Come diceva lo scrittore Ennio Flaiano “In Italia la situazione è sempre grave, ma mai seria”. Viene da pensarlo di fronte alle reazioni del governo durante questa pericolosa crisi energetica, che arriva a ruota dopo quella, tutt’altro che sanata, causata dalla guerra in Ucraina.
Invece di elaborare un piano straordinario per l’impiego di rinnovabili, accumuli, pompe di calore e veicoli elettrici, che tagli drasticamente in pochi anni la nostra sempre più disastrosa dipendenza dai combustibili fossili, abbiamo assistito al solito giro con cappello in mano per un po’ di metano e petrolio in più, passando da un governo autoritario ad un altro.
A questo sconcertante spettacolo di “sovranisti” decisi a farci rimanere sudditi, stavolta si è aggiunto anche un classico: l’arrivo dell’ennesima invenzione miracolosa che ci consentirà di produrre energia pulita “gratis”, evitandoci quelle scelte faticose, difficili e tanto banali, seguite in Stati meno inventivi del nostro, come Spagna, Cina e California.
Dalla crisi energetica alla solita tecnologia salvifica
La lieta novella l’ha annunciata la startup Prometheus, in un evento tenutosi fra il 23 e il 26 marzo nell’incubatore Kilometro Rosso di Bergamo, che la ospita, durante il quale è stato comunicato che “al 70%” entro tre anni realizzeranno una caldaia, prima domestica e poi industriale, che utilizzando scintille elettriche, modulate e “risonanti”, fatte scoccare in acqua salata, creerebbe energia da calore, idrogeno e pressione in quantità maggiore rispetto a quanto ne venga fornita.
L’annuncio è stato accolto da apprezzamento in diversi articoli di media, soprattutto finanziari (IlSole24ore, Piazza Borsa, Rai News, oltre ad altri citati dalla startup) che hanno riportato fedelmente le affermazioni dei promotori, senza obiettare nulla di fronte all’ennesima macchina delle meraviglie, basata su leggi fisiche ancora tutte da scoprire.
In realtà l’idea di far scoccare in acqua scariche elettriche ad alto potenziale è ampiamente studiata da più di 100 anni, sia per fini teorici che pratici, per esempio come mezzo di disinfezione. È quindi noto che il plasma elettrico ad alta temperatura produce contemporaneamente calore, idrogeno e ossigeno per la rottura delle molecole d’acqua e pressione per dilatazione termica e creazione di vapore.
Tutto ciò che ha trovato Prometheus, ma con la differenza che prima nessuno si era accorto che l’energia contenuta in questi tre prodotti fosse superiore a quella in ingresso.
A scoprirlo è stato invece l’avvocato d’affari Fabrizio Petrucci, appassionato di fisica e specializzato in investimenti in piccole aziende innovative, fra cui uno nel 2018 nella Team Scotia, azienda di Malta che prometteva di produrre isotopi nucleari per medicina e ricerca, con una sua tecnica LENR (Low Energy Nuclear Reaction), volgarmente nota come “fusione fredda”, il filone di ricerca che tenta da 40 anni di creare reazioni nucleari in dispositivi “da tavolo”, senza usare le altissime energie che la fisica “mainstream” pedantemente insiste a dire essere necessarie, e che finora ha prodotto caterve di annunci roboanti e neanche un bollitore per il tè.
Anche gli isotopi promessi dai maltesi pare non si siano materializzati, ma Petrucci ha trovato comunque promettente il concetto di LENR e lo ha declinato nella versione “scintille in acqua”.
Per farlo ha messo insieme un team piuttosto particolare: fra i 15 membri citati nel loro sito non ci sono fisici, ma tre ingegneri, due meccanici e un elettronico, due tecnici di laboratorio e un data analyst. Un quarto ingegnere, elettronico, Salvatore Majorana, pronipote di Ettore Majorana, è lì in veste di direttore di Kilometro Rosso. Gli altri sono avvocati o esperti di finanza e comunicazione.
In effetti i finanziamenti non sono mancati. Su Prometheus sono piovute risorse provenienti da varie aziende private convinte della bontà del progetto. Questo approccio “molto pratico”, ha fatto sì che Prometheus non abbia perso tempo a chiedersi cosa avvenga nel suo dispositivo, concentrandosi invece sul perfezionarlo, per arrivare, entro giugno, a pre-industrializzare i primi prototipi da immettere poi sul mercato.
Oltre al non contare su finanziamenti pubblici, a merito di Prometheus va riconosciuta una notevole trasparenza: a richiesta di chi scrive, sono arrivati i risultati di alcuni test condotti sul loro dispositivo, mentre lo stesso Fabrizio Petrucci si è reso disponibile per un’intervista.
