L’idrogeno naturale tra potenziale e vuoti normativi

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Nel 2025 Fid in calo del 30% e cancellazioni in aumento per progetti di H2 a basse emissioni. Cresce l’interesse per l’opzione naturale: potenziale fino a 20 Mt/anno al 2050, ma quadro normativo fragile.

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Il 2025 si è rivelato un anno complicato per l’idrogeno a basse emissioni.

Secondo una recente analisi di Wood Mackenzie, società internazionale di consulenza specializzata nei mercati dell’energia e delle risorse naturali, le decisioni finali di investimento (Fid) in nuovi progetti sono diminuite del 30% in termini di capacità rispetto al 2024, mentre le cancellazioni sono quasi triplicate.

Il problema principale, spiegano gli analisti, non risiederebbe nella domanda, che continua a essere sostenuta da obiettivi industriali e climatici, ma nella difficoltà di comprimere i costi lungo tutta la filiera. In questo contesto, accanto all’idrogeno verde e blu, si fa strada un’opzione finora marginale: l’idrogeno naturale, noto anche come “idrogeno bianco”.

Che cos’è l’idrogeno naturale

L’idrogeno naturale è, letteralmente, idrogeno molecolare presente in natura. Si genera attraverso reazioni geochimiche continue nelle rocce del sottosuolo e può migrare e accumularsi in modo simile a petrolio e gas. A differenza degli idrocarburi, però, le molecole di idrogeno sono estremamente piccole e leggere.

La loro densità energetica volumetrica è molto più bassa rispetto al gas naturale: per ottenere un contenuto energetico equivalente a una tipica scoperta di giacimenti di gas servono quindi volumi molto maggiori. Questo rende la valutazione delle risorse e la loro economicità una sfida tecnica non trascurabile.

Ce ne siamo occupati in con alcuni articoli (Idrogeno bianco, “nel sottosuolo più di quanto ce ne serve” e Miti, realtà e speranze sull’idrogeno bianco) evidenziandone anche altre criticità, come la difficoltà di estrazione, l’impatto ambientale e lo scarso potenziale di decarbonizzazione.

Dalla teoria alle trivelle

Dopo anni di studi teorici e campagne di raccolta dati di superficie, il settore sta però entrando in una nuova fase: quella delle perforazioni esplorative.

Gli Stati Uniti guidano attualmente le attività di drilling, seguiti a breve distanza dall’Australia. Anche Canada e Francia hanno avviato campagne attive. Questi primi pozzi sono cruciali, perché dovranno dimostrare se programmi di esplorazione dedicati possono portare a scoperte economicamente rilevanti.

Wood Mackenzie monitora circa 60 progetti annunciati a livello globale, ma la grande maggioranza è ancora in fase preliminare. Se le prime perforazioni forniranno risultati positivi, è probabile un’accelerazione degli investimenti e un ampliamento del portafoglio di progetti.

Attualmente il panorama dei soggetti attivi è quello tipico di un settore nascente: startup e operatori a piccola capitalizzazione. Tra i nomi più citati c’è Koloma, con sede in Colorado, che ha raccolto la parte più consistente dei circa 400 milioni di dollari di capitale iniziale mobilitati finora dal settore.

Le grandi compagnie minerarie e dell’oil & gas non sono ancora entrate in modo diretto, ma osservano con attenzione gli sviluppi. Gruppi come Fortescue, Rio Tinto e BP Ventures hanno assunto posizioni strategiche attraverso investimenti mirati, in attesa di prove più solide sulla fattibilità tecnica ed economica.

Un business “naturale” per l’oil & gas?

Dal punto di vista tecnico, l’idrogeno naturale si basa sulle stesse competenze geoscientifiche e di esplorazione del sottosuolo che caratterizzano l’industria petrolifera. Le major disporrebbero quindi di capitale, know-how e infrastrutture per sviluppare nuove frontiere energetiche.

Tuttavia, nel breve periodo, appare improbabile secondo gli analisti una riallocazione significativa di capitali verso questa molecola. Le strategie delle grandi compagnie sono oggi fortemente orientate al rafforzamento dei portafogli upstream tradizionali per il prossimo decennio. In questo scenario, l’idrogeno naturale rischia di restare soltanto una scommessa.

Il nodo normativo

All’idrogeno bianco manca inoltre un quadro regolatorio chiaro, decisivo per attrarre investimenti.

Negli Stati Uniti l’accesso relativamente semplificato ai diritti minerari ha favorito l’attivismo esplorativo. In Australia, una legislazione più progressista ha creato veri e propri “hotspot”.

In Europa invece la situazione è disomogenea: la Francia ha riconosciuto rapidamente l’idrogeno come molecola energetica regolamentata, mentre in Spagna normative restrittive sulle trivellazioni hanno rallentato le iniziative.

In Italia non esiste un quadro normativo specifico per l’esplorazione commerciale di questa risorsa, ed eventuali attività rientrerebbero nelle regole generali che disciplinano la ricerca mineraria e gli idrocarburi.

Questo non vuol dire però che nel nostro Paese non ci sia interesse sull’argomento. Studi recenti, come il progetto NHEAT finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Prin 2022 (Programma di rilevante interesse nazionale), evidenziano come il nostro territorio presenti caratteristiche favorevoli alla possibile generazione e migrazione di idrogeno nel sottosuolo.

La presenza di aree tettonicamente attive, bacini sedimentari e sistemi geotermici colloca infatti alcune regioni italiane tra i contesti geologici teoricamente compatibili con accumuli di idrogeno naturale.

Il potenziale

Wood Mackenzie, nelle sue previsioni di base, non include ancora l’idrogeno naturale nel mix di approvvigionamento al 2050. Realisticamente, stimano gli analisti, si tratterà di un segmento di nicchia.

Tuttavia, nello scenario in cui l’esplorazione abbia successo, il potenziale tecnico delle risorse annunciate potrebbe raggiungere fino a 20 milioni di tonnellate annue entro metà secolo, pari a circa il 12% dell’offerta globale di idrogeno a basse emissioni.

Il principale punto di forza è economico: non richiedendo processi di conversione energetica come l’elettrolisi (verde) o la cattura della CO₂ (blu), i costi per estrarre la risorsa direttamente dal giacimento e portarla in superficie potrebbero risultare inferiori.

Ma l’analisi solleva un’incognita rilevante: l’idrogeno naturale riuscirà a raggiungere i mercati finali a costi competitivi, oppure sarà necessario utilizzarlo direttamente in prossimità del sito di estrazione?

La risposta a questa domanda, insieme alla definizione di regole chiare e a un accesso adeguato ai capitali, determinerà se l’idrogeno bianco resterà una curiosità geologica o diventerà una componente attiva della transizione energetica.

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