La transizione ecologica ed energetica non è soltanto una questione di investimenti, tecnologie e infrastrutture. È, prima di tutto, una questione di lavoro e competenze.
Comprendere quanti siano i green jobs in Italia, dove si concentrino, quali profili professionali coinvolgano e quale qualità occupazionale garantiscano è fondamentale per orientare le politiche industriali e formative dei prossimi anni.
Un recente studio “Measuring green jobs in Italy: A task-based approach” (link in basso) realizzato da alcuni ricercatori delle università di Pisa e di Torino propone una nuova metodologia per misurare e quantificare i green jobs in Italia.
La ricerca sviluppa un indicatore “task-based”, cioè fondato sulle mansioni effettivamente svolte dai lavoratori.
Attraverso l’Indagine Campionaria sulle Professioni, gli autori hanno identificato 204 mansioni riconducibili alla dimensione “green” distribuite in 84 professioni, costruendo sia indicatori binari (verde/non verde) sia misure continue dell’intensità “green” delle occupazioni.
Lo studio analizza l’occupazione nel periodo 2010-2019 e, pur non concentrandosi esclusivamente sul settore energetico, consente di intercettarne le principali figure professionali coivolte nel settore della transizione ecologica ed energetica.
Tra i risultati più rilevanti emerge un paradosso: le professioni con un maggiore contenuto green risulterebbero, in media, più precarie rispetto ad altre occupazioni, nonostante il ruolo centrale che svolgono nel raggiungimento degli obiettivi climatici.
Identificare i green jobs: i limiti dei modelli tradizionali
Secondo lo studio, la necessità di misurare correttamente i green jobs nasce dalla crescente centralità della transizione verde nelle politiche pubbliche.
Tuttavia, le definizioni restano frammentate e le stime spesso non comparabili tra Paesi, poiché istituzioni come UNEP, Organizzazione internazionale del lavoro e Commissione Europea adottano criteri differenti.
Anche variazioni minime nei parametri utilizzati possono generare risultati molto diversi.
Tradizionalmente, la letteratura ha seguito tre grandi filoni: l’identificazione dei lavori verdi a partire da settori o industrie considerate “green”, l’analisi dei processi produttivi e la classificazione basata su prodotti e servizi ambientali.
I primi due approcci tendono a sovrastimare il fenomeno, perché attribuiscono automaticamente l’etichetta “verde” a interi comparti o imprese senza distinguere le attività effettivamente svolte.
L’approccio fondato sui prodotti e servizi, invece, rischia di sottostimarlo, poiché non intercetta quelle mansioni che contribuiscono alla sostenibilità pur non essendo legate a uno specifico output ambientale.
Il limite comune di questi modelli è l’incapacità di misurare la componente ambientale a livello di singola professione. È proprio qui che interviene l’approccio per mansioni, che analizza nel dettaglio le attività concrete che compongono ogni lavoro, consentendo di stimarne con maggiore precisione il grado di “intensità verde”.
La metodologia per mansioni
Abbiamo chiesto a Francesco Suppressa, uno degli autori dello studio, di spiegarci in che modo questa nuova metodologia possa contribuire a sostenere la transizione energetica e a orientare il sistema formativo italiano.
Francesco Suppressa, perché il vostro approccio migliora accuratezza e trasparenza rispetto ai tradizionali metodi di analisi dei green jobs?

Nel dibattito economico esiste una discussione molto accesa su come misurare correttamente i lavoratori “green”. I primi metodi hanno adottato approcci aggregati, considerando “verdi” tutti i lavoratori impiegati in settori ritenuti sostenibili o in imprese classificate come green. Queste metodologie tendono a sovrastimare il numero dei lavoratori Green, dato che non si entra nel merito delle azioni effettivamente svolte dai diversi impiegati.
Invece, come misura il vostro metodo?
Il metodo che noi proponiamo, il task-based approach, analizza nel dettaglio le mansioni richieste da ciascuna professione, permettendo di identificare il contenuto ambientale a livello occupazionale. Questo consente non solo di costruire indicatori binari “verde/non verde”, ma anche misure continue, capaci di quantificare l’intensità della componente green in ogni professione. Naturalmente anche questo metodo presenta dei limiti. Ad esempio, funziona meno efficacemente quando le classificazioni professionali non sono sufficientemente granulari. Tuttavia è un passo avanti significativo rispetto ai metodi precedenti, soprattutto in termini di coerenza e trasparenza.
All’interno dei green jobs che avete identificato, quale incidenza hanno le professioni direttamente collegate al settore energetico?
Il nostro metodo individua anche professioni strettamente legate al settore energetico, come ingegneri energetici o tecnici del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili. Tuttavia non abbiamo condotto un’analisi settoriale specifica sull’energia. Ciò che emerge comunque è che la dimensione energetica non rappresenta il nucleo esclusivo né il principale motore della crescita dei green jobs osservata nei dati. L’occupazione verde appare piuttosto come un fenomeno trasversale, che coinvolge numerosi ambiti produttivi nei quali il contenuto ambientale delle mansioni si sta progressivamente intensificando. In prospettiva, sarebbe molto utile un approfondimento mirato sul comparto energetico.
