La corrispondenza tra Roma e Bruxelles si è fatta più frequente negli ultimi giorni.
La Commissione europea, infatti, ha da poco inviato al nostro Paese una lettera in cui si chiede di far fronte alla crisi energetica agendo sulla riduzione dei consumi di gas ed elettricità.
La scorsa settimana, inoltre, è stato comunicato all’Italia l’avvio di una procedura d’infrazione, inviando una lettera di messa in mora per non aver notificato integralmente le misure di recepimento della direttiva sulle emissioni industriali e zootecniche 2024/1785.
In entrambi i casi si tratta di comunicazioni fatte a tutti i Paesi dell’Unione europea.
C’è una notifica, invece, in cui l’Italia fa eccezione. La Commissione europea ha infatti escluso solo il nostro Paese da una nuova procedura di infrazione per non aver comunicato entro i termini previsti il recepimento integrale della direttiva sull’idrogeno e il gas decarbonizzato 2024/1788.
Il ritardo italiano è invece lieve per quanto riguarda il Piano nazionale di ripristino della natura, inviato a Bruxelles il 25 settembre scorso rispetto alla scadenza prevista del 1° settembre, centrata da soli sette Stati.
Entro il 5 ottobre, infine, Bruxelles dovrebbe inviare al Mase le proprie osservazioni sul Piano sociale per il clima trasmesso ad agosto.
L’appello alla riduzione dei consumi di energia
“Nel contesto di un’offerta globale limitata e di un’elevata volatilità dei prezzi, la riduzione della domanda può essere uno strumento efficace per contenere il costo” dell’energia.
È quanto si legge in una lettera inviata il 25 settembre a tutti i governi europei dal commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen.
Il testo è stato visionato da alcune testate giornalistiche, tra cui Politico, e rilanciato dai media del Vecchio Continente.
La richiesta di tagli ai consumi è a tempo indeterminato, finché sarà necessario far fronte a una situazione definita “difficile”. Allo stesso tempo, rassicura il commissario, non sussistono rischi immediati di approvvigionamento.
I timori sono per l’inverno che si avvicina e per livelli di stoccaggio gas difformi tra i vari Paesi, con l’Italia comunque tra quelli con le migliori riserve accumulate.
Gli esempi fatti nella lettera sono generici: ridurre i consumi elettrici nelle ore di picco, sfruttare al meglio i contatori intelligenti, incoraggiare la flessibilità della domanda, limitare le temperature negli edifici pubblici e spegnere l’illuminazione pubblica non necessaria durante la notte.
Più complessa per i Governi nazionali la richiesta di evitare distorsioni del mercato con nuove politiche di contenimento dei prezzi energetici (si veda Strappi e ricuciture con l’Europa su caro energia ed extraprofitti).
Infine, Jørgensen riconosce che “la dipendenza dai combustibili fossili importati ci espone alle turbolenze globali della geopolitica energetica”.
La nuova infrazione sulle emissioni industriali
L’Italia ha dunque ricevuto una lettera di messa in mora sulla direttiva 2024/1785 che modifica le precedenti norme in tema di emissioni industriali e zootecniche, tra cui la 2010/75/Ue su cui il nostro Paese era già stato messo in mora.
“Le attività industriali svolgono un ruolo essenziale nell’economia dell’Ue, ma possono anche rappresentare una fonte significativa di inquinamento, generando rifiuti e consumando grandi quantità di energia”, come scrive la Commissione.
“Per questo motivo, dal 2010, la precedente direttiva sulle emissioni si è occupata degli effetti ambientali e sulla salute umana di oltre 50.000 impianti industriali, imponendo l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili e il rispetto dei limiti di emissione”.
La direttiva aggiornata aumenta tale ambizione promuovendo l’innovazione e la trasformazione attraverso le tecniche di riduzione delle emissioni più efficaci e praticabili.
In particolare, inasprisce le norme di riduzione, mira a tagliare l’uso di sostanze chimiche pericolose ed estende l’ambito di applicazione della precedente direttiva.
Inoltre, rafforza i diritti dei cittadini e crea un nuovo diritto a chiedere il risarcimento per i danni alla salute causati dall’inquinamento illegale.
