La guerra, il gas e l’autolesionismo del Dl Bollette

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L’articolo 6 promette di ridurre il Pun nel breve periodo, ma aumenta la produzione a gas, indebolisce il mercato delle Fer e rinvia la vera soluzione, minori importazioni e più fonti rinnovabili.

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Lunedì 2 marzo il Ttf ha aperto a 39,25 €/MWh contro i 31,96 del venerdì precedente, un balzo del 22,8% in poche ore. A metà giornata ha sfiorato i 48 €/MWh, per poi chiudere sopra i 43 euro, il livello più alto da marzo 2025. Il petrolio è salito oltre gli 82 dollari al barile, +13% (per il sollievo di Mosca).

La causa di questa impennata dei prezzi di gas e greggio è l’offensiva di Usa e Israele contro l’Iran e la reazione iraniana, con l’attacco agli impianti energetici in Qatar e il quasi blocco delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del Gnl. Per l’Italia il Qatar vale circa il 25% dei consumi nazionali di Gnl e l’11% di quelli totali di gas (dato 2025, si veda Attacco all’Iran: impatti su petrolio e gas e possibili scenari).

In un mercato elettrico come il nostro, in cui il gas è tecnologia marginale per circa metà delle ore, ogni scossa geopolitica si traduce immediatamente in un aumento del costo dell’elettricità. Lo abbiamo visto bene dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, con il Pun schizzato a 304 €/MWh di media in quell’anno (contro i 125 €/MWh del 2021 e i 52 €/MWh del 2019), trascinato dal gas che ha raggiunto picchi superiori a 200 €/MWh.

Dopo quella crisi, in una memoria portata in Parlamento a ottobre 2023, Terna scriveva chiaramente che, considerata la dipendenza dalle importazioni di gas, “la transizione energetica è l’unica opportunità concreta per la riduzione delle tensioni sui prezzi e per aumentare la nostra indipendenza energetica”.

Un concetto che però sembra essere caduto nel vuoto in questi giorni.

Infatti, da una parte si susseguono gli attacchi al Green Deal europeo, dipinto come un lusso che non possiamo permetterci in questi nuovi tempi duri; dall’altro si approva una norma, il famigerato articolo 6 del Dl Bollette, che per tagliare i prezzi elettrici favorisce ancora di più la nostra dipendenza dal gas, mentre frena la crescita delle fonti rinnovabili.

L’articolo 6 e il colpo alle rinnovabili

Come noto, la norma – che dovrà passare il vaglio della Commissione Ue – interviene sterilizzando i costi Ets e di trasporto nel comportamento d’offerta delle centrali a gas allo scopo di abbassare il Pun.

L’effetto diretto sarebbe far crescere la produzione a gas e penalizzare le Fer. Secondo Aurora Energy Research (ma altre società confermano stime simili), ad esempio, la generazione termoelettrica aumenterebbe fino al 31% per effetto della riduzione dei costi marginali dei cicli combinati.

Il merit order verrebbe così modificato in modo strutturale, rafforzando il ruolo del gas. Sempre nello stesso scenario, il capture price del fotovoltaico con tracking scenderebbe di circa il 35% nel 2028 rispetto allo scenario centrale, mentre quello dell’eolico a terra diminuirebbe di circa il 33%.

Una compressione di questo ordine incide direttamente sulla sostenibilità dei progetti merchant, sui Ppa privati e sulle iniziative che non ricorrono a pieno supporto pubblico, mentre fa crescere in bolletta il costo del sostegno alle Fer con incentivi Cfd.

Alla sola circolazione della bozza del decreto si sono avuti effetti immediati sui desk Ppa e sui business plan di storage e impianti utility scale. Il mercato ha già iniziato a prezzare sui futures un rischio regolatorio prima ancora dell’approvazione definitiva.

Anche il saldo complessivo della misura è meno lineare di quanto possa apparire: già nel 2029 circa il 79% del beneficio all’ingrossso verrebbe riassorbito da costi aggiuntivi (compensazioni su Ets e trasporto gas e più incentivi alle Fer con Cfd), mentre negli anni successivi i costi crescerebbero più rapidamente dei benefici.

A questo si aggiunge un possibile incremento delle emissioni superiore a 10 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno per effetto dell’aumento della produzione a gas.

L’unica soluzione strutturale

Da ogni parte – compresa la stessa Confindustria che ieri in audizione ha dato il suo benestare all’articolo 6 – si riconosce che le rinnovabili, e in primis i Ppa da Fer, sono la strada più rapida ed efficace per tagliare le bollette.

Eppure il governo Meloni, mentre a livello europeo attacca l’Ets, con il Dl Bollette per abbattere i costi elettrici, invece rafforza la dipendenza dal gas e comprime le rendite infra-marginali su cui si regge una parte cruciale dell’economia delle rinnovabili.

Proprio quelle fonti che di più potrebbero fare per tagliare i prezzi e difenderci dalla volatilità (senza citare la questione climatica, mentre l’Agenzia europea per l’ambiente ci dice che, solo per gli eventi meteo-climatici estremi, in Ue abbiamo perso 82 miliardi di euro in 4 anni, dal 2020 al 2024).

Quanto le energie rinnovabili possano fare lo scriviamo ogni giorno su queste pagine, ma ripassiamo qualche dato. Negli ultimi due anni il Pun è rimasto tra 90 e 150 €/MWh, con il 2025 chiuso a 115 di media, mentre nelle prime aste Fer X circa 7 GW di fotovoltaico hanno offerto sotto i 60 €/MWh, dimostrando che oggi una quota rilevante di impianti utility scale può produrre a circa metà dei prezzi medi del mercato all’ingrosso.

La Commissione europea, nel bilancio triennale di RePowerEU, ha evidenziato che tra agosto 2022 e gennaio 2025 la domanda di gas nell’Ue è stata ridotta del 17%, pari a circa 70 miliardi di metri cubi all’anno, grazie a un mix di efficienza, diversificazione e crescita delle rinnovabili.

L’Iea, nel rapporto Renewables 2025, mostra che senza l’espansione delle rinnovabili dal 2010 la dipendenza europea dalle importazioni fossili nel settore elettrico sarebbe quasi doppia rispetto a quella effettiva.

Terna ricorda poi che i 74 GW aggiuntivi di eolico e fotovoltaico previsti al 2030 rispetto al 2021 potrebbero generare circa 128 TWh l’anno, sostituendo altrettanta produzione fossile importata.

Una mossa miope

Il collegamento tra crescita delle rinnovabili e sicurezza energetica, insomma, è diretto e quantificato.

Comprimere artificialmente il prezzo marginale del gas, riducendo il segnale di prezzo che remunera le tecnologie a basso costo variabile, significa penalizzare proprio le soluzioni – soprattutto FV ed eolico – che stanno dimostrando di vincere il confronto con il mercato, portando energia a costi stabili e bassi.

Un intervento, quello di favorire il gas con sconti nazionali, che peraltro può poco o nulla sui prezzi, in scenari internazionali che facciano schizzare le quotazioni.

In questo scenario, gli appelli ad abbandonare o rallentare il Green Deal in nome della sicurezza energetica ci appaiono un cortocircuito logico. Se la vulnerabilità italiana nasce dalla dipendenza da gas importato e dal fatto che il gas determina il Pun, allora rafforzare rinnovabili ed efficienza è la sola risposta strutturale.

In questo contesto, intervenire sul prezzo marginale per rafforzare temporaneamente il gas, aprendo una fase di incertezza con Bruxelles, per arrivare al possibile effetto di ridurre del 30-35% i ricavi potenziali delle rinnovabili merchant, è una mossa autolesionistica.

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