Negli scorsi giorni, alcuni articoli di giornale, ripresi da autorevoli portatori di interesse sui social media, hanno annunciato una non meglio precisata “retromarcia della UE” sulle pompe di calore.
Secondo questi articoli e i relativi commenti, l’Unione europea si sarebbe finalmente ravveduta sulla via di Damasco e, ridotta a più miti consigli dai Paesi membri, avrebbe deciso di rinunciare alla “Strategia europea sulle pompe di calore” e di lasciare spazio alla tanto magnificata “neutralità tecnologica”, che ci consentirebbe, come per le automobili, di raggiungere la neutralità climatica al 2050.
Lasciando da parte per ora il concetto di “neutralità tecnologica”, vediamo se le cose stanno davvero così. È utile fare un po’ di ordine.
La “Strategia europea sulle pompe di calore”, sulla quale la Commissione europea aveva aperto una consultazione pubblica lo scorso anno, da tempo era stata data per superata dalla stessa Commissione.
Le voci di corridoio dicono a causa delle proteste di alcuni Stati membri poco ecologisti e sicuramente su pressione di altre filiere industriali che richiedevano anch’esse una loro strategia dedicata. È il caso, per esempio, della filiera del geotermico.
Realisticamente, quindi, l’istituzione europea si è resa conto che, seppure giustificata dalla rilevanza che le pompe di calore hanno nel piano REPowerEU per uscire dalla dipendenza dal gas russo, la strategia avrebbe segnato un precedente che l’avrebbe costretta a un extra lavoro di programmazione settoriale per ogni tecnologia, lavoro che l’istituzione non aveva le forze per portare a termine.
Ecco, quindi, che la soluzione è stata quella di cambiare il nome all’iniziativa e di integrare il tutto in una “Strategia Europea per il Riscaldamento e il Raffrescamento”, attesa per fine marzo (o forse i primi di aprile), nella quale la Commissione avrà modo di impostare una roadmap per le pompe di calore in un quadro più complessivo, che integrerà anche teleriscaldamento, solare termico e altre tecnologie complementari.
Attenzione però: significativamente, la strategia uscirà contestualmente a un “Piano di Azione Europeo per l’Elettrificazione” ed entrambi i documenti sono attualmente in corso di scrittura; non è ancora dato sapere cosa verrà inserito e dove.
In particolare, quanto concerne l’elettrificazione dei consumi termici domestici potrebbe vedere uno sviluppo delle misure di contorno (reti, tariffe) in quest’ultimo, mentre il dettaglio sull’implementazione della cosiddetta direttiva “Case green” per il riscaldamento e le indicazioni per la strutturazione delle misure economiche di supporto alle pompe di calore potrebbero invece trovare posto nella Strategia.
Come detto, è prematuro immaginare cosa andrà dove, ma quello che sappiamo di certo è che si tratta di documenti non normativi e di indirizzo, e che il focus sulle pompe di calore ci sarà, eccome.
Vale la pena ricordare che il quadro normativo europeo rimane fortemente favorevole alle pompe di calore e all’elettrificazione in generale.
Da un lato, la direttiva sull’efficienza energetica impone piani comunali per la decarbonizzazione del riscaldamento e del raffrescamento per i comuni al di sopra dei 45.000 abitanti (i quali, in mancanza di infrastrutture per il teleriscaldamento, sicuramente prenderanno in considerazione l’ipotesi pompa di calore); dall’altro proibisce agli Stati membri di utilizzare ai fini del target nazionale obbligatorio di risparmio energetico i risparmi di gas ottenuti passando da vecchie caldaie a quelle nuove a condensazione.
Della serie: se volete installarle, fate pure, ma fossile per fossile non conta per l’efficienza.
In secondo luogo, la direttiva “Case green” prevede sia la proibizione del finanziamento pubblico alle caldaie a gas e gasolio che l’obbligo per gli Stati membri di redigere un piano nazionale di decarbonizzazione del settore contenente una tabella di marcia per eliminare il consumo di combustibili fossili domestici entro il 2040.
Una volta redatto il piano, chi mai potrebbe pensare di installare una caldaia a combustibile fossile sapendo che tra qualche anno dovrà obbligatoriamente dismetterla?
Per ultimo, vale la pena ricordare che, certo, anche le caldaie che bruciassero combustibili non fossili potrebbero beneficiare di incentivi pubblici parimenti alle pompe di calore, al solare termico e al teleriscaldamento rinnovabile, ma solo se installate contestualmente a una fornitura di combustibile integralmente decarbonizzato. Ovvero, la norma smaschera la finzione delle caldaie “H2 ready”, che “ready” sono sempre e realisticamente mai verranno connesse ad altro che al metano fossile.
Detto questo, cos’è effettivamente accaduto nelle ultime settimane da ravvivare gli animi dei sostenitori della “neutralità tecnologica”, ovvero dei sostenitori del gas sotto mentite spoglie?
Ebbene, la Commissione, dopo due anni di ostacoli posti in larga misura al cambio della guardia nel governo tedesco e dalla permanente opposizione di quello italiano, ha rilasciato una versione finale molto edulcorata dei regolamenti sull’ecoprogettazione (Ecodesign) e sull’etichettatura energetica degli apparecchi di riscaldamento di ambienti e acqua calda sanitaria.
Si tratta di un documento di grande importanza perché, se è vero che il quadro europeo definisce direzione e obiettivi, alla fine il cittadino installa quasi sempre ciò che il suo installatore di fiducia suggerisce, il quale non può che fare riferimento a quello che il mercato propone. E cosa può essere immesso sul mercato e come lo definiscono proprio queste due norme.
Ecco quindi che, purtroppo senza sorprese, la proposta della Commissione sull’ecoprogettazione è molto meno ambiziosa del testo originariamente presentato nel 2023, e abbassa sostanzialmente le soglie di efficienza energetica per l’immissione nel mercato dei prodotti termici, di fatto consentendo alle caldaie a condensazione di poter essere vendute ancora per molti anni.
Non solo: consente anche la vendita di caldaie non condensanti, e quindi meno efficienti, quando quelle condensanti non siano possibili (una misura fortemente caldeggiata anche dal nostro Paese).
Una sconfitta per il clima e per l’ambiente: sia il Joint Research Centre della Commissione europea che l’Agenzia internazionale per l’energia avevano individuato la messa al bando delle caldaie tramite l’Ecodesign come misura essenziale per il raggiungimento della decarbonizzazione al 2050.
Rimane però la proposta della Commissione europea di rivedere l’etichetta energetica dei sistemi termici, facendo piazza pulita dei vari “++” e riportando tutto alla scala A-G. In questa revisione, le caldaie verrebbero etichettate in classe F e G. Sarebbe la fine, quindi, dell’epoca in cui le caldaie a gas e gasolio venivano vendute come prodotto green perché in classe A.
Le due proposte sono attualmente in consultazione pubblica fino a fine gennaio sul sito “Dì la tua” della Commissione europea.
Insomma, la situazione è ben diversa e molto più articolata di quanto non lascino intendere gli articoli trionfali di chi, più o meno direttamente, è legato mani e piedi al mondo dell’oil & gas italiano, e la direzione di marcia non è per nulla cambiata.
Non ancora, per lo meno. E sia in Italia che a Bruxelles l’agguerrito comparto industriale delle pompe di calore e delle rinnovabili domestiche è ben deciso a non fare la fine dell’auto elettrica.



