Gli Stati membri messi in mora, che avevano tempo fino al 1° luglio 2026 per recepire la direttiva 1785, hanno ora due mesi per comunicare alla Commissione le misure di recepimento definitive. In assenza di una risposta soddisfacente Bruxelles potrebbe emettere un parere motivato.
Rimanendo nel pacchetto di infrazioni pubblicato il 25 settembre dalla Commissione europea, è arrivata anche la messa in mora a Belgio, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia per non aver comunicato il recepimento integrale delle nuove norme sulla struttura del mercato elettrico in materia di libera scelta del fornitore e diritto alla condivisione dell’energia, stabilite dalla direttiva 2024/1711. L’Italia non è dunque coinvolta.
Il Piano di ripristino della natura
Come accennato in precedenza, il Mase ha fatto sapere di aver inviato alla Commissione europea il Piano nazionale di ripristino della natura, in attuazione del regolamento Ue 2024/1991.
Ora Bruxelles ha sei mesi per rispondere e sulla base delle osservazioni ricevute il ministero e il Masaf dovranno elaborare e inviare la versione definitiva entro settembre 2027.
A inizio mese quattordici associazioni ambientaliste avevano sollecitato il dicastero a fare presto e a pubblicare il testo aggiornato del piano, ad oggi non ancora diffuso. L’ultima bozza risale alla consultazione svolta tra 23 aprile e 24 giugno 2026.
Al suo interno sono contenute misure compensative all’installazione di rinnovabili che sono state criticate da Anci, l’Associazione nazionale Comuni italiani.
Nella prima versione del piano, infatti, la conservazione degli spazi verdi e della copertura arborea viene considerata “prioritaria” rispetto alla trasformazione tecnologica, che comprende anche il settore energetico.
Secondo la bozza messa in consultazione, dunque, le nuove installazioni dovrebbero privilegiare fotovoltaico sui tetti, infrastrutture esistenti e suoli già impermeabilizzati.
Il Piano sociale per il clima
Sempre il 25 settembre è arrivato un aggiornamento da parte del Mase sulla situazione del Piano sociale per il clima 2026-2032.
Il documento, si ricorda, è stato trasmesso il 6 agosto 2026 alla Commissione europea, con un anno di ritardo, ai sensi del regolamento Ue n. 955 del 10 maggio 2023.
Entro il 5 ottobre 2026 il ministero riceverà le osservazioni di Bruxelles.
Parallelamente, a completamento del processo partecipativo avviato il 18 marzo 2025, il dicastero invita i portatori di interesse a presentare osservazioni e contributi sul testo del piano finora disponibile (in basso).
I contributi potranno essere trasmessi entro il 24 ottobre 2026 all’indirizzo Pec “[email protected]”.
Il Piano sociale per il clima vale complessivamente 9,347 miliardi di euro tra Fondo sociale per il clima e cofinanziamento nazionale.
Quasi metà, 4,627 miliardi, è destinata ai trasporti, 3,295 mld € vanno all’edilizia, 1,34 al Bonus Energia Plus e 85 milioni all’assistenza tecnica (si veda Cosa prevede il Piano sociale clima da 9,35 miliardi approvato dal governo).
Sul tema si registra una lettera della scorsa settimana inviata al Parlamento europeo da Aipe, Anit, Anpe, Anta, Assovernici, Cortexa, Edera, Fivra, Gruppo Pitture e Vernici Federchimica-Avisa, Ingegneria Sismica Italiana, Kyoto Club, Renovate Italy e Rete Irene.
Al centro della lettera c’è l’esclusione dal piano italiano degli interventi di riqualificazione integrale dell’involucro edilizio, compreso il cappotto termico, dalle misure destinate all’edilizia residenziale pubblica e alle microimprese vulnerabili.
Le organizzazioni chiedono quindi agli europarlamentari di presentare un’interrogazione urgente alla Commissione per verificare la coerenza del piano con il quadro normativo comunitario e, qualora le criticità fossero confermate, chiedere all’Italia le necessarie modifiche prima della valutazione positiva del Piano.





