LENR, annunci e verifiche mancanti
Tutti segni che chi lavora a questo progetto è sinceramente convinto della sua validità: non sembra che abbiano idea di come funzioni, ma sono sicuri che funzioni. Un approccio pragmatico che però crea problemi ben noti.
“Non mi pronuncio sul caso specifico, però quando degli inventori pensano di aver scoperto qualcosa che addirittura sembra violare il primo principio della termodinamica, buona norma sarebbe andare a un dipartimento di fisica universitaria, affidargli il proprio dispositivo e chiedergli di rispondere a una semplice domanda: ‘Quanto si osserva è veramente inspiegabile con le attuali leggi fisiche?’. Un approccio ancora più opportuno nel caso di misure calorimetriche in dispositivi che producono scariche elettriche, le cui performance sono notoriamente complicate da valutare con esattezza”, ci spiega Marco Rosa Clot, professore emerito di fisica all’Università di Firenze.
Questo passaggio di “fisica pura” il team di Prometheus non l’ha fatto, limitandosi a far validare le loro misure da laboratori pubblici e privati che hanno confermato quanto da loro trovato in termini di energia e idrogeno prodotti, ma senza dire se ciò sia spiegabile o meno con la fisica nota.
Il nodo scientifico: cosa manca davvero da dimostrare
In particolare, c’è un dato che salta all’occhio: la loro macchina sembra produrre quasi solo idrogeno, oltre a pochissimo ossigeno e un po’ di ossido di carbonio.
Le scintille, come detto, spezzano le molecole d’acqua in idrogeno e ossigeno, e il fatto che quest’ultimo ‘sparisca’ fa pensare che reagisca subito con l’acciaio e gli altri metalli degli elettrodi e del reattore, producendo ossidi metallici solidi (in effetti gli elettrodi si disgregano durante gli esperimenti) e l’ossido di carbonio gassoso rilevato. Queste reazioni di ossidazione sono fortemente esotermiche, e potrebbero spiegare almeno in parte l’eccesso di energia misurato.
Ma quando ho provato a farlo notare questi aspetti a Petrucci questi si è inalberato, affermando che hanno già scartato questa banale ipotesi. Ma lo stesso dubbio l’aveva espresso lo stesso Majorana in questa intervista del 2024, ed è contenuto anche in uno dei report da loro forniti: “La reazione in oggetto produce idrogeno almeno al 90%, mentre l’ossigeno è prodotto in minor quantità perché coinvolto in fenomeni di corrosione galvanica all’interno della cella di reazione, nonché in possibili side reaction catalizzate dalle condizioni dell’ambiente di reazione”.
L’ipotesi alternativa che Petrucci mi espone è invece che l’idrogeno non arrivi dall’acqua, ma dall’espulsione di protoni dagli atomi dei metalli, che poi si uniscono a formare H2 (in teoria dovrebbero formare Elio2 e poi deuterio, come nel Sole, ma con le LENR tutto è possibile).
Peccato che le rare reazioni nucleari con espulsione di protoni conosciute, avvengano in nuclei già molto instabili, producano pericolose radiazioni, che loro non hanno osservato, e richiedano energie milioni di volte superiori a quelle che può dare una scintilla, per quanto sia modulata e ‘risonante’. Se veramente fossero riusciti a fare una cosa simile altro che caldaie, potrebbero aspirare al Nobel.
Dimostrare che in questo caso siano all’opera delle LENR, non sarebbe poi neanche difficile: basterebbe verificare se la composizione degli elettrodi cambia, via via che perdono protoni (per esempio il ferro potrebbe diventare manganese o cromo), oppure, ancora più semplicemente, constatare che la massa dell’acqua nel reattore prima e dopo i test non è cambiata, e quindi non è lei ad aver fornito idrogeno e ossigeno. Misurare le masse prima e dopo gli esperimenti (bilancio di massa) è cosa ovvia e banale in chimica-fisica, ma nei report ricevuti non ce n’è traccia.
Però, dice Petrucci, queste prove decisive verranno completate in seguito, magari all’Enea, con cui cominceranno presto a collaborare, essendo queste analisi “troppo complesse” per i loro mezzi.
I risultati pratici non giustificano l’enfasi
Ma lasciando da parte queste noiose considerazioni teoriche, veniamo ai risultati pratici del dispositivo, certificati, per esempio dall’austriaca AVL, un gigante del settore. Questi hanno rilevato che per produrre 3,3 milligrammi di H2 il reattore ha usato 50.000 joule di elettricità: con la stessa energia un elettrolizzatore commerciale produce circa 100 volte più idrogeno.
