soluzione è adattare l’agricoltura facendola davvero; anche l’idea dell’articolo, di “partecipare ai mancati ricavi agricoli negli anni di raccolti meno favorevoli”, ovvero sovvenzionare l’agricoltura da parte della produzione energetica, non è coerente con il requisito della “continuità agricola”, non è reddito agricolo.

Semplicemente l’agricoltura deve diventare grande.

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