In che modo si potrebbe quantificare la componente energetica nei green jobs in Italia?
L’aggiornamento delle classificazioni professionali introdotto da ISTAT con la CP2021, che include nuove figure connesse alla transizione energetica, offre l’opportunità di isolare con maggiore precisione la dinamica del settore. L’integrazione tra approccio per mansioni e analisi settoriale potrebbe consentire di quantificare in modo più puntuale il contributo dell’energia all’occupazione verde complessiva.
Dal vostro studio emerge che in Italia i green jobs risultano mediamente più precari rispetto ad altre occupazioni. Come si spiega questa instabilità?
Una possibile interpretazione è che il mercato del lavoro italiano stia ancora incorporando molte di queste figure in modo intermittente, spesso legato a cicli di investimento, incentivi temporanei o progetti a scadenza, per esempio stagionali. In altre parole, la transizione ecologica genera nuova domanda di competenze, ma non sempre all’interno di strutture occupazionali già stabilizzate.
In che modo le politiche potrebbero contribuire a rafforzarne la qualità e la stabilità contrattuale?
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, l’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare che la dimensione ambientale si accompagni a una riduzione della qualità del lavoro. Come sottolinea la definizione dell’UNEP, i Green Jobs dovrebbero essere non solo utili per l’ambiente, ma anche “lavori dignitosi”. Per questo risultano cruciali investimenti stabili e di lungo periodo, politiche attive del lavoro orientate alla formazione e alla riqualificazione, e un forte coordinamento pubblico, soprattutto in un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da micro e piccole imprese. Se ben progettata, la transizione ecologica può quindi diventare non solo una trasformazione tecnologica, ma anche un’occasione di rafforzamento della qualità dell’occupazione.
Dopo il 2019, lo stato della precarietà è cambiato?
La nostra analisi si ferma al 2019 e quindi non include né gli effetti della pandemia né l’impatto degli investimenti successivi, in particolare quelli legati al PNRR e alle politiche europee per la transizione energetica. Per questo è difficile formulare valutazioni definitive sull’evoluzione più recente. Non appena i dati lo consentiranno, aggiorneremo l’analisi per verificare se le dinamiche osservate nel periodo precedente si siano rafforzate o attenuate.
Comunque gli investimenti pubblici avranno influenzato il lavoro…
È plausibile che gli ingenti investimenti abbiano sostenuto la domanda di competenze green, ma la natura spesso temporanea dei progetti finanziati può aver favorito la creazione di posizioni a termine più che di occupazione stabile, con il rischio che il quadro di maggiore precarietà da noi osservato si sia in parte protratto anche negli anni successivi. Dinamiche simili sono emerse in altri ambiti ad alta intensità di finanziamento pubblico, come quello universitario, dove l’espansione delle opportunità si è accompagnata a un aumento delle posizioni non permanenti.
Quali dinamiche vi aspettate nel medio periodo?
Nel medio periodo molto dipenderà dalla capacità delle politiche di trasformare gli impulsi straordinari in traiettorie di investimento durature. Se gli interventi collegati alla transizione ecologica e all’energia riusciranno a consolidarsi in filiere produttive stabili, sarà ragionevole attendersi un progressivo miglioramento della qualità dell’occupazione green; se invece prevarrà una logica di progetti a scadenza, la crescita quantitativa potrà continuare a convivere con forme contrattuali più fragili.
Secondo lei, quale ruolo gioca il sistema formativo italiano nello sviluppo dei green jobs?
Il nostro studio non analizza direttamente il sistema formativo. Tuttavia, i risultati mostrano che il contenuto green si diffonde trasversalmente a molte professioni. Questo suggerisce un fabbisogno crescente di competenze ambientali integrate in percorsi diversi: dalla formazione tecnica alla riqualificazione continua (n.d.r., vedi anche: I mismatch della transizione energetica e la creazione di professioni “ibride”).
Esiste oggi un disallineamento tra domanda e offerta di competenze verdi? E quali interventi sarebbero prioritari?
In una fase di trasformazione rapida è plausibile che emergano disallineamenti tra domanda e offerta di competenze. Diventa quindi cruciale aggiornare i curricula, rafforzare gli ITS (n.d.r., vedi anche: Formazione su efficienza energetica. Dagli ITS più studenti e occupazione) e integrare le competenze ambientali ed energetiche nei percorsi universitari e professionali. Integrare l’analisi delle mansioni con dati sul sistema educativo rappresenta una direzione di ricerca fondamentale per accompagnare la transizione ecologica con occupazione di qualità.





