Eppure, Majorana, nell’intervista citata, indicava proprio la produzione di H2 come punto forte di Prometheus, arrivando a ipotizzare il suo uso per produrre il gas in un veicolo, per poi bruciarlo nel motore a scoppio (però sprecando così il 75% della sua energia). Usare direttamente l’elettricità per azionare un motore elettrico sembrava troppo terra-terra?
Visti i risultati certificati, sembra però che per ora sarà meglio tenersi stretti i normali veicoli elettrici.
Petrucci precisa che dal 2024 le cose sono cambiate e l’idrogeno non è più il focus principale di Prometheus. Si stanno invece concentrando sul calore e le onde di pressione, oggetto di futuri studi al Politecnico di Milano, con l’obbiettivo di dimostrare che sono tanto potenti da poter muovere pesanti pistoni, realizzando così un “motore a scintille” entro cinque anni. Staremo a vedere.
In attesa delle onde, intanto il guadagno fra entrata di elettricità e uscita di calore, certificato dalla AVL, è risultato essere di circa 1,5 volte: un po’ pochino se si pensa che una pompa di calore, loro diretto concorrente, arriva a guadagni da 3 a 5 volte.
Petrucci però dice che in laboratorio sono emersi risultati migliori, che le PdC non sono sempre performanti come indicano le etichette e che il loro dispositivo produce anche onde di pressione e idrogeno. Le prime, però, in una caldaia non è chiaro a che cosa possano servire, mentre il poco idrogeno che va ad accumularsi, potrebbe essere addirittura un problema per le miscele esplosive che forma.
I dubbi che ho espresso non sono stati molto apprezzati dall’ideatore di Prometheus che ha confrontato il mio “aggressivo e ostile” scetticismo (così diverso dal ruolo di acritici portavoce che hanno assunto i colleghi degli altri media di fronte ai loro annunci), con la fede mostrata da una lunga lista di aziende, politici e scienziati, sicuri che Prometheus funzioni.
Il punto però è che il “principio di autorità”, per cui è vero ciò che i sapienti pensano sia vero, è stato abbandonato dal XVII secolo, in favore del metodo scientifico, che prevede appunto severe dimostrazioni.
Fra le autorità arruolate come “collaboratori” ci sono anche due ricercatori del Politecnico di Milano e dell’Università Bicocca, che mi hanno precisato come loro si siano limitati, a pagamento, a fare delle misure su aspetti specifici del dispositivo, senza esprimersi sul suo presunto guadagno energetico e se dietro ad esso ci siano le consuete leggi fisiche o le LENR.
Ugualmente poco utili per confermare la bontà delle proprie ragioni sono l’affermazione di aver “ottenuto un brevetto”, un documento legale che prova la proprietà intellettuale su un dispositivo innovativo, ma che non dice nulla sul fatto che funzioni e perché, e gli appelli ad avere una “mente aperta”, accettando il fatto che ci sono ancora tante cose da scoprire nel mondo. Concetto condivisibile, che però non cambia il fatto che chi fa “affermazioni eccezionali”, deve anche produrre “prove eccezionali” a conferma.
E in questo caso non servirebbero neanche test complessi: come detto, basterebbe dimostrare che nel dispositivo l’acqua non perde massa durante la produzione di H2, ed ecco una clamorosa conferma delle LENR e un biglietto assicurato per Stoccolma.
Mentre se si rilevasse una perdita di massa nell’acqua, proporzionale all’H2 prodotto, forse sarebbe il caso di riflettere se, piuttosto che avere la macchina che risolverà tutti i nostri problemi energetici, non ci si ritrovi solo con una “pila a consumo”, che fornisce energia “bruciando” i metalli degli elettrodi e nel reattore con l’ossigeno.
Alla fine dell’intervista, Petrucci ha comunque voluto sottolineare come lui non sia contrario alle rinnovabili, specificando che meglio se in versioni (oggi misteriose), a cui sta lavorando, che non “rovinano” i paesaggi. “Serviranno – ha però aggiunto – fino a quando un futuro reattore Prometheus, super perfezionato, non produrrà abbastanza elettricità da alimentarsi da solo”.
Insomma, riecco spuntare il moto perpetuo. Allora a cosa servirebbero le banali e ingombranti rinnovabili? Basterà avere fede nel genio italico e attendere che maturi questo nuovo frutto.



























